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Riflessioni di Gian Maria Fara, Presidente Eurispes, in margine al convegno “Denatalità e disagio giovanile. Riflessioni, sfide e proposte per costruire il futuro”

di
Gian Maria Fara*

Il nostro Paese sta patendo ormai da decenni un fenomeno di denatalità più marcato rispetto anche alla maggior parte dei paesi occidentali. Nel 2025 l’Italia ha registrato per il terzo anno consecutivo un minimo storico, avvicinandosi alla soglia dei 355.000 nati vivi all’anno. Siamo lontani dal milione dei primi anni Sessanta. Siamo lontanissimi dalla soglia di sostituzione demografica.

 Il tasso di natalità è ormai costantemente inferiore a quello che sarebbe necessario a mantenere stabile il livello complessivo della popolazione e le proiezioni demografiche delle Nazioni unite stimano per l’Italia del 2070 una diminuzione della popolazione di quasi l’11%. 

Questo calo tiene, ovviamente, conto dell’immigrazione. Senza nuova immigrazione sarebbe addirittura del 33%, e in meno di mezzo secolo i residenti scenderebbero a 40 milioni.

La popolazione italiana ha un’età media sempre più alta (ci avviciniamo rapidamente al mezzo secolo) e la fisionomia delle famiglie si costituisce in misura crescente di nuclei familiari di piccole dimensioni; ciò risulta comprensibile considerando il basso valore del tasso di fecondità e l’instabilità coniugale dovuta a divorzi e separazioni che, nel nostro Paese, assumono valori significativi e in continua crescita. 

Le coppie senza figli sono in aumento e costituiscono parte rilevante della struttura demografica italiana, che registra mutamenti sempre più marcati nell’ambito delle strutture e composizioni familiari; le proiezioni demografiche annunciano un sorpasso delle famiglie senza prole su quelle con prole prima della metà del secolo. 

Nel dibattito pubblico questo fenomeno è messo in relazione alle difficoltà economiche e all’insicurezza che gravano sui giovani italiani, e che certo non incentivano l’opzione di “metter su famiglia”. Questi elementi hanno sicuramente il loro peso, e ciò è confermato dal confronto con i tassi di natalità di altri paesi europei.

Le ragioni della bassa fecondità nel nostro Paese sono state storicamente ricercate in fattori strutturali (per esempio, un mercato del lavoro disfunzionale, politiche per la famiglia inadeguate, scarsità di misure e servizi per conciliare la famiglia e il lavoro e così via) e congiunturali (come, per esempio, la recessione economica).

È innegabile che la vulnerabilità economico-lavorativa dei giovani, il costo della vita, la difficoltà di conciliare lavoro e famiglia, specie in assenza di adeguate misure di tutela sociale, abbiano un peso enorme. Le nostre indagini evidenziano l’idea diffusa, tra i ragazzi, che il nostro Paese non garantisca le stesse opportunità di realizzazione lavorativa e personale di altri paesi stranieri.

L’orizzonte sociale della pianificazione della vita dei giovani è spesso progettato solo a medio termine ed è significativamente in ritardo rispetto all’orizzonte della pianificazione biologica; un dato che impoverisce il quadro generale del progresso futuro. Si pensi alla permanenza, fino ad età più che matura, di tanti figli nella famiglia d’origine – peculiarità tutta italiana,

Considerando, però, che la serie storica della progressiva denatalità si inaugura nella seconda metà degli anni Settanta e si approfondisce negli anni Novanta, è evidente che alla base della riduzione dei tassi di riproduzione non c’è soltanto l’insicurezza economica o la precarietà lavorativa delle giovani generazioni. 

È proprio nei decenni di quella che Galbraith definiva «la società opulenta» che comincia a manifestarsi una tendenza per la quale formare una famiglia non è più la risposta meccanica a ciò che la società richiedeva e considerava come una dimensione quasi obbligata.

