Raccontare la denatalità: cambiare narrazione e aprirsi al cambiamento delle nostre società

futuro demografico

L’Istat ha recentemente fornito dati attendibili e proiezioni sul futuro demografico della popolazione in Italia – e non della “popolazione italiana” perché il contributo riproduttivo di donne straniere di prima e seconda generazione si sta dimostrando rilevante, anche se insufficiente. Il tema è stato ampiamente trattato nel Rapporto Italia 2023, appuntamento annuale dell’Istituto Eurispes, in quanto la questione demografica è la base di qualunque visione o discussione possibile sull’Italia di domani. L’obiettivo di riportare nei prossimi 3-4 decenni il tasso medio di riproduzione dall’attuale 1,2% almeno al 2,1%, ovvero alla quota che garantirebbe una tendenziale stabilità demografica, è totalmente illusorio. Adeguate e auspicabili politiche nazionali possono attenuare la curva negativa, ma i provvedimenti e le linee di intervento di cui sempre più si parla non saranno comunque in grado di garantire una importante crescita delle nascite né, tantomeno, di compensare l’invecchiamento della popolazione che rappresenta l’altra faccia problematica delle prospettive demografiche del Paese. La perdita di 12 milioni di abitanti che, secondo le più attendibili previsioni, porterebbe nel 2070 la popolazione della Penisola a circa a 47 milioni e mezzo, rappresenta una prospettiva insostenibile e che, già molto prima di quella data, sprofonderebbe il Paese in una crisi socio-economica da cui sarebbe impossibile risalire e garantire i pilastri della società cui siamo stati abituati negli scorsi decenni, e che già oggi vacillano.

L’obiettivo di riportare nei prossimi 3-4 decenni il tasso medio di riproduzione dall’attuale 1,2% al 2,1% è totalmente illusorio

Gli effetti di questa defaillance demografica manifestata più nettamente nell’ultimo quindicennio, ma che origina negli anni Settanta del secolo scorso, sono stati e vengono continuamente lamentati dal sistema produttivo italiano. Mancano le braccia, ma mancano anche le teste. C’è penuria sia di profili di lavoro basici, sia di quelli specializzati, ed il contributo dei figli degli immigrati nelle quantità pur crescenti degli ultimi decenni, è insufficiente e non riesce a compensare i vuoti. Ma questi primi segnali non sono nulla in confronto a quello che potrebbe avvenire nei prossimi decenni. Questa fosca previsione è inoltre legata alla considerazione che, se è vero che tutti noi – a prescindere dall’età anagrafica – siamo cittadini e veniamo “contati” come tali, è evidente che la dimensione produttiva di una società è frutto dell’apporto delle fasce attive. Un’area meno popolata e, per di più, abitata maggioritariamente da una popolazione anziana e a riposo, incarna una proiezione produttiva necessariamente asfittica.

La dimensione produttiva di una società è frutto dell’apporto delle fasce attive

C’è di più. Faccio una riflessione propriamente sociologica: oltre all’aspetto della potenzialità produttiva, esiste quello del sentiment, della percezione che una società ha di se stessa, e che emana principalmente dalle generazioni più giovani. Nella storia, è sempre stato così. Negli anni Cinquanta venivano “prodotti” nuovi cittadini in misura quasi tripla a quella di oggi: una cifra sempre vicina al milione, che toccò il suo massimo nel 1964 con un milione e 16mila nuovi nati. Il tasso di fecondità in quell’anno fu del 2,70 contro – come abbiamo detto – l’1,2 del 2022: più del doppio. Successivamente si è assistito alla progressiva diminuzione delle nascite; un fenomeno che, dalla società dei baby-boomers, ci ha portato a quella attuale dei retired-boomers. Nei prossimi anni, poi, grazie all’aumento dell’attesa di vita saranno sempre più maggioritarie le classi d’età con “un grande futuro dietro le spalle”, e ciò certamente non è un buon viatico per fornire alla società quell’energia indispensabile per conferirle direzione e dinamicità.

