Carcere: 41 bis, la linea del fronte

Lapresse03/02/2011 Firenze,ItaliaCronacaAula Bunker. Processo al mafioso colpevole dell'attentato a Firenze in via Dei Gergofili Francesco Tagliavia. presente in aula il pentito Spatuzzanella foto:la polizia Penitenziaria GOM

L’arresto dei mafiosi è il risultato di complesse investigazioni, di sinergie tra procure e Forze dell’ordine. Nel momento in cui la notizia si diffonde, plauso e riconoscimento. La soddisfazione dello Stato e dei cittadini. Di poi cala il sipario. Nel momento in cui si varca la soglia del carcere, scatta la dimenticanza. Dal “devono stare lì tutta la vita” al “basta che stiano in carcere” si perpetua un oblio che non vuole riconoscere come l’arresto della criminalità organizzata apra una nuova e complessa linea del fronte, quello del mondo carcerario. L’istituto del 41 bis, temuto dalle mafie, strumento discusso eppure efficace, è quanto di più complesso da gestire, comprendere, interpretare e affrontare che un Corpo di Polizia debba fare. IL GOM (Gruppo Operativo Mobile) della Polizia Penitenziaria, istituito nel 1997, è l’unità speciale preposta al delicato compito della custodia e controllo dei detenuti ad altissimo indice di pericolosità, ovvero sottoposti all’art. 41 bis O.P.

Il Generale di Brigata Mauro D’Amico è il Direttore del GOM, una decennale esperienza sul campo che non solo spiega questa linea del fronte ma propone un’analisi approfondita delle mafie nel mondo delle carceri. Per un nuovo appuntamento della rubrica Cosa vuole dire Mafia? di Sergio Nazzaro.

Le mafie si combattono, ma la lotta contro la criminalità organizzata finisce quando queste sono consegnate alla giustizia, oppure la lotta alle mafie continua anche nelle carceri, e come avviene questo contrasto?

La lotta alla criminalità organizzata continua e inizia all’interno del carcere, non dimentichiamoci i riti di investitura e affiliazione, gli “avvicinamenti” fra clan o fra organizzazioni mafiose effettuati proprio nelle carceri. È per questo che nasce il regime differenziato di cui all’art. 41bis II comma O.P. La lotta alla criminalità organizzata in carcere passa attraverso un monitoraggio assiduo e calibrato del detenuto e della sua vita intramoenia, l’analisi dei suoi contatti con l’esterno (colloqui, corrispondenza, pacchi, per esempio). Tutti dati che le D.D.A. competenti e la D.N.A.A. rielaborano in correlazione con le risultanze delle attività investigative esterne e permettono di ricostruire il puzzle dell’indagine. La lotta alla criminalità organizzata in carcere passa attraverso la professionalità degli operatori penitenziari che, opponendo un modello di legalità e irreprensibilità a comportamenti pretestuosi e prevaricatori, dimostrano al detenuto che vi è un’alternativa comportamentale che non si concretizza necessariamente nella violenza e nella prevaricazione. La lotta alla criminalità organizzata in carcere passa attraverso l’offerta trattamentale anche a detenuti restii alla rieducazione alla legalità.

L’istituto del 41bis è sempre al centro di grandi dibattiti giuridici e politici. Dovrebbe essere salutato come una delle strategie migliori contro le mafie, eppure vive di continue contestazioni. Perché accade questo e, dal suo punto di vista privilegiato, quanto è realmente efficace? 

Il regime di cui all’articolo 41 bis dell’Ordinamento è di certo uno strumento utilissimo al contenimento del potere dei boss mafiosi ristretti. La sua efficacia è stata riconosciuta da Procuratori in prima linea nel contrasto alle mafie. Le contestazioni riguardano alcune disposizioni ritenute troppo afflittive; in realtà, le vere limitazioni riguardano i contatti con l’esterno più che il vero e proprio benessere dei detenuti. Il punto, il fine, è proprio questo: un detenuto viene sottoposto a regime differenziato quando è riconosciuta la sua attuale capacità di collegamenti con l’associazione mafiosa, nonostante lo stato di detenzione. Pertanto, le prescrizioni del regime sono giustificate dal preponderante bene della sicurezza pubblica sulla libertà di comunicare con la propria organizzazione. Tramite la censura della corrispondenza e l’ascolto dei colloqui sono stati sventati omicidi, sono state salvate delle vite… Sono stati inferti colpi alle attività economiche illegali con cui le associazioni criminali si foraggiano. Questi sono concreti, tangibili benefici della corretta applicazione del 41 bis. Sul motivo delle contestazioni a questi risultati, fatti dimostrati da sentenze, non saprei risponderle. Spesso le condizioni di vita di un detenuto sottoposto a 41 bis vengono descritte come inumane sulla base di informazioni parziali quando non completamente false.