Da alcuni decenni non è più così, e questo fenomeno sta producendo un unicum: per la prima volta, nella storia conosciuta, una comunità umana allargata vede diminuire fortemente gli individui che la compongono, pur in assenza di calamità naturali, di carestie, di epidemie, di guerre devastanti. 

Nell’ultimo mezzo secolo l’Europa decresce senza l’intervento della peste antonina del secondo secolo, di quelle del Trecento e del Seicento, delle guerre di religione nell’Europa centrale e delle guerre mondiali della prima metà del Novecento.

Al contrario – così come suggerisce Engelhardt ‒ la crisi della famiglia, di cui la denatalità è la massima manifestazione, non è figlia di un’economia depressa ma, piuttosto, del benessere mediamente sempre più diffuso. Ciò sembrerebbe essere confermato dal fatto che i tassi riproduttivi nel nostro Paese sono più elevati, seppur di poco, per le fasce sociali più deboli e nelle aree geografiche meno sviluppate. 

Il mondo giovanile, in se stesso, non è un gruppo socio-demografico omogeneo; tuttavia, il riferimento all’età impone la sua impronta dominante sulla maggior parte degli orientamenti e valutazioni di questo gruppo sociale.

Lo studio delle modifiche di tale sistema di orientamenti e valutazioni dei giovani sul loro ruolo nella società, le prospettive di vita, la struttura dei valori consente di fissare la direzione e la velocità dei cambiamenti che sono destinati a prodursi nella coscienza pubblica e, nello stesso tempo, a determinare quale importanza rivestano per il mondo giovanile i valori-chiave pubblici, cioè quelli tramandati da generazione in generazione che sono la base socio-culturale costitutiva di una nazione.

Appare evidente come siano ragioni culturali a orientare la volontà delle giovani donne e dei giovani uomini e a incarnare il vero motore della denatalità italiana. Il diffondersi capillare di modelli familiari senza figli o, al massimo, con un figlio unico, stanno a poco a poco diventando la nuova norma sociale, indipendentemente dai fattori economici, lavorativi e abitativi. 

Le motivazioni individuali derivano, a loro volta, da elementi molteplici e complessi: cambiamenti valoriali e culturali che attraversano la società e plasmano il modo di intendere le scelte riproduttive, di realizzazione personale e famigliare. 

Una società sempre più secolarizzata in cui non per tutti la stabilità famigliare è possibile o desiderabile, in cui gli obiettivi di vita non sono più soltanto quelli indicati dalla tradizione.

Siamo, dunque, di fronte a un fenomeno profondo, che chiama in causa modifiche intervenute a un livello propriamente antropologico. Dalla famiglia patriarcale e contadina delle società pre e protoindustriali si è passati a quella nucleare e, sempre di più, a quella mononucleare, caratterizzata da uno “stato di famiglia” che riporta un solo individuo.

C’è anche qualcosa di ancora più profondo: una crisi di senso, una difficoltà a immaginare un futuro che valga la pena di abitare e di trasmettere. Come ha scritto il filosofo Byung-Chul Han nel 2012, la società della stanchezza è quella in cui l’individuo è così esausto rispetto alle richieste dell’imperativo della performance da non avere più energia per alcuna progettualità collettiva.

A questo si aggiunge il paradosso dell’invecchiamento. L’Italia è il secondo Paese più vecchio del mondo, dopo il Giappone. Il 30% della popolazione ha più di sessant’anni. Questo dato non è in sé negativo quando si pensa che è il frutto di un sistema sanitario che, nonostante tutto, ha garantito longevità ai suoi cittadini. Diventa, invece, un problema strutturale nel momento in cui il sistema economico e previdenziale non è attrezzato per sostenerlo.

Quando facciamo riferimento al declino demografico, non stiamo parlando di una statistica ma delineiamo i contorni di un destino, se non si interviene con rapidità e determinazione. Un Paese che non fa figli è un Paese che non crede nel futuro. E un Paese che non crede nel futuro smette di investire nel futuro: nella scuola, nelle infrastrutture, nella ricerca, nella sanità. Si entra in una spirale che si autoalimenta e che è molto difficile interrompere.

