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L’algoritmo come ideologia. Egemonia digitale e consenso nell’età delle reti

di
Gian Maria Fara*

Una premessa necessaria

Non sono un tecnofobo. Non appartengo alla categoria di coloro che vedono nella rivoluzione digitale una minaccia alla civiltà e che vorrebbero, se potessero, riavvolgere il nastro fino a un tempo predigitale che non è mai esistito nella forma idillica in cui lo immaginano. La tecnologia è uno strumento: come tutti gli strumenti, non è buona né cattiva in se stessa ma, come afferma Melvin Kranzberg nella Prima legge sulla Tecnologia «non è nemmeno neutrale». Dunque può avere una connotazione negativa a seconda di chi la usa, come la usa, e nell’interesse di chi.

Ciò che invece preoccupa è un aspetto differente e meno ovvio: non la tecnologia in se stessa, ma il sistema di valori, di presupposti, di visioni del mondo che le piattaforme digitali incorporano, trasmettono, veicolano e impongono. E questo processo che potremmo definire “dall’alto” avviene spesso senza che nessuno ne abbia discusso in termini di processi e contenuti, senza che vi sia un soggetto riconoscibile che si sia assunto la responsabilità dei contenuti generati e diffusi. Ciò dà vita a un sistema valoriale, non per forza etico, che si presenta come neutro e tecnico, e che per questo è tanto più potente e tanto meno visibile di qualsiasi ideologia esplicita.

È di questa invisibilità che occorre parlare. Con gli strumenti della sociologia e con un debito dichiarato nei confronti di Antonio Gramsci, il cui pensiero sull’egemonia culturale offre, a mio avviso, la griglia interpretativa più feconda per capire ciò che sta accadendo nell’ecosistema digitale attuale. Un pensiero elaborato in una cella di prigione, su quaderni clandestini, quasi un secolo fa, e che non ha mai smesso di essere attuale.

Gramsci nel metaverso

Antonio Gramsci distingueva tra dominio ed egemonia. Il dominio è il potere che si esercita attraverso la coercizione, attraverso l’uso della forza e le sanzioni per imporre l’ordine dall’alto. L’egemonia è il potere che si esercita attraverso il consenso: la persuasione, la cultura, la costruzione di un senso comune che rende invisibili le relazioni di potere che lo sottendono. È, dunque, la capacità di una classe sociale di esercitare la direzione culturale, morale e politica sulla società. Il dominato accetta la propria condizione non perché vi sia costretto, ma perché la considera naturale, necessaria, ovvia.

Non vi è necessità dell’utilizzo della forza quando il dominato ha interiorizzato i valori del dominante come propri.

Gramsci aveva in mente il sistema di potere borghese nell’Italia del primo Novecento. Ma la struttura analitica che aveva costruito si presta, con altrettanta precisione, a descrivere il funzionamento delle piattaforme digitali nel terzo decennio del Ventunesimo secolo. Le grandi piattaforme tecnologiche esercitano un’egemonia nel senso gramsciano del termine: non costringono nessuno a usarle, non impongono con la forza i loro valori, non proibiscono alternative. Eppure, riescono a plasmare i comportamenti, le percezioni, le preferenze, le categorie mentali di miliardi di persone con una pervasività e una continuità che nessun apparato ideologico precedente aveva mai raggiunto.

La stampa, la radio, la televisione hanno esercitato forme di egemonia culturale potenti. Ma erano strumenti unidirezionali: trasmettevano messaggi a destinatari passivi, e il feedback era lento, indiretto, mediato. Le piattaforme digitali sono qualcosa di fondamentalmente diverso: sono sistemi bidirezionali e adattativi, che apprendono in tempo reale le reazioni degli utenti e modificano continuamente il proprio “comportamento” per massimizzare il coinvolgimento. Non trasmettono un messaggio quanto piuttosto costruiscono un ambiente. E l’ambiente è il condizionamento più efficace che esista, perché è quello del quale chi viene condizionato è meno consapevole.

Louis Althusser, qualche anno dopo Gramsci, aveva elaborato il concetto di apparati ideologici di Stato: le Istituzioni, come la scuola, la Chiesa, la famiglia, i media, attraverso cui l’ideologia dominante si riproduce non con l’uso della coercizione ma passando per la pratica quotidiana. Le piattaforme digitali sono, a tutti gli effetti, apparati ideologici post-statali: esercitano funzioni analoghe a quelle che Althusser descriveva, ma senza essere legate ad alcuno Stato, senza rispondere ad alcuna autorità democratica, senza dover rendere conto a nessuno del sistema di valori che trasmettono.

