Clima, Accordo di Parigi: obiettivo possibile. La tecnologia c’è, e la volontà?

Lo United Nations Environment Program col suo Emissions Gas Report del 2018 dimostra che la temperatura della Terra aumenterà di circa 3°C entro la fine di questo secolo, vale a dire il doppio del tetto di 1,5°C d’incremento della temperatura stabilito dall’Accordo di Parigi. Per rimanere sotto il limite di 1,5°C è necessario, entro il 2050, portare a zero le emissioni nette di gas serra. Tuttavia, non basta: da allora in poi diviene indispensabile mantenere un saldo delle emissioni costantemente negativo. E la posta in gioco è altissima. Infatti, non si tratta più di “prenderci il lusso” di salvare solamente la bellezza del creato, per quanto causa oltremodo nobile che di per sé meriterebbe già tutti i nostri sforzi e la nostra attenzione (solo dal 1970 a oggi il WWF ci dice che abbiamo causato l’estinzione del 60% delle specie animali, mentre negli ultimi 250 anni le specie di piante scomparse sono il doppio di quelle animali: a causa dell’uomo le piante si stanno estinguendo a una velocità 500 volte maggiore di quella naturale; e al momento rischiano di scomparire oltre un milione di specie fra piante e animali), ma di difendere le nostre stesse economie. Nel 2018 il costo mondiale dei danni provocati dai disastri legati al cambiamento climatico è stato di oltre 200 miliardi di dollari. Tra il 2014 e il 2018, gli Stati Uniti da soli hanno mandato in fumo mediamente 100 miliardi di dollari l’anno.

Oggi però abbiamo una buona notizia: le tecnologie per rispettare l’Accordo di Parigi ci sono. A mancare è semmai una più decisa e concertata volontà della politica, sempre più spesso influenzata da pochi gruppi d’interesse economico-finanziario. Infatti, da nuovi studi si sa ormai che vi è la potenzialità tecnologica di portare a termine, entro il 2050, una completa sostituzione dei combustibili fossili (carbone, petrolio e metano: il loro uso rappresenta il principale incriminato per l’immissione di gas serra in atmosfera) con fonti di energia pulita come l’idroelettrico, l’eolico, il solare, ecc. E ciò mediante un passaggio che sia allo stesso tempo flessibile, sicuro ed economico. Attualmente, il prezzo dell’energia elettrica da fotovoltaico in molte nazioni del mondo è già simile se non addirittura più basso di quello dell’energia ricavata da fonti non rinnovabili. E la riduzione dei costi e l’avanzamento delle tecnologie possono senza dubbio portare a una sostituzione degli attuali mezzi di trasporto a benzina, gas, diesel e gasolio con veicoli elettrici alimentati tramite energia rinnovabile. Persino per il trasporto su navi transoceaniche o aerei con tratte a lungo raggio, ove mal si presta l’alimentazione a batterie, è possibile, come messo in evidenza da Jeffrey D. Sachs, direttore dell’Earth Institute alla Columbia University, una transizione verso carburanti puliti (come l’idrogeno) e verso combustibili sintetici, sia liquidi che gassosi, prodotti mediante l’impiego di elettricità green. Analogamente, si può andare (e in parte già si va) nella stessa direzione per quanto riguarda i processi di produzione industriale e il riscaldamento degli edifici.  

Tuttavia, per rientrare nei limiti prefissati dall’Accordo di Parigi del 2015, non è sufficiente un mutamento dei comportamenti in campo energetico. A tal fine, si rende indispensabile un cambiamento di rotta anche in àmbito agricolo, basato su un uso delle risorse idriche e del suolo che sia del tutto sostenibile. Di fatto, un’agricoltura insostenibile conduce all’abbandono delle terre per erosione dei suoli, causata, per esempio, dalla deforestazione, a sua volta perpetrata per bramosie d’ulteriore sfruttamento rurale. La conseguenza è una crescente quantità di metano e CO2 immessa in atmosfera, dal momento che non più “trattenuta” all’interno delle specie vegetali. A tale riguardo, va considerato che il recupero delle terre abbandonate e la gestione sostenibile delle foreste sono in grado di fruttare maggior profitto del costoso sistema odierno. Ciò diviene ancor più impellente poi se si tiene conto dell’alto rischio desertificazione a cui più aree del pianeta sono esposte (Italia inclusa), per la diminuzione delle precipitazioni dovuta allo stesso innalzamento delle temperature medie. Chiaramente, tale aspetto ha delle conseguenze dirette sulla riduzione della produttività delle economie e, come stimato dal WWF, entro il 2030 determinerà la migrazione di 700 milioni di persone. Diverse altre sono le implicazioni dei mutamenti climatici con conseguenze nefaste a scapito dell’uomo stesso, non ultimi i problemi di salute e i decessi da ipertermia (secondo dati Oms, la nota ondata di calore del 2003 ha provocato 70mila morti solo in Europa). Da un recente studio pubblicato su Nature Climate Change emerge che se non si intervenisse affatto per ridurre le emissioni di CO2, la percentuale della popolazione mondiale soggetta a rischi da ipertermia entro il 2100 sarebbe del 75%. Il numero di vittime poi avutesi nel mondo per aumento d’intensità e frequenza dei fenomeni meteorologici estremi, dal 1997 a oggi è stato di oltre 520mila. Il cambiamento del clima implica, inoltre, la migrazione di specie vegetali e animali, nonché quella di protozoi, batteri e virus. L’aumento delle temperature ha, pertanto, consentito l’estendersi di malattie proprie delle zone tropicali, come la malaria, la febbre dengue e il colera; e a detta degli epidemiologi, aree italiane come la Pianura Padana, ad esempio, sotto questo aspetto sono notevolmente a rischio. Altre ancora potrebbero essere le conseguenze negative di una visione miope sul nostro prossimo futuro. E se non saremo in grado di fronteggiare in maniera appropriata tali sfide, continuando a far finta che nulla di rilevante stia accadendo, le ripercussioni subite potrebbero arrivare a coinvolgere la nostra sfera personale in modo molto più inaspettato e improvviso di quanto pensiamo.

 

 

 

 

 

 

 

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