La struttura della popolazione è la sostanza di tutto: come e fino a quando può crescere il Pil se ci sono meno persone? Come sostenere un welfare costruito sul presupposto di una struttura e dinamiche di popolazione differenti? Che voglia può avere un Paese di anziani di sacrificarsi per un futuro migliore? 

Il velo che mostrava un Paese giovanile, dove un trentenne è definito “ragazzo” e un sessantenne “giovane”, è volato via scoprendo la sostanza di un paese invecchiato, che non fa più figli, che avrà sempre più bisogno di “importare” persone, che è regredito nella sua consistenza.

In sostanza, il Paese vive una crisi di missione che fa il paio con l’illanguidirsi di quella della famiglia. Il valore della formazione e, più in generale, della crescita culturale, non è più centrale in ciò che resta dell’àmbito familiare e questo tendenziale disimpegno si trasmette ai ragazzi. 

Partendo da queste considerazioni, nel 2016 inviammo una lettera aperta all’allora Presidente del Consiglio dei ministri, con la quale proponevamo la costituzione di una “Agenzia per il futuro” allo scopo di far uscire il nostro Paese dalla cultura dell’emergenza e promuovere, invece, una programmazione di ampio respiro, orientata da una visione di lungo periodo. 

Questa nostra proposta, che riteniamo ancor più valida nella situazione attuale, prendeva spunto dall’idea del modello svedese che nel 2015 aveva introdotto nel proprio ordinamento proprio la figura del “Ministro per il Futuro”, le cui funzioni hanno avuto un grande impatto positivo nel promuovere la diffusione della crescita sostenibile in tutta la comunità svedese, sia nella innovazione competitiva del sistema economico sia nella adesione alla qualità dello sviluppo da parte dei cittadini. 

Le giovani generazioni rappresentano a tutti gli effetti la società del futuro, gli uomini di domani. Anche per questa ragione sarebbe importante interrogarsi su quale futuro il mondo attuale prepara ai ragazzi. Le nostre indagini evidenziano come troppo spesso anche nel nostro Paese una parte del futuro venga loro negato.

Anche per quei giovani che si trovano inseriti in contesti fortunatamente non problematici, che offrono loro opportunità, mezzi, e perfino, in molti casi, una abbondante dose di superfluo, abbiamo spesso riscontrato, in questi anni, un vero e proprio spreco di potenzialità.

Tutto ciò è aggravato dalla natura profondamente gerontocratica della società italiana, sia in àmbito politico che lavorativo. Uno stato di cose che tiene lontani i giovani da tutte le “stanze dei pulsanti” del Paese, almeno fino a quando cessano di essere giovani.

È allora naturale e inevitabile che i ragazzi di oggi, osservando la difficoltà dei giovani di insediarsi in tutti i ruoli di qualche importanza per la gestione del Paese, difficilmente sentano nascere in sé la speranza di poter contare davvero, di poter far sentire la propria voce e contribuire allo sviluppo ed al cambiamento.

La differenza sostanziale rispetto al passato è che allora le condizioni, anche nella difficoltà, spingevano i giovani non alla rassegnazione ma a lottare per il proprio futuro. Queste sono le prime generazioni le cui prospettive indicano un futuro non migliore ma peggiore di quello dei loro genitori.

Il futuro è la più colossale delle imprese da compiere e portare a termine. Stabilità e sicurezza economica valgono oggi non meno di quanto contassero per le generazioni precedenti. E ciò a dimostrazione del fatto che non è mai facile pensare il futuro, dimensione temporale che alimenta attese, eccita, dà slancio e, nello stesso tempo, confonde e spaventa. Oggi, probabilmente, più di quanto accadesse in passato.

E forse proprio la libertà di costruire, con sufficiente fiducia, il proprio percorso di vita, costituisce il più prezioso dei diritti che un Paese possa offrire alle nuove generazioni.

*Gian Maria Fara, Presidente dell’Eurispes

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