Gli acronimi brevi e foneticamente semplici hanno il vantaggio di risaltare visivamente in un mare di testo perché scritti in maiuscolo. Vengono “lessicati” dal cervello che li considera come delle parole vere e proprie. Prima l’aura tecnica che accompagna termini come PNRR, STEM ed ESG li rende irresistibili da usare. Dopotutto, la scelta di non tradurre o italianizzare l’acronimo tende a rafforzare l’idea che si tratti di una categoria “oggettiva”, standardizzata e sicuramente non negoziabile. Più vicina ai numeri che alle storie individuali sottese. Successivamente, l’agenda setting imposta dai media li rende incredibilmente popolari. In questo modo, ciascuno di noi, usandolo, concorre a trasformare indicatori neutri in narrative fredde e oggettive. NEET così diventa “generazione in panchina” o “sdraiati”. Un acronimo, potente, inesorabilmente può penetrare l’immaginario e il senso comune, ancorandosi a metafore, immagini e storie. Ci vorranno anni per rimediare ai danni che questo piccolo acronimo di quattro lettere ha fatto. Per quanto sia difficile ammetterlo, l’associazione NEET = scansafatiche è ormai penetrata nella cultura nazionale. In realtà, NEET significa “Not in Education, Employment or Training”, cioè definisce le persone per quello che non sono, non per quello che sono. Questo è il primo problema fondamentale. Come spiegano Yates e Payne (2006), quando definisci qualcosa in negativo crei una “categoria cestino” dove finisce chiunque non rientri nelle altre categorie, indipendentemente dalla sua situazione reale.
I numeri ufficiali e la loro ombra
Secondo l’ultimo quadro “Noi Italia” di ISTAT, nel 2024 i giovani che non lavorano e non studiano sono il 15,2% della popolazione tra i 15 e i 29 anni. In numeri assoluti, parliamo di circa 1,36 milioni di persone, anche se i giornali, tra cui il Corriere della Sera, hanno titolato: “Oltre 2 milioni di «neet» nel 2024. Giovani che non lavorano né studiano”. Numeri che sembrano parlare chiaro. Ma la ricerca scientifica degli ultimi vent’anni ha sollevato dubbi profondi non tanto sull’esistenza di un problema giovanile, quanto sulla capacità di questo indicatore di descriverlo correttamente e di guidare politiche efficaci. NEET è usato come “termometro del disagio giovanile” in tutto il mondo, ma con andamenti molto diversi. Una recente rassegna globale su 159 studi pubblicata su BMC Public Health mostra che la quota di NEET tra i 15-24enni oscilla da circa il 25% in Africa e nell’Asia-Pacifico a meno del 10% nell’Unione europea, con un minimo vicino all’8% in Australia e un picco temporaneo ovunque nel 2020 per effetto della pandemia (Gunnes et al., 2025). La stessa rassegna segnala che il ritiro giovanile assume nomi diversi a seconda dei contesti: in Giappone si parla di hikikomori, in Cina del movimento del “lying flat”, in Europa di NEET; tre etichette per descrivere forme di disimpegno diversissime, che confermano quanto sia fragile l’idea che una sola categoria possa catturare la complessità delle biografie giovanili (ibidem).
L’eterogeneità nascosta: sette vite sotto un unico acronimo
Nel 2016 Eurofound, l’agenzia europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, pubblicò un rapporto che demoliva l’idea di un “NEET tipo”. Analizzando i giovani europei tra 15 e 24 anni, i ricercatori identificarono sette sottocategorie precise, ciascuna con caratteristiche demografiche, bisogni e traiettorie radicalmente diverse. Ecco cosa trovarono: il 29,8% erano disoccupati da meno di 12 mesi, persone attivamente in cerca di lavoro che nella maggior parte dei casi si risolvono autonomamente entro l’anno. Il 22% erano disoccupati da oltre un anno, con un rischio elevato di scoraggiamento. Il 15,4% erano persone impegnate nella cura di familiari, quasi esclusivamente donne (tra l’88% e il 91% secondo diverse rilevazioni). Circa il 7% erano persone con malattie o disabilità che impedivano loro di lavorare o studiare. Circa il 6% erano i cosiddetti “lavoratori scoraggiati”, che avevano smesso di cercare lavoro. Circa l’8% erano i re-entrants, giovani in attesa di rientrare in un percorso formativo o lavorativo già programmato. Il restante 12% rientrava in una categoria residuale che include gap year, volontariato, progetti personali. In molti casi, sono figli di famiglie “benestanti” che scelgono percorsi alternativi alla tradizionale transizione istruzione-lavoro.
