Criminalità e contrasto

Caporalato, sei arresti a Latina. Omizzolo: “La legge funziona”

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“Commodo” è il nome che la Procura della Repubblica di Latina ha dato all’operazione condotta il 17 gennaio scorso dai sostituti procuratori Carlo Lasperanza e Luigia Spinelli, in collaborazione con la locale Questura guidata da Carmine Belfiore, contro imprenditori italiani e faccendieri vari che, per almeno due anni, avrebbero gravemente sfruttato oltre 400 lavoratori stranieri nelle campagne locali.

Si tratta, soprattutto, di rumeni e richiedenti asilo africani ospitati in centri di prima accoglienza diffusi nel territorio. La relazione tra sfruttamento del lavoro nelle campagne e sistema di accoglienza, quando quest’ultimo è legato a governance non adeguate o poco professionali, costituisce un tema urgente e, purtroppo, sottovalutato, che il recente “Decreto Sicurezza” acuirà drammaticamente, trasformando, di fatto, alcuni centri di prima accoglienza in “uffici di collocamento di manodopera migrante a disposizione dei caporali di turno” da impiegare nelle campagne del Paese.

Con l’operazione “Commodo” sono state arrestate sei persone mentre altre cinquanta sono indagate. Il reato imputato è quello di «associazione per delinquere finalizzata alla consumazione di una serie indeterminata di reati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, di estorsione, antiriciclaggio, corruzione, reati tributari, operando prevalentemente per il tramite della società Cooperativa “Agri Amici Società Cooperativa Agricola”, … nonché per il tramite della società “Ellebi srl”, società proprietaria dei mezzi utilizzati dalla cooperativa per il trasporto dei lavoratori». Gli stessi inquirenti, insieme alla Questura di Latina, hanno definito “indecenti” le condizioni di lavoro alle quali erano obbligati i lavoratori stranieri. Secondo le testimonianze, ogni mattina, infatti, i lavoratori si radunavano dinnanzi alla stessa azienda per poi essere trasportati attraverso i soliti furgoni, peraltro abilitati al trasporto di massimo nove persone e, invece, usati per trasportarne anche venti, nelle vicine aziende agricole, per lavorare nei relativi campi. Le retribuzioni corrisposte erano “palesemente difformi dai contratti collettivi nazionali o territoriali” tanto da prevedere circa 4,5 euro l’ora a fronte dei 7/12 euro previsti dal relativo contratto. Si aggiunge la “violazione della normativa relativa all’orario di lavoro, ai periodi di riposo” con circa 8/10 ore consecutive di lavoro al giorno, senza pause, se non 30 minuti, non retribuite, in cui pranzare; il “mancato pagamento dei contributi previdenziali ed assistenziali” con continue minacce di licenziamento per chi risultava restio a firmare buste paga non conformi a quanto realmente lavorato. Su di esse venivano registrate solo un terzo delle giornate effettivamente lavorate, come da prassi dimostrata più volte anche con riferimento alla comunità indiana locale. Infine, per non farsi mancare nulla, “l’inosservanza della normativa per la prevenzione degli infortuni sul lavoro”. A tutto questo si associavano violenze e ricatti continui. I lavoratori migranti, ad esempio, dovevano resistere al caldo e al freddo senza ribellarsi. Se non ce la facevano e se per una qualunque ragione, durante il tragitto, qualcuno di loro si fosse sentito male, veniva scaricato sul ciglio della strada per riprendere subito il viaggio criminale. I furgoni venivano guidati dagli stessi braccianti rumeni che nelle campagne svolgevano anche il ruolo di caposquadra. I richiedenti asilo africani, invece, a testimonianza di un’organizzazione del lavoro criminale fondata anche sul pregiudizio razzista, lavoravano in campagna avendo, come compito esclusivo, quello di obbedire agli ordini del padrone e del caposquadra e di sottoscrivere la tessera sindacale, stando all’accusa, con la Fai Cisl, di cui era segretario provinciale Marco Vaccaro, insieme alla relativa domanda di disoccupazione, successivamente retribuita dall’Inps, anche lui arrestato dalla Procura.

Una delle originalità di questa operazione, infatti, sta nell’intervento della Magistratura nei riguardi del c.d. “mondo di sopra del caporalato”. Insieme, infatti, a Marco Vaccaro, è stato tratto in arresto anche l’ispettore del lavoro Nicola Spognardi, che sarebbe reo, sempre secondo l’accusa, di aggiustare o impedire i controlli effettuati nei confronti delle due cooperative indagate, così da consentire al “sistema dello sfruttamento” di continuare senza particolari problemi la sua azione criminale. Si tratta di un’onta che colpisce un ufficio che ha cercato, sia pure coi pochi mezzi messi a sua disposizione, di combattere questa piaga. Per questa ragione, generalizzare, in questo caso, sarebbe un grave errore. Sono stati sequestrati, tra beni immobili, mobili e denaro, circa 4 milioni di euro, grazie alla corretta applicazione della nuova legge anticaporalato (legge 199/2016), per un introito illecito giornaliero di circa 10mila euro. Denaro che non veniva solo sottratto ai lavoratori ma anche allo Stato, considerando i mancati introiti in termini di imposte, tasse e contributi previdenziali. Vaccaro e Spognardi, se le accuse saranno dimostrate in giudizio, rappresenterebbero, dunque, l’anello di congiunzione tra il “mondo di sotto” del caporalato, fatto di violenze, sopraffazioni, sfruttamento per i lavoratori stranieri e pericoli continui per la loro salute, e “il mondo di sopra”, composto da soggetti che avrebbero il compito di controllare, verificare, accertare inadempienze e soprusi e che, invece, per interesse diretto, volgono la testa dall’altra parte.

