Nelle nostre società la salute è insieme un bisogno primario e un diritto riconosciuto, ma il modo in cui le persone vi accedono racconta più di qualsiasi statistica sulla struttura delle disuguaglianze. Quando una famiglia decide di rinviare una visita, sospendere una terapia o rinunciare a un farmaco, compie una scelta che appare privata e che è invece profondamente legata alle politiche sociali ed economiche: è il punto in cui il bilancio domestico incontra i limiti del sistema di protezione. L’indagine sui consumi dell’Eurispes (2026) propone un quadro articolato delle scelte adottate dalle famiglie italiane di fronte alla pressione economica, e la rinuncia alla spesa sanitaria ne costituisce una delle dimensioni più rilevanti.
Le rinunce più difficili: le cure per la salute
La pressione economica rilevata attraverso i comportamenti di contenimento della spesa si manifesta con particolare nitidezza in questo àmbito: la rinuncia a prestazioni sanitarie e di cura è il segnale di come il vincolo di bilancio raggiunga anche sfere tradizionalmente considerate prioritarie nel paniere familiare.
L’analisi delle rinunce nell’ultimo anno evidenzia la persistenza di comportamenti di contenimento che coinvolgono in modo non marginale anche àmbiti riconducibili al benessere e alla prevenzione sanitaria, delineando una compressione selettiva dei consumi essenziali. Le quote più elevate di rinuncia si concentrano nei controlli medici periodici (34,6%), seguiti dalle cure odontoiatriche (32,1%). Tale configurazione suggerisce un’esposizione significativa di segmenti della popolazione a forme di rinvio o sospensione di prestazioni che, pur differenziandosi per natura, condividono una certa differibilità e quindi una maggiore elasticità rispetto ad altre spese.
Su livelli inferiori, ma comunque degni di attenzione, si collocano le rinunce alle visite specialistiche (23,4%), alle spese veterinarie (20,4%) e alle terapie o interventi medici (19,8%), mentre la quota più contenuta riguarda l’acquisto di medicinali (15,7%), evidenziando come le spese percepite come più urgenti o meno sostituibili tendano a essere maggiormente preservate.
L’insieme delle evidenze suggerisce una gerarchizzazione implicita delle rinunce, nella quale le decisioni di contenimento sembrano orientarsi prevalentemente verso prestazioni differibili o percepite come meno immediatamente indispensabili, come nel caso dei trattamenti estetici (34,9%), mentre risultano relativamente più protetti i consumi associati a bisogni sanitari più stringenti.
Il confronto con il 2025: rinunce in aumento
Il confronto con il 2025 evidenzia un incremento generalizzato delle rinunce alle spese sanitarie e di cura, con variazioni che interessano tutte le categorie considerate.
L’aumento più marcato riguarda i controlli medici periodici di prevenzione, che passano dal 27,2% del 2025 al 34,6% del 2026, e i trattamenti estetici, dal 26,4% al 34,9%. In crescita anche la rinuncia alle cure dentistiche, dal 28,2% dello scorso anno al 32,1% di oggi, e all’acquisto di medicinali, dal 13,2% al 15,7%. Le spese veterinarie registrano invece una contrazione, scendendo dal 26,7% del 2025 al 20,4% del 2026, mentre le variazioni relative a visite specialistiche e terapie mediche risultano più contenute.
Il divario territoriale: rinunce più alte al Sud e nelle Isole
La disaggregazione per area geografica evidenzia un gradiente territoriale che, pur con alcune eccezioni, tende ad associare le quote più elevate di rinuncia alle aree del Sud e delle Isole. Per le visite specialistiche, le terapie mediche e l’acquisto di medicinali, il divario tra le ripartizioni settentrionali e quelle meridionali risulta particolarmente pronunciato: la rinuncia ai medicinali si attesta al 9,9% al Centro e al 12,9% nel Nord-Est, mentre raggiunge il 21,2% nel Sud e il 24,1% nelle Isole, uno scarto di oltre 14 punti percentuali che segnala una distribuzione fortemente asimmetrica. Un profilo analogo si osserva per le spese veterinarie, dove il Nord-Est registra il valore più contenuto (7,8%) a fronte del 34,7% delle Isole.