Facciamo degli esempi concreti. Marco ha 24 anni, ha appena finito l’università a luglio e sta cercando il suo primo lavoro. Laura, 26 anni, fa volontariato a tempo pieno per un’organizzazione umanitaria. Giovanni, 22 anni, ha una malattia cronica che gli impedisce di lavorare ed è seguito dai servizi sanitari. Sofia, 25 anni, ha scelto un anno sabbatico per viaggiare prima di iniziare un dottorato. Chiara, 28 anni, si occupa a tempo pieno dei due figli piccoli. Francesca, 21 anni, ha abbandonato la scuola a 16 anni e ha smesso di cercare lavoro. Luca, 24 anni, soffre di depressione grave ed è in cura psichiatrica. Elena, 22 anni, ha finito un contratto a termine e vuole riflettere su cosa fare della sua vita. Tutte queste persone sono etichettate allo stesso modo: NEET. Ma le loro situazioni non hanno nulla in comune. È come creare un reparto ospedaliero dove metti insieme chi ha l’influenza, chi ha una gamba rotta, chi ha una malattia cronica, chi è in gravidanza e chi sta semplicemente aspettando i risultati di un check-up di routine. Chiami quel reparto “non-sani” e il danno è fatto.
Quando i numeri mentono: gli errori di misurazione
Nel 2015, Sara Elder, economista senior dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), pubblicò un Technical Brief che svelava un problema imbarazzante: non esiste una definizione internazionale standard di NEET. Questa assenza di una metodologia comune apre la porta a interpretazioni errate e, soprattutto, a errori di calcolo che ne alterano significativamente la portata. L’analisi di Elder su 41 paesi rivelò che, utilizzando una definizione “ampia” invece di quella “ristretta”, i tassi NEET risultavano sistematicamente sovrastimati, con differenze che variavano da 1,4 a 6,5 punti percentuali. In 11 paesi su 41, l’errore superava il 10%. La differenza media tra le due misurazioni era di 1,4 punti percentuali. Può sembrare poco, ma come sottolinea Elder, quando un indicatore viene usato come target per le politiche e per allocare miliardi di euro, un punto percentuale può fare una differenza enorme.
Lo stesso giovane può essere NEET in Italia ma non in Germania, non perché la sua situazione sia diversa, ma perché i due paesi usano criteri diversi
Le variazioni internazionali nelle definizioni operative sono sorprendenti. Eurostat utilizza la fascia 15-24 anni come riferimento principale, l’OCSE preferisce 15-29 anni. Il Regno Unito, dove il termine è nato, originariamente si concentrava sui 16-18 anni. L’Italia nelle analisi nazionali arriva fino a 34 anni. Alcuni paesi includono la formazione informale, altri no. Alcuni escludono i militari di leva, altri no. Il periodo di riferimento varia: ultime 4 settimane, ultimi 3 mesi, ultimi 6 mesi. Il risultato pratico è paradossale: lo stesso giovane può essere NEET in Italia ma non NEET in Germania, non perché la sua situazione sia diversa, ma perché i due paesi usano criteri diversi. I confronti internazionali, quelli che alimentano titoli allarmistici sui giornali, poggiano su fondamenta metodologiche più fragili di quello che una semplice percentuale vorrebbe farci pensare.
Il caso danese: quando il tempo rivela la verità
Gli studi longitudinali, che seguono gli stessi individui nel tempo invece di scattare fotografie istantanee, hanno prodotto risultati che ribaltano molte certezze. Nel 2020, la ricercatrice danese Helle Bendix Kleif pubblicò uno studio che seguiva un campione di giovani per nove anni. Il risultato fu sorprendente: il 78,1% dei giovani che avevano vissuto almeno un episodio classificabile come NEET non presentava alcun indicatore di rischio di esclusione sociale. Kleif identificò sei cluster distinti. Il primo, che rappresentava il 70% del campione, comprendeva giovani con episodi NEET brevi e sporadici, spesso estivi, legati a gap year o pause tra un ciclo formativo e l’altro: nessun rischio di esclusione. Il secondo cluster (8,1%) mostrava un lungo episodio NEET iniziale, seguito da rientro stabile in istruzione o occupazione: rischio transitorio. Solo sommando i restanti quattro cluster, che comprendevano giovani con episodi NEET precoci e prolungati, ricorrenti, o legati a disabilità, si arrivava a circa il 21% di giovani che affrontavano situazioni di rischio reale. Questa scoperta è dirompente: l’indicatore NEET identifica come “problema” ciò che in quattro casi su cinque è una dinamica normale delle biografie giovanili contemporanee. È come se un medico diagnosticasse una malattia grave ogni volta che un paziente ha un giorno di febbre.
