Accordo RCEP: molto di nuovo sul fronte orientale

Il 15 novembre, a Hanoi, sotto la presidenza vietnamita dell’ASEAN e a margine del trentasettesimo ASEAN summit i dieci Stati membri dell’associazione hanno firmato con Cina, Giappone, Corea, Nuova Zelanda e Australia l’RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership).

L’accordo, da molti definito storico, corona un negoziato di oltre otto anni e marca forse più un successo della paziente (e, su questi temi, consensuale) diplomazia dell’ASEAN, che non di quello della leadership cinese nell’area.

Una rassicurante affermazione del multilateralismo in un’epoca di sovranismi e dei “my country first”? Un successo dell’apertura dei mercati come risposta a un ritorno a fascinazioni protezionistiche propiziate dalla drammatica esplosione, prima, e difficile gestione, poi, della pandemia di Covid-19?

Vi è chi, sostenendo la tesi di un auspicabile ritorno agli strumenti multilaterali in risposta alla distruttiva frammentazione del sistema globale che ha connotato l’ultimo quadriennio e portata agli estremi dalla pandemia globale, sottolinea la connessione ideale fra il Forum di Jeju per la pace e la prosperità svoltosi in Corea (5-7 novembre), quello di Parigi della Pace (11-13 novembre) e la chiusura del RCEP. Di sicuro, l’accordo dimostra che il nuovo regionalismo mantiene il suo dinamismo anche in un momento storico in cui il protezionismo sembrerebbe l’unica alternativa al multilateralismo in crisi.

Tuttavia, al di là degli aspetti simbolici e formali, vi sono la sostanza politica e quella economica.

Sotto il profilo politico è evidente che l’accordo rappresenta un risultato positivo per l’intero quadrante. Si tratta, infatti, del primo Free Trade Agreement (FTA) fra Cina, Giappone e Corea, che sono rispettivamente la prima, la seconda e la terza economia asiatica. La Cina, poi, si ritrova, in posizione di vantaggio nell’indo-pacifico, complici la dimensione della propria economia e le defezioni di India – preoccupata dalla concorrenza industriale cinese – e Usa – usciti dal Trans-Pacific Partnership (TPP)[1] per il timore dell’amministrazione Trump di una massiccia emorragia di investimenti americani verso quelle latitudini. Se i benefici discendenti dal RCEP sono per Pechino molteplici e inducono a ritenere definitivamente tramontata l’idea che la Cina possa essere isolata in un contesto economico globale, l’accordo è però la pietra angolare di un blocco asiatico che ha già il proprio posto nel quadro delle relazioni economico-commerciali mondiali.

America First, ma non più Alone

Sotto il profilo economico, sono i numeri a parlare: i 15 membri dell’RCEP rappresentano il 29% del Pil mondiale, il 30% della popolazione globale possono contare su 2,2 miliardi di consumatori. Non a caso, si prevede che l’accordo porterà nel prossimo decennio a un incremento del reddito mondiale di $ 209 miliardi all’anno e il commercio globale di $ 500 miliardi. Non solo; benché sia innegabile una certa limitatezza di ambizioni – la riduzione dei dazi è graduale e non supera il 95%, interviene su linee tariffarie già ampiamente liberalizzate; non vi sono previsioni su aspetti ambientali o sociali e anche quelle su barriere non tariffarie, proprietà intellettuale, armonizzazione doganale, standard tecnici non sono particolarmente avanzate – l’accordo segna un significativo progresso nel campo delle regole di origine. Esso stabilisce, infatti, l’equivalenza di produzioni e lavorazioni svolte in qualunque Stato firmatario ai fini degli scambi infra-blocco. Di qui il crescente incentivo a integrare le catene del valore regionale e la conseguente accelerazione del processo di localizzazione di attività produttive nei paesi ASEAN (cosiddetta strategia Cina+1) che sta a cuore alle aziende nipponiche e coreane (e a quelle cinesi) e che comunque avvantaggerà molti attori regionali a cominciare dal Vietnam.

