Il tema della trasformazione digitale e delle sue implicazioni è al centro del dibattito pubblico da diversi anni. Se in passato il focus era concentrato sugli effetti attesi e riscontrati delle nuove tecnologie sul tessuto economico e produttivo, la rapidità con cui le tecnologie stanno pervadendo l’ambiente politico, le forme di governance e l’esercizio dei diritti fondamentali, sta spostando l’attenzione su altri temi. In particolare, il ricorso sempre maggiore a tecnologie di sorveglianza, l’impiego dei sistemi algoritmici nei processi decisionali pubblici e la concentrazione del controllo sui flussi di dati delineano uno scenario in cui i confini tradizionali tra garanzia di sicurezza ed efficienza amministrativa da un lato, e libertà e tutela della persona dall’altro, sono sempre meno definiti, come rileva anche l’analisi del 38º Rapporto Italia dell’Eurispes.
Il rischio di uno sbilanciamento a favore del controllo a scapito della libertà è confermato da un dato: per il quindicesimo anno consecutivo, la libertà digitale a livello globale è in calo, secondo i dati del report annuale di Freedom House sulla libertà in Rete, diffuso lo scorso novembre. Su 72 paesi analizzati dal report, le condizioni per i diritti online sono peggiorate in 27 paesi (fra cui l’Italia), rimaste stabili in 28 e migliorate in soli 17.
La pandemia da Covid-19 ha accelerato questa dinamica, normalizzando forme di sorveglianza che, in precedenza, avrebbero incontrato resistenze da parte dell’opinione pubblica. Alcune di queste tecnologie sono rimaste attive anche dopo la fine dell’emergenza sanitaria, generando ciò che è stato definito un ratchet effect della sorveglianza, ovvero un innalzamento della soglia di accettabilità del controllo digitale da parte dei cittadini.
A partire dal 2023, con la diffusione su larga scala dell’Intelligenza artificiale generativa e del suo impiego anche nei sistemi di governance, si è resa evidente la necessità di affrontare in modo organico le problematiche legate alla sorveglianza istituzionale, la quale si inserisce, inoltre, in un contesto definito da David Lyon “cultura della sorveglianza” in cui i dati degli utenti online non possono solo essere utilizzati come strumento di monitoraggio dei cittadini, ma diventano il modo attraverso cui gli utenti stessi monitorano ciò che fanno amici, figli, nemici e, paradossalmente, auto-sorvegliano anche sé stessi (basta pensare, per esempio, agli strumenti di monitoraggio integrati negli smartphone, agli smartwatch, alle videocamere smart nelle abitazioni, ecc.).
I numeri della sorveglianza digitale
In un simile contesto, il concetto di “autocrazia digitale”, ossia la pratica per cui la concentrazione della detenzione dei dati e del potere di calcolo per controllare i flussi informativi e gestire i processi decisionali, non è una prerogativa dei regimi autoritari, ma impatta su tutte le forme di governo rendendo più labili i confini fra democrazia e autoritarismo.
Le innovazioni tecnologiche che rendono sempre più possibile il controllo in tempo reale, aumentano certamente la sicurezza e le capacità di previsione, ma rischiano di interferire con la libertà e la privacy dei cittadini: gli algoritmi di video-analisi sono ormai in grado di eseguire il riconoscimento facciale in tempo reale, leggere targhe di automobili, rilevare oggetti e analizzare comportamenti; la possibilità di archiviare dati personali su cloud è ormai illimitata sia in termini di tempo che di volume e il tutto, spesso, senza che gli utenti ne siano pienamente consapevoli.
Il mercato della videosorveglianza registra già cifre importanti, sia per dimensioni sia per valore, e le previsioni di crescita sono ancora più indicative del trend assunto dal settore: nel 2021 si contavano oltre un miliardo di telecamere di sorveglianza installate in tutto il mondo, con la sola Cina che ne impiega almeno 600 milioni, un valore stimato di 56,11 miliardi di dollari per il 2025 e una proiezione di 88 miliardi entro il 2031; il mercato del riconoscimento facciale, del valore di 8,58 miliardi nel 2025, potrebbe raggiungere quasi 21 miliardi entro il 2031, con un tasso di crescita del 16,33%.
La geopolitica della sorveglianza digitale
La regione Asia-Pacifico detiene la quota più consistente del mercato con circa il 41% dei ricavi e circa il 68% delle telecamere a circuito chiuso, mentre Medio Oriente e Africa rappresentano le aree a più rapida crescita; negli Stati Uniti, più di 85 milioni di telecamere di sorveglianza si trovano in aree pubbliche, commerciali e residenziali.
La Cina, dal canto suo, si è affermata come leader nella fornitura di tecnologia di sorveglianza, esportando sistemi integrati in oltre 63 paesi, con un fatturato dell’export di apparecchiature di sorveglianza pari a 9,8 miliardi (2023). Le esportazioni cinesi non si limitano alle componenti hardware, ma si estendono alla formazione, all’integrazione con i servizi di intelligence e all’assistenza post-vendita costante, generando una forma di dipendenza tecnologica per i paesi destinatari che solleva preoccupazioni sulla sicurezza presso i governi occidentali.