L’etichetta che marchia: stigma e victim blaming
In Italia, parlando della fascia di età dei NEET, i media e i politici hanno usato termini come “bamboccioni”, “choosy”, “sdraiati”. In Spagna si parla di “generación ni-ni” (né studia, né lavora). Nel Regno Unito, i tabloid hanno associato il termine NEET a devianza e comportamenti antisociali. Questo linguaggio non è neutro. Come documentano Cefalo e colleghi (2015) e Strecker e colleghi (2021), l’etichetta NEET porta con sé uno stigma che può produrre effetti di auto-stigmatizzazione e “profezia che si autoavvera”. I giovani classificati come NEET possono interiorizzare l’etichetta, percepirsi come “falliti” o “inadeguati”, e sviluppare sentimenti di vergogna, ansia, bassa autostima. L’etichetta può ridurre l’autoefficacia, cioè la percezione di essere in grado di raggiungere obiettivi e affrontare sfide, producendo effetti controproducenti. Proprio per questo motivo, alcuni autori (Quinlan-Davidson et al., 2024) suggeriscono di superare l’approccio intrinseco deficit-based di NEET per passare a “upcoming youth”.
Il sociologo Serracant ha proposto un indicatore chiamato “NEET-restricted”, che esclude i casi in cui esistono impedimenti oggettivi alla partecipazione
Pau Serracant, sociologo catalano che ha dedicato anni allo studio critico dell’indicatore NEET, lo ha definito un “indicatore grezzo” (brute indicator) in un influente articolo del 2014. Serracant ha proposto un indicatore corretto chiamato “NEET-restricted”, che esclude i casi in cui esistono impedimenti oggettivi alla partecipazione (disabilità, responsabilità di cura, malattia) e le transizioni brevi. Applicando questo indicatore ristretto in Catalogna, il tasso NEET si riduceva significativamente, suggerendo che una quota rilevante (stimata intorno al 30-40%) di giovani classificati come NEET non corrisponde al profilo di vulnerabilità che l’indicatore intende catturare. Andy Furlong, sociologo britannico che nel 2006 pubblicò uno dei primi studi critici sistematici sull’indicatore, osservò che il NEET “combina giovani con poco controllo sulla propria situazione con altri che esercitano scelte”. Questo crea confusione analitica e paralisi politica: se non sai chi hai di fronte, come puoi aiutarlo?
NEET, politiche cieche per problemi diversi
A partire dal 2013, l’Unione europea ha adottato la Youth Guarantee (Garanzia Giovani) come principale strumento di policy per affrontare la disoccupazione e l’inattività giovanile, con un focus esplicito sui NEET. Il principio era semplice: garantire a tutti i giovani sotto i 25-29 anni un’offerta di occupazione, apprendistato, tirocinio o formazione di qualità entro 4 mesi dall’uscita dalla scuola o dall’inizio della disoccupazione. I programmi europei hanno offerto principalmente: corsi di formazione, aiuto nella ricerca di lavoro, stage e tirocini. Ma il problema, come documenta la letteratura scientifica, è che queste misure funzionano solo per una minoranza del gruppo NEET. Se una quota significativa di NEET è costituita da caregiver, persone con disabilità, lavoratori informali o studenti in transizione, il “problema NEET” è molto diverso da come viene rappresentato. Le cause sono strutturali: carenza di servizi di cura, precarietà del mercato del lavoro, economia sommersa, barriere istituzionali. Non individuali: mancanza di motivazione o competenze. Le due cose possono convivere ma espellere le prime a vantaggio esclusivo delle seconde non è giusto verso una intera generazione.