Insomma, uno Stato nello Stato.

Uno Stato, per definizione, detiene il monopolio della forza legittima sul proprio territorio. Le piattaforme usano il monopolio dell’attenzione e della visibilità per ottenere lo stesso risultato. Chi non esiste sulle piattaforme non esiste nel dibattito pubblico, sparisce dallo spazio comune della conversazione collettiva. È una forma di potere che non ha precedenti storici comparabili, perché non ha confini geografici e non conosce giurisdizioni nazionali.

Il paradosso che rende questa situazione politicamente esplosiva è che gli Stati democratici fondano la propria legittimità sul principio della sovranità popolare, hanno progressivamente ceduto alle piattaforme private porzioni crescenti di quella sovranità – il controllo dello spazio pubblico, la gestione dell’identità digitale dei cittadini, la definizione delle regole del confronto politico senza che nessun elettorato abbia mai votato per questa cessione. È avvenuto per inerzia, per incapacità di prevedere la velocità della trasformazione, per la seduzione dei modelli gratuiti che nascondevano il vero prezzo da pagare.

Recuperare quella sovranità non significa nazionalizzare le piattaforme né tornare a un mondo predigitale che non tornerà. Significa riaffermare un principio elementare che ogni democrazia dovrebbe considerare non negoziabile: che il potere esercitato su spazi pubblici, anche quando essi sono digitali, deve rispondere a regole pubbliche, definite democraticamente, applicabili universalmente. Uno Stato nello Stato non è compatibile con la democrazia, indipendentemente dal fatto che i suoi unici si trovino a Washington, a Menlo Park o a Pechino.

Il codice è politica

Esiste una frase, diventata quasi un motto nel dibattito sulla governance digitale, che Lawrence Lessig, giurista e teorico di Internet, ha reso celebre: il codice è legge. Con questa affermazione, Lessig intendeva dire che le scelte tecniche che determinano come funziona un sistema digitale hanno effetti normativi concreti sulla vita delle persone: stabiliscono cosa è o non è possibile fare, cosa è visibile e cosa è, invece, invisibile. In questo senso, chi scrive il codice esercita un potere analogo a quello del legislatore, ma senza i vincoli democratici ai quali il legislatore è sottoposto.

Voglio spingermi oltre quella formulazione: il codice non è solo legge. Il codice diventa politica, nel senso più profondo del termine. È un sistema di scelte che riflettono valori, priorità, visioni del mondo. Quando un algoritmo di raccomandazione decide di mostrare a un utente certi contenuti invece di altri, sta compiendo una scelta politica e attraverso questa scelta sta orientando l’utente in una direzione piuttosto che un’altra. Quando una piattaforma decide che alcuni contenuti, o meglio tipologie di contenuto, generano più coinvolgimento di altri e li amplifica di conseguenza, sta orientando il dibattito pubblico secondo criteri che non hanno nulla a che fare con la qualità, la verità o il valore sociale ed etico dell’informazione.

Queste scelte non vengono mai presentate come tali. Vengono presentate come ottimizzazioni tecniche, come soluzioni a problemi ingegneristici, come il risultato neutro di calcoli su dati e informazioni. L’algoritmo è neutro. La piattaforma è neutra e anche la tecnologia lo è. Questa rappresenta la grande finzione ideologica del nostro tempo: la pretesa di neutralità di sistemi che sono invece profondamente normativi.

Una pretesa che serve a sottrarre al controllo democratico decisioni che hanno conseguenze reali sulle vite di milioni ai persone.

I valori impliciti negli algoritmi delle grandi piattaforme, invece, non sono casuali: riflettono la cultura, gli interessi e le priorità di chi le ha costruite. Ma lungi dall’essere un complotto, questo è il risultato di migliaia di micro-decisioni – su come misurare il coinvolgimento, su cosa considerare rilevante o come bilanciare interessi diversi – prese da ingegneri formatisi in ambienti culturali ben delineati, con presupposti specifici inquadrati in un dato contesto economico. Questi valori non sono stati scelti attraverso nessun processo democratico né sono stati discussi in un parlamento o tanto meno ratificati da un elettorato. Eppure governano, ogni giorno, l’esperienza informativa e relazionale di miliardi di esseri umani.