Tuttavia, alcune categorie mostrano distribuzioni meno lineari. I controlli medici periodici di prevenzione registrano la quota più elevata nel Nord-Est (41,2%), dato che si discosta dal profilo generale di questa ripartizione e che potrebbe riflettere dinamiche locali specifiche. I trattamenti estetici presentano anch’essi una distribuzione meno polarizzata, con il Centro che registra il valore più basso (28,3%) e il Nord-Est quello più alto (39,2%).
La lettura trasversale dei dati mette dunque in evidenza come la pressione economica sulle spese sanitarie e di cura si distribuisca in modo disomogeneo sul territorio, con le aree meridionali e insulari che mostrano, nella maggior parte delle categorie considerate, un’incidenza di rinuncia sensibilmente superiore rispetto alle ripartizioni settentrionali.
La condizione occupazionale: fragilità lavorativa e rinuncia alle cure
Accanto al gradiente territoriale, la condizione occupazionale costituisce una variabile altrettanto discriminante nella distribuzione delle rinunce sanitarie, delineando una stratificazione socioeconomica in cui le situazioni di maggiore fragilità lavorativa risultano associate a livelli significativamente più elevati di compressione della spesa.
Gli individui in cerca di nuova occupazione e i cassintegrati presentano sistematicamente le incidenze più alte in tutte le voci considerate: i primi raggiungono il 58,6% di rinuncia ai controlli di prevenzione e il 52,6% per le cure odontoiatriche, mentre i secondi mostrano valori analogamente elevati (57,6% e 45,5%), oltre a una quota particolarmente alta nella rinuncia ai medicinali (39,4%). Tali evidenze suggeriscono una forte esposizione di questi gruppi a vincoli economici stringenti, che incidono anche su àmbiti di spesa essenziali.
Le persone in cerca di prima occupazione presentano valori intermedi, con incidenze comunque rilevanti, soprattutto per controlli medici (40,9%) e cure dentistiche (36,4%), mentre gli occupati mostrano livelli più contenuti, pur non trascurabili (34,4% per la prevenzione e 31,3% per le cure odontoiatriche). Anche tra casalinghe e pensionati emergono rinunce significative, sebbene generalmente inferiori rispetto alle categorie più vulnerabili.
Gli studenti evidenziano, nel complesso, le percentuali più basse nella maggior parte delle voci, in particolare per terapie mediche (9,6%) e spese veterinarie (7,4%), configurando un profilo relativamente meno esposto, verosimilmente anche in relazione a una diversa struttura dei bisogni e delle responsabilità economiche.
L’insieme dei dati attesta che la capacità di sostenere spese sanitarie e di cura risulta fortemente condizionata dalla posizione nel mercato del lavoro, delineando una relazione stretta tra vulnerabilità occupazionale e rinuncia a consumi rilevanti per la salute e il benessere individuale.
Quando la salute diventa una variabile di reddito
Letti nel loro insieme, i dati Eurispes restituiscono l’immagine di un Paese in cui il diritto alla salute, pur formalmente universale, si traduce in accesso effettivo diseguale. La rinuncia non è distribuita a caso: segue le linee di faglia già note della società italiana, il divario tra Nord e Sud e la distanza tra chi è tutelato dal lavoro e chi ne è escluso. Il fatto che a essere sacrificata per prima sia la prevenzione è il dato più alla, perché sposta nel futuro il costo individuale e collettivo di oggi, trasformando un risparmio di breve periodo in una possibile aggravante di fragilità.
Emerge dunque un trend che deve essere osservato nel tempo e che riguarda la tenuta stessa dei dispositivi di welfare e la loro capacità di assorbire le conseguenze sociali di una congiuntura prolungata di difficoltà economica. Monitorare questi comportamenti è il presupposto per orientare politiche sanitarie e sociali capaci di intercettare i gruppi più esposti, prima che la rinuncia diventi la regola.