Non c’è una conoscenza, da parte della cosiddetta “società civile”, di quella che è la realtà dell’universo penitenziario ed è indubbio che una descrizione troppo afflittiva – mi permetta: spesso ai limiti della fantascienza – può far comodo a chi, per fini ideologici, attacca l’istituzione carcere. Come si fa a spiegare il mare a chi lo guarda e vede solo acqua?

A questo tipo di posizioni sono spesso sfruttate da esponenti di spicco della criminalità organizzata. Tuttavia, il regime differenziato ha retto perfino dinanzi alla CEDU, non è mai stato ritenuto illegittimo da alcun organo giudiziario.

La società civile guarda al mondo delle carceri con dimenticanza. Sorta di mondo parallelo che deve essere non solo dimenticato ma ignorato: i cattivi sono confinati, possiamo andare avanti. Perché c’è questa disattenzione, e perché invece il mondo delle carceri, il mondo dei percorsi riabilitativi sono importanti per la sicurezza del Paese e dovrebbero riguardare tutti? 

Penso che l’indifferenza nei confronti di quello che lei definisce “mondo parallelo” sia insita nella cultura della ricerca della serenità che tende a infilare nel dimenticatoio tutto ciò che è “male”. La lotta contro la criminalità organizzata non si esaurisce di certo con l’arresto dei singoli appartenenti alle mafie, tutt’altro, potrà dirsi vinta solo quando il fenomeno mafioso cesserà di esistere, quando la “mentalità mafiosa” sarà completamente eradicata. In questo senso, la vera “lotta alla mafia” è costituita più da iniziative sul territorio, iniziative di tipo culturale e morale più che da “una distaccata opera di repressione”, citando il compianto giudice Borsellino. Spesso nelle scuole vengono creati incontri con detenuti o ex-detenuti che raccontano le loro gesta. Si dovrebbero favorire incontri con le Forze dell’ordine e con le vittime dei reati al fine di far comprendere il male che causa l’adesione a uno stile di vita delinquenziale. Il carcere è sicuramente uno strumento utile alla lotta. In questo senso, quando esponenti della criminalità organizzata vengono assicurati alla giustizia, lo Stato ha il dovere di custodirli e, come dice la Costituzione, tendere a rieducarli e a reinserirli nella società. Di certo, con esponenti delle organizzazioni mafiose che hanno intrinseca, dentro di sé, una concezione distorta dello Stato questa opera è più impegnativa, bisogna avere fiducia nelle generazioni future e nei giovani, innestare il concetto che lo Stato è presente, c’è, anche nelle realtà più piccole, degradate, dove il disagio sociale e la disperazione portano le persone oneste a perdere la fiducia nello stesso e ad affidarsi a queste organizzazioni. I mafiosi sono uomini che si sono inseriti in questo “spazio” lasciato colpevolmente scoperto dalle Istituzioni, sono una rumorosa minoranza. Sarebbe auspicabile che invece di mostrarne all’opinione pubblica l’immagine di “super uomini” – immagine che loro stessi tentano di proiettare e che sovente viene ingigantita sui mass media – si mostrasse un’immagine più vicina alla realtà, ossia semplici uomini ai margini della società che hanno trovato un modo di approfittare di questo vuoto, sostituendosi allo Stato, arricchirsi incancrenendo il tessuto sociale e spesso contaminando le Istituzioni.

Nella sua lunga esperienza al GOM, quale tra i capi mafia le ha lasciato una forte impressione e come mai le ha lasciato questa impressione? 

Sicuramente Bernardo Provenzano. Il suo sguardo era ghiaccio puro, imperturbabile.

Quanto le mafie temono il carcere, è un reale deterrente, oppure è vissuto come un punto di passaggio obbligato e quindi non lo temono. E dall’altra parte, che cosa è necessario fare per contrastare la criminalità organizzata anche dentro il mondo delle carceri?

I mafiosi sanno che prima o poi finiranno in carcere; infatti, organizzano la loro latitanza con dovizia di particolari (si pensi ai bunker lussuosi che i casalesi si erano fatti costruire nei loro paesi), si sposano in giovane età e si assicurano un’abbondante prole che porterà avanti l’attività quando loro saranno in carcere. Sono sicuramente consapevoli dell’attuale permeabilità del circuito Alta Sicurezza, quindi sanno che finché restano in Alta Sicurezza potranno continuare a impartire ordini ai sodali in libertà. Tuttavia, temono il 41 bis perché, nonostante assicuri loro una carcerazione “dorata” (camera singola con evitamento dei problemi di convivenza come condivisione dell’apparecchio Tv, del bagno, ecc.), ha come contrappeso la limitazione dei contatti con l’esterno. È questo il più grande vulnus per un boss.  

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