Questa operazione dovrebbe stimolare la classe politica del Paese a migliorare le risposte repressive e preventive contro questo fenomeno. Invece, nessuna riflessione o dichiarazione degna di attenzione è arrivata dal Governo, se non il tentativo del Ministro Di Maio di appropriarsi indebitamento del merito di questa operazione, dimenticando il rispetto e il riconoscimento che si deve alla Procura e alla Polizia per il ruolo e il lavoro condotto. Inoltre, nessuna interrogazione parlamentare è stata presentata.

Eppure, si potrebbe interrogare proprio il Ministro Di Maio circa la responsabilità, in ipotesi, di qualche suo dirigente del Ministero dello Sviluppo Economico nell’aver aiutato i professionisti collusi pontini ad aggiustare le conseguenze delle ispezioni condotte nelle aziende incriminate. Si potrebbe, ancora, porre all’attenzione del Ministero dell’Interno, il documentato e crescente rapporto tra la peggiore prima accoglienza e il fenomeno del c.d. “caporalato”, chiedendo cosa intenda fare in tale senso, e ragione, inoltre, dei provvedimenti normativi che colpiscono, invece, la buona accoglienza e, in particolare, il sistema Sprar, lasciando invariate, di fatto, situazioni gravemente compromesse diffuse in tutto il Paese (https://www.leurispes.it/immigrazione-centri-daccoglienza-decapitati-dai-nuovi-bandi/) e, ancora, al Ministro Salvini, si dovrebbe domandare se ritiene opportuno o meno rafforzare, in termini di personale e di mezzi, la Questura locale, considerando che la presenza di poliziotti impiegati, inspiegabilmente, diminuirà di 190 unità nel prossimo futuro, e se ritiene utile impegnarsi concretamente nella lotta alle mafie in un territorio, come quello Pontino, in cui questo fenomeno risulta, ormai, radicato al punto da aver interessato anche la politica locale.

All’attuale Ministro dell’Interno andrebbe anche chiesto se, alla luce di questa fondamentale operazione, ritiene ancora necessario, come ha dichiarato insieme all’attuale Ministro dell’Agricoltura Centinaio, rivedere la recente legge contro il caporalato (legge 199/2016) perché parrebbe “non funzionare”. Difficile affermare una tesi di questa natura quando, proprio grazie al lavoro d’indagine condotto da ricercatori, associazioni (si pensi al lavoro della coop. In Migrazione), dalla Flai-Cgil e Cgil, giornalisti e, in particolare, dalle forze dell’ordine e dalla Procura, si sono individuate le matrici e gli interessi di un sistema di sfruttamento criminale che ha condannato, per anni, migliaia di uomini e donne alla schiavitù e che ora, finalmente, viene colpito. Un fenomeno che comprende rapporti strutturali con le varie mafie, nonché, caratterizzato anche da un sistema originale e pericoloso di tratta internazionale di esseri umani a scopo di sfruttamento lavorativo con riferimento, in particolare, alla comunità indiana locale. Si tratta di domande che evidentemente non interessano alla classe politica in Parlamento e che, per questa ragione, probabilmente resteranno non poste e dunque inevase.

Resta, comunque, ancora lungo il tragitto da percorrere per sconfiggere definitivamente lo sfruttamento e il caporalato. Ciò prevede investigazioni complesse, vertenze e azioni sindacali, servizi sociali adeguati alla complessità del fenomeno, riforme della Grande Distribuzione Organizzata e dei mercati ortofrutticoli, partendo da quello di Fondi (Latina), già oggetto di importanti inchieste e sentenze che hanno condannato importanti boss della mafia e della ‘Ndrangheta, fino a coraggiosi articoli d’inchiesta giornalistici. Forse, solo così questo Paese può recuperare il rispetto profondo nei riguardi delle Istituzioni, l’idea per cui un mondo senza caporalato e mafie è ancora possibile e che i migranti non sono di per sé un problema ma il problema sta in chi persiste in una narrazione razzista e bugiarda al solo scopo di conservare consenso e potere e condannando donne, uomini e bambini alla discriminazione e allo sfruttamento, spesso, peraltro, violando norme nazionali e internazionali.

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