Menzione a sé merita, poi, il capitolo dedicato all’e-commerce che affronta con attenzione i temi dell’ampliamento dell’accesso a quel mercato promuovendo una significativa espansione di tale tipo di transazioni e delle industrie digitali nel quadrante. Ciò anche in considerazione del fatto che nei paesi firmatari hanno sede molti dei principali operatori mondiali del settore: dalle cinesi Wechat e Alipay, alle nipponica Line, coreana Kakao Talk, indonesiana Gojeck e singaporeana Grab.

È difficile, quindi, ridurre l’RCEP, al netto dei suoi limiti, a strumento neocolonialista cinese verso il proprio “giardino di casa”. E in assenza di quello che avrebbe potuto essere un grande piano Marshall statunitense per la regione a garanzia di standard più elevati sia in campo infrastrutturale che valoriale, è innegabile che l’accordo favorirà la crescita e l’integrazione della regione.

Che cosa significa per l’interesse nazionale italiano?

In questo ambito, l’interesse nazionale italiano va considerato in stretta connessione con quello dell’intera Ue, poiché il commercio internazionale è una delle competenze esclusive di Bruxelles.

Concreto è l’interesse europeo a non “subire” un simile sviluppo regionale come peraltro dimostrato dalla conclusione, lo scorso primo dicembre, dell’accordo di associazione Eu-ASEAN. Ciò è a fortiori vero se, come alcuni ipotizzano, la nuova amministrazione Usa cercherà sì di rafforzare i legami di sicurezza con il Sud-est asiatico e tornare a impegnarsi nei forum regionali (con un occhio al Mar Cinese Meridionale), ma difficilmente potrà invertire il declino dell’influenza statunitense nella regione. Un’adesione di Washington agli FTA regionali è, infatti, al momento difficilmente ipotizzabile alla luce dei numeri al Senato e del clima generale nel paese su questi temi.

Bruxelles dunque non può permettersi di “stare a guardare”. D’altra parte, l’Ue è presente nell’area dell’RCEP: vi vende merci per circa € 500 miliardi e sono milioni i dipendenti diretti e indiretti dei grandi gruppi europei che operano nella regione. Inoltre, al di là del dato economico strictu sensu, esiste anche un interesse oggettivo dell’Unione a sostenere soluzioni simili al RCEP. Esse, infatti, in quanto figlie di un moderno regionalismo, inclusivo e rispettoso dei metodi di cooperazione multilaterale, rafforzano i principali assi del multilateralismo, oggi in difficoltà. Tutto ciò senza, però, evitare di riconoscere che l’impianto dell’accordo è meno avanzato, sui temi sociali e dei diritti umani, dei più recenti accordi commerciali conclusi dall’Ue con Vietnam e Giappone, che, appunto, vengono definiti di “nuova generazione”, perché “deep and comprehensive”.

Da queste considerazioni, appaiono evidenti le implicazioni per l’Italia, fra l’altro a sua volta legata da un accordo di associazione all’ASEAN concluso lo scorso ottobre. Se le autorità dei 15 stakeholder agiranno conseguentemente all’impegno appena assunto, dando il via a rapidi processi di ratifica e provvedendo a garantire un business environment sempre più trasparente e informato anche a beneficio delle aziende europee e nostrane, il nostro Paese si avvantaggerà delle previsioni contenute nell’accordo. Molte delle nostre catene del valore guardano a Est e una maggiore integrazione regionale su quello scacchiere può rivelarsi altamente vantaggiosa per noi non solo in un’ottica “China+1” ma anche in termini di accresciuta competitività.

[1] Dopo l’uscita degli Usa dal TPP, l’accordo si è evoluto nel Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTPP) e ha come firmatari Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam.

L’articolo è disponibile anche in inglese https://www.leurispes.it/nothing-quiet-on-the-eastern-front/

 

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