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Zavoli, il socialista di Dio

di
Emilio Albertario

 

 

 

Non ho ricordi personali di Sergio Zavoli, se non la sua firma sotto la mia lettera di assunzione in Rai, 36 anni fa. D’altronde, non mi sono mai unito a coloro che seguono il feretro per celebrare se stessi.

In poche righe vorrei ricordare non il giornalista, lo scrittore o il politico, ma in una parola sola, come si era definito, il “socialista di Dio”. Un tempo essere socialisti voleva dire essere atei. Zavoli era di fede cattolica e di animo laico. Il resto era sangue romagnolo, come quello del suo amico Fellini, riminese come lui. Guardando la luna spesso si erano trovati a discutere dell’Oltre. Un traguardo di tappa, tra i tanti, che aveva raccontato da immenso cronista, unico nel suo stile di intervistatore.

Negli ultimi anni serpeggiava nelle rare interviste, e in qualche scritto, la delusione per una società dove i giovani non riuscivano ad essere protagonisti di verità e giustizia. Ma l’ultimo grande cruccio era vedere la deriva presa dalla tv urlata, un mondo che non gli apparteneva, lui principe della parola e dei toni pacati. Ora che ha scalato l’ultima montagna, la maglia rosa del giornalismo dovrà essere ritirata e assegnata a lui, per sempre.

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