La scuola, da sola, non può farsi carico di tutta la sfida educativa. È questo il presupposto dei Patti educativi di comunità (Pec), istituiti su scala nazionale con il decreto del Ministro dell’Istruzione n.39 del 26 giugno 2020. Nati come risposta all’emergenza pandemica, si sono rivelati uno strumento capace di andare oltre la contingenza, diventando un dispositivo per lo sviluppo educativo dei territori e per il contrasto alla dispersione scolastica. Il Rapporto Italia 2026 dell’Eurispes li indica come una delle applicazioni più mature del welfare generativo alle politiche educative.
L’idea è mobilitare l’intera comunità educante: un’alleanza stabile tra scuola, famiglie, Enti locali, Terzo settore, imprese e cittadini. In questa visione il territorio non è un contenitore di problemi, ma un giacimento di risorse. Parchi, musei, biblioteche, teatri, associazioni e laboratori artigiani possono diventare ambienti di apprendimento, aprendo la strada a proposte come l’outdoor learning e il service learning e allo sviluppo delle competenze di cittadinanza attiva degli studenti.
La cornice: amministrazione condivisa e Child Guarantee
Sul piano giuridico, i Pec si configurano come Patti di collaborazione, lo strumento principale dell’amministrazione condivisa fondata sull’articolo 118 della Costituzione. Cittadini e Istituzioni diventano alleati nella co-progettazione e nella cura dei beni comuni. Applicato alla scuola, il Patto trasforma l’istituzione scolastica da servizio pubblico a bene comune, che tutta la comunità è chiamata a sostenere.
I Patti si inseriscono nel quadro del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, istituito con la legge n.208/2015 e gestito dall’impresa sociale “Con i Bambini”, che tra il 2016 e il 2024 ha sostenuto oltre 800 progetti sostenuti con circa 500 milioni di euro, coinvolgendo 650mila bambini e ragazzi e mettendo in rete circa 10mila organizzazioni tra Terzo settore, scuole ed Enti pubblici e privati.
Inoltre, essi sono coerenti con la Garanzia europea per l’infanzia (European Child Guarantee), la raccomandazione del Consiglio Ue che punta a garantire ai minori a rischio di povertà o esclusione l’accesso a servizi essenziali come educazione, istruzione, salute, alimentazione e alloggio. Nel 2026, a cinque anni dalla sua adozione, la Raccomandazione è oggetto di revisione da parte della Commissione europea, mentre l’Italia ha trasmesso a marzo il suo secondo rapporto di attuazione.
Che cosa dicono i dati
Una prima fotografia dell’esperienza dei Patti nelle scuole arriva dall’indagine Labsus-Indire del 2022 Le scuole: da beni pubblici a beni comuni, la prima dedicata al mondo scolastico letto attraverso i Patti di collaborazione. Partendo da una ricognizione di 1.001 Patti a livello nazionale, la ricerca ne ha selezionati 116 attivi in ambito scolastico; hanno risposto al questionario in 50, pari al 43%. Sulla partecipazione hanno pesato soprattutto la pandemia, che ha interrotto o rallentato molte attività, e il ricambio del personale scolastico.
La geografia, nella prima fotografia del 2022, era fortemente sbilanciata verso il Centro-Nord: l’Emilia-Romagna raccoglieva il 32% delle esperienze, seguita da Toscana e Lombardia (18% ciascuna) e dal Piemonte (10%). I Patti sono più diffusi nelle aree urbane, in particolare nelle grandi città. Il quadro più recente dell’Osservatorio nazionale Indire-Labsus, che a fine anno scolastico 2024-2025 contava circa 200 Patti educativi, mostra un riequilibrio: il 48,4% è stato sottoscritto al Nord, il 34,9% al Sud e il 16,7% al Centro, con Piemonte e Puglia in testa per numero di Patti. Tra i firmatari, accanto alle scuole, figurano soprattutto i Comuni (73,6%), le associazioni (63,5%) e il Terzo settore (43,4%).
Le comunità coinvolte sono ampie e variegate. Nel 38% dei casi i Patti mobilitano tra 20 e 50 persone, nel 30% più di 50. Adulti e bambini sono le fasce più rappresentate (74% e 72%). Quasi tutti i Patti (96%) coinvolgono soggetti esterni alla scuola: associazioni (80,9%), Enti pubblici (76,6%), singoli cittadini (70,2%), gruppi informali (57,4%), cooperative (38,3%) e, in misura minore, imprese (8,5%).
Gli obiettivi spaziano dalla cittadinanza attiva e dal protagonismo giovanile alla cura dei beni comuni e all’educazione ambientale, dalla coesione sociale all’apprendimento permanente. I giudizi dei partecipanti sono molto positivi: il 92% ritiene di aver raggiunto, almeno in parte, i traguardi previsti, l’86% è soddisfatto dello sviluppo del Patto e l’84% lo considera economicamente sostenibile, contro un 2% di pareri contrari. Il 90% sarebbe disposto a rinnovarlo.
Un caso concreto: “Fuoriclasse in Movimento”
Un esempio di applicazione sul territorio è il progetto“Fuoriclasse in Movimento” di Save the Children, realizzato tra il 2021 e il 2024 in una rete di scuole impegnate nella prevenzione della dispersione. Il progetto ha sostenuto l’avvio di 10 Patti educativi ad Aprilia, Cagliari, Cerignola, Messina, Milano, Napoli, Noci, Reggio Calabria, Roma e Torino, attraverso Tavoli territoriali di comunità con Enti profit, non profit e Istituzioni locali.
Elemento centrale è stata la partecipazione dei ragazzi, coinvolti con diritto di parola nelle fasi di consultazione, co-progettazione e realizzazione, anche attraverso i cosiddetti Consigli Fuoriclasse, organismi studenteschi interni alle scuole. Le attività hanno riguardato l’educazione all’aperto e la valorizzazione del territorio, la didattica esperienziale e laboratoriale, l’empowerment giovanile e il contrasto all’illegalità, oltre all’analisi di bandi per costruire una progettualità comune. Il programma è proseguito con un nuovo triennio 2024-2027: nell’anno scolastico 2025-2026 ha raggiunto 130 istituti in 16 regioni e quasi 20mila studenti. Tra gli studenti intervistati, il 91,6% considera i Consigli Fuoriclasse un’occasione concreta per far valere le proprie idee.
È qui che la logica generativa dei Patti diventa concreta: studenti e famiglie diventano partner del progetto educativo, le risorse del territorio vengono messe a sistema e i ragazzi, attraverso la cura del proprio territorio, restituiscono valore alla comunità.
*Marialuisa Pinna, ricercatrice dell’Eurispes

