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Pellet da legno vergine: la filiera italiana tra primati europei e sfide strutturali

di
Paolo Scacco

Il pellet da legno vergine è ottenuto dalla compressione di segatura, trucioli e altri residui di lavorazione del legno non trattato, privi di colle, vernici o additivi chimici. La lignina naturalmente presente nel legno funge da legante, rendendo il prodotto chimicamente pulito e ad alta densità energetica. Dal punto di vista fisico-chimico, il pellet di qualità presenta un contenuto idrico inferiore al 10%, un potere calorifico netto di circa 4,6-5,0 kWh/kg e un contenuto di ceneri inferiore allo 0,7% (classe A1). Il sistema di certificazione ENplus, gestito dall’European Pellet Council con il coordinamento italiano di AIEL, è il principale schema di garanzia qualitativa nel mercato europeo. Prevede tre classi: A1 (uso residenziale premium), A2 (uso residenziale standard) e B (uso industriale e commerciale). La certificazione copre l’intera catena di fornitura, dalla produzione alla distribuzione.

Il mercato globale del pellet va verso i 21 miliardi di dollari entro il 2030

I numeri globali confermano la solidità dello schema: nel 2024 oltre 13,3 milioni di tonnellate di pellet certificato ENplus sono state commercializzate in tutto il mondo, con previsioni di superamento dei 14 milioni entro fine 2025.  Il mercato mondiale del pellet da legno è in forte espansione. Le stime più recenti collocano il valore globale del settore a circa 11,6-14,9 miliardi di dollari nel 2024-2025, con previsioni di crescita fino a 21-23 miliardi entro il 2030-2033. La domanda globale ha raggiunto 49 milioni di tonnellate nel 2024, con un incremento del 9% rispetto all’anno precedente. Europa e Nord America rimangono i principali poli di consumo e produzione, ma la domanda asiatica, in particolare da Giappone e Corea del Sud, è in rapida accelerazione. Per il mercato europeo, le previsioni al 2030 indicano una crescita moderata ma costante del segmento residenziale (+2-3% annuo). Il tutto sorretto dall’ammodernamento del parco apparecchi installato e dagli incentivi nazionali.

Il mercato italiano del pellet

Per l’Italia, al termine del 2024 erano attivi 56 impianti produttivi nazionali certificati, frutto di 14 nuove certificazioni nel solo 2024, il valore annuo più alto mai registrato. Ciò colloca il Paese al terzo posto mondiale per numero di produttori, dopo Germania e Polonia. Sul fronte distributivo, l’Italia occupa la seconda posizione globale. Il mercato italiano nel 2025 mostra segnali di ripresa robusta dopo un 2024 più debole, condizionato da un inverno mite e da elevati livelli di stock. Le vendite delle prime dieci aziende sono cresciute del 23,4%, e anche le vendite di stufe a pellet, calate dopo il picco del 2022, mostrano segnali di recupero.

Il pellet nella transizione energetica

Le biomasse legnose, pellet, cippato e legna da ardere, producono complessivamente il 35% di tutta l’energia rinnovabile italiana, collocandosi al primo posto tra le fonti verdi per apporto termico. Con un costo energetico di circa 79 euro/MWh contro i 105 del gas naturale, il pellet rappresenta una leva concreta per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e contenere la povertà energetica. Secondo i dati ISTAT elaborati da AIEL, più di una famiglia italiana su cinque si riscalda a legna o pellet, e 2,2 milioni di nuclei familiari si trovano in condizioni di povertà energetica.

Nel 2025 la produzione nazionale certificata di pellet da legno vergine ha raggiunto un record storico di quasi 432.000 tonnellate, +19,6% rispetto all’anno precedente

Nel 2025 la produzione nazionale certificata di pellet da legno vergine ha raggiunto un record storico di quasi 432.000 tonnellate, con un incremento del 19,6% rispetto all’anno precedente. Includendo i produttori non certificati, la stima complessiva si avvicina alle 500.000 tonnellate. Un risultato che colloca l’Italia al terzo posto mondiale per numero di impianti produttivi certificati ENplus e al secondo per distributori, in un mercato di consumo che sfiora le 3,2 milioni di tonnellate annue. Eppure, questa filiera resta strutturalmente dipendente dalle importazioni, coprendo con la produzione domestica solo il 15% del fabbisogno nazionale. Un paradosso solo apparente, come spiega Maurizio Bussone, presidente di AIEL (Associazione Italiana Energie Agroforestali).