L’attenzione come merce

Per capire il sistema di valori implicito nelle piattaforme digitali occorre partire dal modello economico che le sostiene. Le grandi piattaforme sono gratuite per gli utenti. Non vendono prodotti ma vendono pubblicità. E per fare questo devono vendere attenzione: l’attenzione degli utenti, misurata in tempo trascorso sulla piattaforma, in contenuti visualizzati, in interazioni generate.

L’economia dell’attenzione è dunque il modello di business su cui si regge l’intero ecosistema delle piattaforme digitali. L’attenzione degli utenti è la merce che viene estratta, confezionata e rivenduta agli inserzionisti. Gli utenti sono la materia prima delle piattaforme mentre i clienti sono le aziende che comprano spazi pubblicitari. E come in ogni attività estrattiva, l’obiettivo è massimizzare la quantità di materia prima estratta al minor costo possibile.

Questa struttura economica determina in modo quasi meccanico il sistema di valori che gli algoritmi incorporano. Se l’obiettivo è massimizzare il tempo trascorso sulla piattaforma, allora i contenuti che vengono premiati e amplificati sono quelli che generano il maggiore coinvolgimento emotivo. E il coinvolgimento emotivo, come la ricerca psicologica ha ampiamente dimostrato, è generato preferenzialmente dalle emozioni negative: la paura, l’indignazione, il disgusto, la rabbia. Un contenuto che suscita indignazione genera mediamente sei volte più interazioni di uno che suscita approvazione tranquilla. Difficilmente una buona notizia fa notizia.

Il risultato è un sistema che seleziona e amplifica sistematicamente i contenuti più divisivi, estremi ed emotivamente carichi. Non per malevolenza: per ottimizzazione. L’algoritmo non sa cosa sia la verità e cosa sia la menzogna, cosa sia l’interesse pubblico o il pettegolezzo, cosa sia la complessità o la semplificazione demagogica. Conosce soltanto ciò che genera clic, condivisioni, commenti. E premia tutto ciò che li genera, indipendentemente da qualsiasi altro criterio.

La consapevolezza di questi meccanismi è oggi alla portata di tutti, la conoscenza generale dei meccanismi di funzionamento dei Social Network è largamente diffusa. Allora la domanda è: perché non siamo in grado di contrastare un sistema costruito con queste modalità e abbattere una logica così distante dal pensiero umano che si è evoluto nei secoli?

La fabbrica del consenso digitale 

Chomsky e Herman, nel loro Manufacturing Consent del 1988, descrivevano i meccanismi attraverso cui i grandi media tradizionali producono consenso nelle società democratiche attraverso la selezione delle notizie, il framing delle questioni, la definizione dell’agenda pubblica.

Le piattaforme digitali hanno portato questa logica a un livello di sofisticazione avanzato. Non si tratta più di selezionare le notizie o di definire l’agenda quanto piuttosto di costruire ambienti informativi personalizzati, su misura per ogni singolo utente, ottimizzati per massimizzare il coinvolgimento di quell’utente specifico. La filter bubble ossia la bolla informativa, è una descrizione tecnica precisa di ciò che gli algoritmi di raccomandazione producono. 

Ogni utente vive in un ecosistema informativo costruito su misura per lui: un ecosistema che gli mostra prevalentemente contenuti coerenti con le sue opinioni esistenti, che amplifica le sue preoccupazioni, che conferma le sue paure, che rafforza la sua identità di gruppo.

Le conseguenze di questo sistema sono profonde e ancora in gran parte non comprese nella loro pienezza. La prima è la polarizzazione: quando gruppi diversi vivono in ecosistemi informativi radicalmente differenti, non condividono nemmeno le basi fattuali necessarie per un dialogo democratico. Non discutono su come interpretare gli stessi fatti: discutono su fatti diversi, in molti casi su versioni della realtà incompatibili. Il conflitto democratico, che presuppone un terreno comune di fatti condivisi, diventa impossibile. Rimane solo la tribulazione identitaria: noi contro loro, i buoni contro i cattivi, chi ha ragione per definizione contro chi ha torto per definizione.

La seconda conseguenza è la scomparsa della complessità. I contenuti articolati che richiedono attenzione sostenuta e tolleranza dell’ambiguità, vengono sistematicamente penalizzati dagli algoritmi rispetto ai contenuti semplici, netti, emotivamente carichi. Il risultato è un ecosistema informativo che seleziona contro la complessità: che premia la semplificazione, lo slogan, la certezza, e penalizza la sfumatura, la domanda, il dubbio. Un ecosistema, in altri termini, perfettamente adatto a produrre consenso attorno a leadership populiste e perfettamente inadatto a sostenere quella cultura democratica del confronto razionale che è la condizione di possibilità di qualsiasi governo della complessità.