In Italia, Spagna e Portogallo, laddove la disoccupazione scende, la vulnerabilità delle donne classificate come NEET per motivi familiari, aumenta
La letteratura di valutazione evidenzia che la Youth Guarantee ha avuto maggiore successo nel raggiungere i NEET disoccupati attivi, che sono già in contatto con i servizi per l’impiego, mentre ha avuto difficoltà nel raggiungere i NEET inattivi, quelli “sotto il radar”, che rappresentano una quota significativa del totale e sono spesso i più vulnerabili. Il rischio di cream-skimming è documentato: i servizi tendono a selezionare i giovani più “occupabili” per migliorare i tassi di successo, lasciando indietro i più difficili da aiutare. Inoltre, secondo alcuni autori (Gunnes et al., 2025), molti programmi di formazione, sussidi o tirocini producono effetti modesti o nulli su occupazione e istruzione, mentre risultano più promettenti solo gli interventi intensivi, integrati tra servizi sociali, sanitari e del lavoro, che lavorano su autostima, reti sociali e salute mentale, non solo sul CV. In Thailandia, l’adozione del modello Youth Guarantee ha ridotto i NEET del 10% tra i 15-24 anni, ma ha fallito con sottogruppi come caregiver rurali, confermando che politiche one-size-fits-all non possono funzionare. Inoltre, un recente studio (O’Higgins & Brockie, 2023) in Italia, Spagna e Portogallo, ha dimostrato che pure dove la disoccupazione scende, la vulnerabilità delle donne classificate come NEET per motivi familiari, aumenta. Forse proprio per il creaming dei servizi per le politiche pubbliche.
La contraddizione finale
Se l’indicatore funziona così male, perché lo usiamo ancora? Questa è la domanda che si pongono molti studiosi del settore. Abbiamo più di quindici anni di ricerche che documentano i problemi, dal 2006 a oggi. Abbiamo dati che mostrano errori di classificazione stimabili tra il 40% e il 79% a seconda dei contesti. Abbiamo alternative già proposte: indicatori ristretti, indicatori longitudinali, tipologie che distinguono i sottogruppi. Eppure, l’indicatore NEET continua a essere usato dalle istituzioni europee e dai governi nazionali. Le spiegazioni possibili sono diverse. La convenienza politica: un numero alto (il 15,2% italiano, o peggio il 23,3% del Mezzogiorno) crea senso di emergenza e giustifica spese e programmi. Un numero corretto, più basso e più articolato, sembrerebbe meno urgente e richiederebbe risposte più complesse. La semplicità comunicativa: NEET è un acronimo facile da ricordare e comunicare ai media, anche se scientificamente problematico. L’inerzia istituzionale: cambiare un indicatore consolidato nei sistemi statistici europei richiede sforzi enormi di armonizzazione.
Oltre l’acronimo: vedere le persone
Il problema non è contare i giovani in difficoltà. Il problema è contarli male, in un modo che oscura più di quanto riveli, che stigmatizza più di quanto aiuti, che produce politiche cieche invece di interventi mirati. La ricerca scientifica ha tracciato una direzione chiara. Primo: disaggregare i NEET per sottogruppi, distinguendo esplicitamente caregiver, persone con disabilità, disoccupati attivi, scoraggiati, studenti in transizione, lavoratori informali. Secondo: privilegiare dati longitudinali che catturino le traiettorie nel tempo, distinguendo episodi transitori da condizioni persistenti. Terzo: integrare indicatori complementari che misurino non solo lo status, ma anche la qualità dell’occupazione, il benessere, l’autonomia. Quarto: abbandonare un linguaggio che individualizza problemi strutturali, riconoscendo che tassi NEET del 40% in alcune aree segnalano fallimenti istituzionali, non individuali.
Il problema non è “essere NEET” ma la persistenza nel tempo di questa condizione
Continuare a basare politiche da miliardi di euro su un indicatore così palesemente difettoso non è solo inefficiente. È, per usare le parole di Furlong, come navigare a vista con una bussola rotta. La letteratura documenta effetti cicatriziali per i NEET persistenti: minori opportunità di carriera, salari più bassi, maggiore rischio di esclusione sociale. Il problema non è “essere NEET” ma la persistenza nel tempo di questa condizione. I giovani scoraggiati potrebbero essere solo meno del 5% del mercato del lavoro giovanile, una percentuale sulla quale si può e si deve lavorare, iniziando dallo smontare il mito e la retorica dello “scoraggiamento di massa”. Forse è tempo di smettere di chiederci “quanti sono i NEET?” e iniziare a chiederci “cosa stanno vivendo questi giovani?”, “di cosa hanno bisogno?”, “quali barriere li bloccano?”. Solo così la statistica può tornare a essere uno strumento di comprensione e non un’arma di etichettamento. Solo trasformando l’indifferenza del dato statistico nell’attenzione per la singola storia potremo davvero mettere le persone nelle condizioni di affrontare e risolvere i loro problemi.
*Andrea Laudadio è a capo della Formazione e Sviluppo di TIM e dirige la TIM Academy.
Fonti
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