Presidente Bussone, una produzione record ma forte dipendenza dall’import sono segnali di vitalità o un ritardo strutturale?

Più un segnale di vitalità. Il 15% di copertura segna un progresso significativo: solo pochi anni fa eravamo ben al di sotto del 10%. Il limite principale non riguarda tanto la capacità produttiva di pellet in senso stretto, quanto la debolezza dell’industria della prima trasformazione del legno. In Italia mancano grandi impianti di segheria, che altrove rappresentano la base per una produzione più ampia. La dipendenza dall’import è destinata a rimanere nel medio periodo, ma la traiettoria è quella giusta.

Presidente, l’Italia dispone di circa 11,4 milioni di ettari di superficie forestale, ma preleva ogni anno soltanto il 30-35% dell’incremento legnoso annuo. Un potenziale in larga misura inespresso. Quali sono le priorità che AIEL porta al governo?

La prima è la riduzione dell’IVA sul pellet dal 22% al 10%: una misura necessaria per alleggerire il costo per le famiglie e combattere il mercato sommerso. La seconda è il pieno riconoscimento del ruolo delle biomasse nel sistema energetico nazionale, come fonte rinnovabile matura, efficiente e disponibile sul territorio. La terza, che riteniamo assoluta, è il rafforzamento del turnover tecnologico. Oggi circa l’80% degli oltre 8,8 milioni di generatori a biomassa legnosa installati in Italia è costituito da apparecchi obsoleti, responsabili della quasi totalità delle emissioni del settore. Il problema non è il nuovo installato, ma il vecchio che resta in esercizio. Servono strumenti incentivanti certi, stabili e di lungo periodo.

Quali sono le opportunità per la filiera nei prossimi cinque anni?

Il riscaldamento a biomassa vive da secoli. E “non passa di moda”, non viene soppiantato. La ricerca tecnologica è decisiva e prosegue. Le pompe di calore, ad esempio, possono risultare meno efficienti in alcuni contesti climatici: un conto è operare in condizioni di freddo costante e prolungato, un altro è dover riscaldare rapidamente ambienti per periodi limitati. Nel primo caso, la stufa a pellet mantiene un vantaggio tecnologico indiscusso. I Comuni possono dotarsi di caldaie con mini reti di teleriscaldamento: così risparmiano Enti locali e i cittadini. Cito l’esempio bello e virtuoso di Pomaretto. Che ha saputo fare Green Community allargando gli orizzonti di azione fuori dal Comune, andando verso la valle e le valli, con Unioni montane insieme che ragionano sulle filiere bosco legno energia, esaltando i servizi ecosistemici ambientali che ne derivano (sin dal bosco pianificato e gestito), sino alla qualità dell’aria, migliore del passato. Una Green Community che diventa anche “oil free zone”, come rilevato dalla legge 221 del 2015, il “collegato ambientale”. Green Community che sta in relazione con le aree urbane di fondo valle. Facendo crescere le imprese e la comunità.

Presidente, quanto può contribuire il pellet alla creazione del mix energetico?

Il tema non dovrebbe essere la contrapposizione tra tecnologie, ma la loro integrazione. La sfida, quindi, non è tanto tecnologica quanto culturale e regolatoria. Riconoscere il ruolo delle biomasse all’interno di un mix energetico equilibrato sarà decisivo per evitare una marginalizzazione che non sarebbe giustificata né sul piano tecnico né su quello ambientale. Si parte sempre dal bosco. 12 milioni di ettari di italia, il 38% della superficie del Paese. Dove sono necessarie pianificazione, gestione, certificazione, contrasto all’abbandono. Le filiere bosco legno energia valgono 5 miliardi di euro di Pil e costituiscono una risposta vera, concreta, non ideologica alla crisi energetica, ecologica, economica, demografica. 

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