Il Credito Sociale cinese e la sorveglianza di Stato
In termini di autocrazia digitale, il Sistema di Credito Sociale (SCS) cinese è forse il caso più emblematico e, allo stesso tempo, strumentalizzato dalla narrativa occidentale, che lo ha spesso descritto come un sistema di punteggio individuale controllato dal governo centrale ‒ gestito e alimentato dall’Intelligenza artificiale ‒ attraverso telecamere posizionate praticamente ovunque che classifica ciascun cittadino all’interno della scala sociale determinandone le possibilità di accesso a servizi, acquisto di viaggi, ecc.
Pur cogliendo il dato reale dell’esistenza sul territorio cinese di un ecosistema di videosorveglianza capillare, questa rappresentazione non corrisponde a una realtà che diversi approfondimenti e analisi accademiche documentano come molto più articolata e meno rigida: ciò anche grazie a una direttiva di 23 punti emessa a marzo 2025 dal Partito Comunista e dal Consiglio di Stato con l’obiettivo di superare le frammentazioni e prevenire la raccolta eccessiva dei dati e un uso indiscriminato o illegale delle informazioni, richiedendo che le sanzioni siano basate su leggi, regolamenti amministrativi o politiche governative ufficialmente approvate proprio per ridurre l’arbitrarietà e la proliferazione di punizioni “creative” a livello locale.
Tuttavia, questo non rende il SCS meno pericoloso e non azzera il rischio di una deriva autoritaria estrema: l’infrastruttura dei dati alla sua base, la condivisione e l’aggregazione di informazioni da diversi organi di governo, e la crescente interconnessione tra diversi database locali e nazionali, creano le basi per pratiche di controllo sociale molto più diffuse, seppur attualmente in assenza di un sistema di “punteggio unico nazionale”.
Il caso Pegasus e la sorveglianza digitale come arma apolitica
Se il Sistema di Credito Sociale cinese può rappresentare un esempio concreto di sorveglianza infrastrutturale, un secondo livello di autocrazia digitale è rappresentato dalla sorveglianza mirata resa possibile dagli spyware commerciali. Nel 2016, lo spyware Pegasus, sviluppato dalla società israeliana NSO Group, ha conquistato il dibattito pubblico portando alla luce le dinamiche di potere associate alla sorveglianza digitale. Pegasus consente ai governi – in particolare a Forze dell’ordine e servizi di Intelligence – di accedere da remoto ai telefoni cellulari di soggetti sottoposti a controllo, bypassando la crittografia end-to-end, e ascoltare audio, catturare video, messaggi, geolocalizzazione e password senza lasciare tracce rilevabili dall’utente.
L’inchiesta del Pegasus Project, portata avanti nel 2021 da parte di un consorzio internazionale di 80 giornalisti provenienti da 17 organizzazioni mediatiche e coordinata da Forbidden Stories con il supporto di Amnesty International, ha rivelato una lista di oltre 50.000 numeri di telefoni cellulari selezionati come potenziali target di sorveglianza da parte di governi clienti della NSO. Dagli atti del contenzioso fra WhatsApp/Meta e NSO è emerso che 456 cittadini messicani erano stati oggetto di tale controllo, seguiti da 100 in India, 82 in Bahrain, 69 in Marocco e 58 in Pakistan, e molti altri, in 51 paesi diversi per un totale di 1.223 vittime accertate nel solo 2019: i principali bersagli erano giornalisti, dissidenti politici, difensori dei diritti umani e avvocati. Nel maggio 2025 un tribunale federale statunitense (California) ha condannato NSO al pagamento di una multa da 167 milioni di dollari di danni punitivi (in aggiunta ai danni compensativi, successivamente ridotti a 4 milioni) in favore di WhatsApp, mentre a livello europeo, la Commissione d’inchiesta PEGA del Parlamento europeo ha stabilito che almeno 22 clienti in 14 Stati membri dell’Ue avevano acquistato il software.
Regolamentare il mercato e le pratiche di sorveglianza digitale
Il mercato globale degli spyware commerciali rientra in ciò che è può essere definito “mercificazione della sorveglianza”: tecnologie precedentemente disponibili solo ad agenzie di Intelligence di alcuni Stati sono ora accessibili a qualsiasi governo voglia acquistarle, e il caso Pegasus ha dimostrato che i contesti democratici non si esimono dall’impiego di forme di controllo di questo tipo, indebolendo, di fatto, lo stato di diritto.
In assenza di una regolamentazione internazionale che disciplini il commercio degli spyware, si è aperta, dunque, una zona grigia che consente ai governi di utilizzare queste tecnologie a discapito della privacy dei cittadini, spesso sfruttando la natura transnazionale e immateriale di questo mercato per eludere le normative nazionali. Per questa ragione, sia il Consiglio d’Europa che le Nazioni Unite hanno avviato processi consultivi in materia per la definizione di indirizzi e standard, ma la mancanza di accordo fra Stati membri preclude, al momento, la possibilità di adozione di strumenti globali pienamente vincolanti.
*Mariarosaria Zamboi, ricercatrice dell’Eurispes