Gramsci scriveva che ogni rapporto di egemonia è necessariamente un rapporto pedagogico. Le piattaforme digitali sono il più potente apparato pedagogico che l’umanità abbia mai costruito. Il dilemma resta quale siano i contenuti di questo flusso formativo.

L’identità come prodotto

C’è un aspetto del funzionamento delle piattaforme digitali particolarmente rilevante, ma affrontato dal dibattito pubblico ancora in modo superficiale: il loro rapporto con l’identità individuale e collettiva.

Le conseguenze dei meccanismi con i quali agiscono i Social o realtà affini per la formazione dell’identità, soprattutto nei giovani, sono oggetto di un dibattito scientifico ancora aperto ma che produce segnali preoccupanti. Quando l’autostima dipende sistematicamente dalla validazione esterna quantificata o il valore percepito di un’esperienza viene misurato dalla sua fotografabilità e condivisibilità, quando l’identità è costruita per ottimizzare il coinvolgimento altrui invece che per esprimere un nucleo interiore autentico, qualcosa di essenziale nella formazione della persona viene alterato.

Simone Weil, in uno dei suoi testi più interessanti, scrisse che il bisogno di radici è forse il bisogno primario e meno riconosciuto dell’anima umana. Le piattaforme digitali offrono radici artificiali: appartenenze istantanee, comunità senza storia, identità senza corpo. Offrono il senso di appartenenza senza i costi che l’appartenenza reale comporta: la negoziazione, il conflitto, la cura, la responsabilità.

Questa offerta, sebbene artificiale, risponde a bisogni reali in una società che ha progressivamente eroso i legami tradizionali di comunità senza crearne di nuovi altrettanto solidi.

Che fare? Note per una controegemonia digitale

Smontare le fondamenta di un’egemonia richiede prima di tutto di renderla visibile: di mostrare che ciò che appare naturale è invece costruito, così come ciò che appare inevitabile è invece contingente.

In questo senso, il primo passo verso una controegemonia digitale è educativo. Non nel senso riduttivo di insegnare ai giovani come usare i Social media in modo sicuro, ma nel senso più profondo di formare la capacità di leggere criticamente l’ambiente digitale: di riconoscere gli algoritmi come sistemi di scelte, di identificare i valori impliciti nei design delle piattaforme, di capire il modello economico che determina il comportamento dei sistemi che usiamo ogni giorno.

Stiamo parlando di una forma di alfabetizzazione nuova, che non ha ancora trovato posto adeguato nei sistemi educativi di nessun paese. Eppure, appare urgente quanto l’alfabetizzazione tradizionale: chi non sa leggere criticamente l’ambiente digitale è esposto a forme di manipolazione e di condizionamento che non sa nemmeno di subire. L’analfabeta digitale del Ventunesimo secolo è chi usa lo smartphone senza capire come lo smartphone usi lui.

Il secondo passo è politico. La regolamentazione delle piattaforme non è una questione tecnica che può essere delegata agli esperti: è una questione democratica che richiede scelte di valore. Quali tipi di spazio pubblico vogliamo? Che ruolo devono avere i privati nella gestione del dibattito democratico? Come si bilancia la libertà di espressione con la responsabilità di chi amplifica certe espressioni a scapito di altre? Queste domande non possono avere risposte tecniche.

Il terzo passo è culturale. Occorre ricostruire spazi di socialità e di elaborazione collettiva che non siano mediati dalle piattaforme commerciali. Non si tratta di rifiutare la tecnologia, ma di non lasciarle il monopolio della vita sociale. I movimenti, le associazioni, le comunità, i luoghi fìsici dell’incontro e del confronto non sono nostalgici residui del passato, essi rappresentano le condizioni di possibilità di una vita partecipata e democratica che non dipenda interamente da sistemi progettati per massimizzare il profitto attraverso il coinvolgimento emotivo.

L’algoritmo, dunque, è neutro e la tecnologia non è neutra. Sono sistemi di scelte, che incorporano valori, che producono effetti e allo stesso tempo servono interessi. Dirlo chiaramente, argomentarlo rigorosamente, renderlo comprensibile a chiunque è oggi il vero compito degli studiosi e degli scienziati.

*Gian Maria Fara, Presidente dell’Eurispes

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