Già oggi il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati è problematico, il rischio è perdere le conquiste del welfare

Tornando ai “numeri”, qualcuno potrebbe dire che informatica e robotica sempre più potranno permetterci di ridurre la necessità di fare ricorso al lavoro umano e, quindi, che la diminuzione di braccia e di teste potrebbe non rappresentare un grave problema. Si tratta di una visione erronea e di un ottimismo mal riposto, per un triplice ordine di motivi. In primo luogo, va segnalato che già oggi il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati è problematico. Nel 2022 in 39 province italiane i pensionati superavano, e di molto, gli attivi, e a livello nazionale il rapporto era di 1,4 lavoratori per 1 pensionato. Un rapporto in evidente discesa, che impone ed imporrà ad una percentuale sempre minore di lavoratori attivi di produrre ricchezza e welfare per se stessi e per un numero sempre maggiore di pensionati. In secondo luogo, va tenuto presente che una società invecchiata assorbe quote di lavoro sempre crescenti per la cura alla persona. Qualche anno fa, nel 2018, l’Eurispes ha segnalato che in Italia l’area propriamente sanitaria e quella dei caregiver assommavano circa 2 milioni di operatori, quasi il 10% dell’intero ammontare degli allora occupati. Questa quota è destinata a crescere proprio per l’invecchiamento della popolazione, e ciò per un verso è un bene, perché significa che la cura alla persona potrà assorbire una parte degli espulsi dagli altri settori. Ma, guardando lo scenario da un’altra ottica, ciò significa che per l’assistenza alla parte non più attiva della società sarà impegnata una quota di attivi sempre maggiore, il che comporterà una ulteriore riduzione dei bacini della produzione di beni e di molte tipologie di servizi. In terzo luogo, la storia anche recente ci insegna che, malgrado l’avanzare della globalizzazione, per le maggiori e più avanzate economie mondiali il peso del mercato interno rimane e diviene sempre più essenziale. Questo spiega perché i paesi che più crescono nelle graduatorie dello sviluppo, sono quelli con amplissimi bacini sia di produttori sia di consumatori: si pensi ai Brics. Ma anche il paese leader tra le economie occidentali, gli Stati Uniti, presenta una fortissima crescita demografica. Dal 2000 al 2022 la sua popolazione è passata da 282 a 323 milioni di persone: 41 milioni in più, un aumento pari al 15% in meno di un quarto di secolo. L’Italia, nota dolens, dal 2014 al 2022 ha perso invece quasi 2 milioni di abitanti: -3%.

L’Italia dal 2014 al 2022 ha perso il 3% della popolazione ovvero quasi 2 milioni di abitanti

In sintesi, dunque, un’area economica che si contrae sia sul fronte dei produttori, sia su quello dei consumatori, è destinata a perdere di peso e ad occupare uno spazio residuale: quello “concesso” dalle economie trainanti, diventando, nella migliore delle ipotesi, complementare a queste. Ma l’economia rappresenta la scocca su cui si modella la carrozzeria. E così, fuor di metafora, le società industriali occidentali, che un secolo fa ospitavano circa un quarto della popolazione mondiale (500 milioni su circa 2 miliardi) ed oggi poco più del 10%, rischiano di implodere e di veder marcire i frutti migliori dei decenni del welfare, compromettendo la tenuta stessa dei sistemi democratici.

Futuro demografico, la risposta è l’accoglienza nei nostri territori di quote di migranti ampie e adeguatamente programmate

Nel parlare della fosca prospettiva che “vedrebbe” la popolazione del nostro Paese diminuire ulteriormente di circa 12 milioni di unità intorno al 2070, va usato il condizionale. Va usato perché non solo mi auguro, ma perché ritengo realistico che ciò non accada, o almeno non accada in queste dimensioni. Ma quale fattore interverrà per compensare questo tracollo demografico? La risposta è una, e una sola: l’accoglienza nei nostri territori di quote di migranti tanto ampie, quanto adeguatamente programmate. È necessario, in tale contesto, lasciare da parte le lenti della cronaca, ma anche quelle dell’ideologia, per inforcare gli occhiali che servono a leggere i processi storici, che proprio in quanto tali, avanzano secondo trend difficilmente modificabili. Tutti i paesi europei vedranno giungere, a ritmi superiori a quelli odierni, molti nuovi cittadini dalle aree del mondo demograficamente più attive. E questo non rappresenta un problema, ma una soluzione. Ovviamente si dovrà necessariamente passare dall’“emergenza immigrazione” al varo di adeguate politiche di accoglienza e di integrazione.

Tutto ciò, che piaccia o no, avverrà. E forse, in parte sta già avvnendo. I paesi più accorti hanno già imboccato questa via, magari senza proclami per non sollecitare o per limitare le resistenze interne. È il caso della Germania, che negli anni 2014-2022, quelli che, come abbiamo visto, hanno segnato per l’Italia un calo di 2 milioni, ha aumentato la sua popolazione di più di 3 milioni di abitanti, e chiaramente non in virtù di un’impennata del tasso di riproduzione. Numeri e trend su cui il nostro Paese deve riflettere a fondo.

*Prof. Gian Maria Fara, Presidente dell’Eurispes.

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