L’inserimento dei dati italiani sulle donne – alla luce dell’Indice di Esclusione dell’Eurispes – in una cornice europea non ha soltanto un valore comparativo, ma svolge una funzione “critica” aiutando a distinguere ciò che nel nostro Paese è effetto di specifiche fratture territoriali, da ciò che invece segnala un deficit strutturale nazionale nella costruzione delle condizioni di accesso delle donne al lavoro.
Il gender employment gap italiano è di 19,5 punti contro una media Ue di 10,3 e nei settori ad alta intensità tecnologica emerge un doppio divario
Nel 2023 il tasso di occupazione delle donne 20-64 anni è al 56,5% contro il 70,2% dell’Unione, quasi 14 punti di scarto, il gender employment gap italiano è di 19,5 punti contro una media Ue di 10,3 e nei settori ad alta intensità tecnologica emerge un doppio divario: l’Italia è sotto la media Ue per occupati con specifica formazione ICT (0,8% contro 1,6%) e vede le donne rappresentare circa il 12% degli ICT specialist contro il 18% europeo, con un andamento peggiorativo nel tempo a fronte di un miglioramento nell’area Ue. Sul fronte delle competenze, il 44% delle donne possiede competenze digitali di base contro il 47% degli uomini, ma il dato si inserisce in una generale arretratezza nazionale, con percentuali comunque inferiori alla media europea di circa dieci punti per entrambi i generi. Questo quadro dialoga direttamente con l’evoluzione delle politiche europee: l’Action Plan del Pilastro europeo dei diritti sociali collega l’obiettivo del 78% di occupazione (20-64) al 2030 alla necessità di dimezzare il gender employment gap (fino a circa ≤ 5,6 punti) e di rafforzare l’offerta di servizi per la prima infanzia; la Direttiva (UE) 2019/1158 sul work-life balance interviene su congedi e flessibilità con l’obiettivo di riequilibrare il carico di cura; la Direttiva (UE) 2023/970 sulla trasparenza retributiva rafforza gli strumenti di emersione e contrasto del gender pay gap. La traiettoria normativa definisce così il “doppio ritardo” italiano come questione non rinviabile: ridurre le fratture interne e riallinearsi a standard e obiettivi europei che legano sempre più crescita, coesione e parità in un’unica agenda di democrazia sostanziale.
Oltre l’Indice di Esclusione: violenza, gestione del tempo, esclusione digitale
La discriminazione di genere non coincide interamente con ciò che un set di indicatori territorialmente confrontabili può osservare. Le metriche descrivono esiti, ma una parte decisiva della disuguaglianza agisce come causa che precede e riproduce gli esiti, attraverso norme sociali, asimmetrie di potere, aspettative culturali, pratiche organizzative e linguaggi che orientano le traiettorie di vita prima ancora che le asimmetrie diventino “dati”. La violenza di genere è, in questo senso, una forma radicale di esclusioneperché colpisce il nucleo della libertà personale e della sicurezza. Nel 2023, su 117 omicidi con vittime donne, 96 sono stati casi di femminicidio, di cui 61 commessi da partner o ex partner; nel 2024 le vittime donne sono 116 e 62 risultano uccise da partner o ex partner, con una lieve diminuzione ma con una quota di omicidi riconducibili a dinamiche di genere ancora preponderante. Anche le molestie – spesso normalizzate e sottodenunciate – descrivono un clima che condiziona accesso e permanenza nei luoghi di lavoro e nella vita pubblica: l’Istat stima che il 13,5% delle donne tra 15 e 70 anni che lavorano o hanno lavorato abbia subito molestie sessuali sul lavoro nel corso della vita, con un picco del 21,2% tra le 15-24enni; fuori dal contesto lavorativo, nel 2022-2023, ne è stata vittima il 6,4%.
Il tempo medio quotidiano dedicato a lavori domestici e di cura è di 1 ora e 50 minuti per gli uomini contro le 5,13 ore per le donne
Accanto alla violenza, una forma meno visibile ma tipica della disparità di genere è la povertà di tempo generata dalla distribuzione asimmetrica del lavoro non retribuito. In questo caso la discriminazione non si manifesta come negazione, ma come sovraccarico: un eccesso di responsabilità che riduce lo spazio materiale per formazione, carriera, partecipazione civica e anche cura di sé. La rilevazione Istat sull’uso del tempo (2013-2014) stima, sull’intera popolazione, un tempo medio quotidiano dedicato a lavori domestici e di cura pari a 1 ora e 50 minuti per gli uomini contro 5 ore e 13 minuti per le donne. Tra gli occupati, gli uomini dedicano più tempo delle donne al lavoro retribuito (24,8% contro 19,0% della giornata), ma le donne sommano un ulteriore 16,1% di carico familiare (3h52’), arrivando a un lavoro totale pari al 35,1% del giorno medio (8h26’), mentre gli uomini aggiungono solo il 6,3% (1h31’). L’asimmetria opera come amplificatore: alimenta part-time involontario, interruzioni di carriera, retribuzioni inferiori, minore accesso ai ruoli apicali.
Una disuguaglianza multidimensionale si insinua nella vita quotidiana delle donne italiane
Infine, una frontiera emergente riguarda lo spazio digitale, dove disuguaglianza economica, segregazione formativa e violenza si intrecciano. Le forme di molestia e intimidazione online – dal body shaming al revenge porn, dalla sextortion ai contatti indesiderati – rendono l’ambiente digitale, di fatto, più sicuro per gli uomini che per le donne; il progressivo spostamento di transazioni e servizi sul web, unito a minore alfabetizzazione digitale, aggiunge una dimensione di esclusione finanziaria digitale che può sommarsi alle forme classiche di vulnerabilità, fino a configurarsi come vera e propria violenza economica. In questo senso, colmare il digital gender gap significa non solo offrire opportunità in settori ad alto valore aggiunto, ma ridurre esposizione al rischio e restituire spazi di autonomia. Tutte queste dimensioni meno misurabili con dati puntuali – violenza, sessismo ambientale, carico mentale, stereotipi che orientano scelte e aspettative, ostacoli informali nei luoghi di lavoro, disuguaglianze digitali – arricchiscono i risultati dell’Indice di Esclusione, rendendo ancora più visibile una disuguaglianza multidimensionale che si insinua nella vita quotidiana delle italiane allontanandole dal godimento di tutti quei diritti che la Costituzione garantisce loro in quanto cittadine.
*Mariarosaria Zamboi, ricercatrice dell’Eurispes.

