Attualità

Come e perché il virus sta cambiando il mondo

La pandemia pone sfide trasversali destinate a impattare nell’immediato futuro su molteplici settori della nostra vita. Il Rapporto del Word Economic Forum ha realizzato una sorta di mappa della trasformazione: lavoro, tecnologia, turismo, commercio, gli àmbiti che dovranno affrontare un cambiamento senza precedenti. «Decine di milioni di posti di lavoro persi e spostamento in massa dagli uffici alle abitazioni. Un terremoto – si legge nel rapporto – è in atto che ha spinto i governi a prevedere strumenti di sostegno. L’esempio delle aziende high tech statunitensi fa pensare a un utilizzo permanente del lavoro a distanza di molti settori, ma questa è solo la parte di un “nuovo contratto sociale” che dovrà tener conto di nuove esigenze, prima di tutto l’ambiente, che rappresenta la vera scommessa del futuro».
Il salto di sistema ma soprattutto di approccio culturale in un mondo segnato da livelli di complessità crescente richiede una risposta, tutti siamo coinvolti in una partita dall’esito per nulla ovvio.

Ne usciremo migliori? Non è affatto scontato
«Uscire migliori da questa tragedia, è un fatto per nulla scontato – ha ricordato Papa Francesco in occasione del primo Angelus pronunciato finalmente in pubblico dopo l’isolamento – serve cambiare nel profondo e costruire positivamente». Cambiare e costruire, trasformare secondo un progetto e non spinti dal caso, questo il punto nodale. «La crisi che stiamo vivendo chiama in causa noi sindacati per primi – commenta Stefano Ponzoni segretario generale Snfia (Sindacato alte professionalità del settore assicurativo) a valle di una web conference (“L’evoluzione del lavoro al tempo del Covid-19” n.d.r.) che ha coinvolto una parte significativa del mondo produttivo –. «Si pensava che lo sviluppo tecnologico avrebbe portato verso una completa disintermediazione, in una generale estinzione dei corpi sociali intermedi; in realtà stiamo scoprendo quanto sia importante mantenere, anche in questa fase di distanziamento forzato, la vicinanza con le donne e gli uomini che rappresentiamo e di cui dobbiamo accompagnare la crescita culturale, prima ancora che professionale. C’è tanto da fare sul piano della contrattazione, perché nuove modalità come il telelavoro, non finiscano per mortificare la libertà, l’autonomia, e le legittime aspirazioni di crescita dei tanti colleghi che operano in un sistema industriale di cui stanno velocemente mutando gli assetti».

L’evoluzione del lavoro al tempo del Covid-19
Se l’attualità impone scenari sempre nuovi, sarebbe gravissimo pensare di affrontarla senza investire adeguatamente sul terreno della formazione. «L’innovazione – puntualizza Roberto Panzarani (docente di Innovation Management e Governo dell’Innovazione Tecnologica presso la sede romana dell’Università Cattolica del Sacro Cuore), il quale sta per dare alle stampe Il nuovo paradigma – se non adeguatamente preparata, può diventare un pericoloso “salto nel buio”. Grandi multinazionali, da Google a Facebook, come fa giustamente notare il Rapporto del Wef, hanno già annunciato che per più del 50% della loro forza lavoro l’ufficio diventerà un lontano ricordo. Questo comporta una trasformazione profonda non solo per le realtà produttive, ma anche per le città che conosciamo e abitiamo, le quali assumeranno un profilo architettonico e urbanistico inedito. Dobbiamo, a questo punto, chiederci in che posizione si trovi l’Italia in questa rivoluzione rispetto ad altre nazioni europee. Ripensare il lavoro e il sociale in un contesto ambientale che vede il corpo collettivo sofferente, minacciato dall’emersione di nuove povertà, sarà la nuova parola d’ordine, non dimenticando che solo dando linfa alla comunità solidale potremo rilanciare il modello di un capitalismo che ha mostrato la corda». Un’Italia più coesa, soprattutto non più vittima della separazione tra Sistema e Paese – facciamo nostra la metafora che Gian Maria Fara ha esposto nel suo ultimo libro, L’Italia del “nì” (Minerva Edizioni, pagg. 42-44) – in cui élite e popolo sappiano ricominciare a parlarsi di certo aiuterebbe a raggiungere obiettivi ambiziosi e a superare il drammatico deficit di fiducia che taglia le gambe a qualsiasi iniziativa.

A giudicare dall’indagine di AstraRicerche (promossa dal Forum della Meritocrazia e dalla CIDA, discussa a Milano) – che ha coinvolto oltre 1.600 manager in Italia (69% dirigenti, 14% quadri e liberi professionisti) associati a Manageritalia (43,7%), Federmanager (21,9%), e, per la PA e il mondo della scuola gli associati a FP CIDA (17,1%) – le preoccupazioni di Panzarani non sono, purtroppo, il frutto di ostinato pessimismo. Stiamo facendo una sterzata spinti dall’emergenza, ma ancora non abbiamo compreso che competenza e merito – al di là delle tante dichiarazioni di facciata che affermano il contrario – devono essere la nostra Stella polare e rimangono, invece, un tabù. Dimentichiamo troppo spesso che bisognerà avere le carte in regola, soprattutto sul terreno delle conoscenze, per riavviare i motori di un Paese che sta, con molta fatica, provando a lasciarsi alle spalle i giorni bui del lockdown. Lo studio fa vedere molto bene come per quasi il 94% dei manager, quadri e dirigenti la svolta meritocratica dovrebbe essere una priorità per i governi nazionale e locali (il 65,1% risponde “molto”), perché il Paese avrebbe un miglior sviluppo economico e sociale (lo pensano quasi tutti, il 97,4%, con il 74,4% che sceglie “molto”). Peccato, però, che la meritocrazia è lenta ad imporsi perché, di fatto, porta svantaggi a chi è abituato a “lucrare” su una presunta debolezza che in fondo fa comodo (84,2%). Stesso ragionamento si può fare per chi si avvale di reti informali di tipo familistico o relazionale (79,8%) e per quella gran parte della popolazione che non è abituata a reggere il confronto di un contesto “sfidante” (59,9%). Sarebbe, invece, il caso di abituarsi in fretta, per non perdere l’ultimo treno dello sviluppo. Ne è convinta Laura Bertolini che, oltre ad essere impegnata sul fronte sindacale, è tra i massimi esperti di fenomenologie del cambiamento: «Il dibattito si sta in questi mesi giustamente concentrando sulla modalità del telelavoro. Va ricordato, a questo proposito, che per sfruttarne al meglio i vantaggi servirà un vero cambio culturale basato su una reale delega al dipendente, con una sua responsabilizzazione e, anche, spazio di autonomia. La progettualità più fallimentare sarebbe quella che disegnerebbe una mera “remotizzazione” delle attività controllate con una reperibilità continua attraverso i dispositivi digitali. Quello che in particolare si avverte è l’assoluta necessità di preservare il valore aggiunto della presenza umana e della socialità lavorativa. Tutto ciò implica la previsione di sufficienti giornate di compresenza della squadra lavorativa in azienda e momenti di condivisione e progettualità comuni, senza i quali si perderebbe la “socialità” del lavoro, l’empatia, il confronto, la possibilità di apprendere dall’esperienza dei colleghi e, quindi, di realizzare una proficua condivisione e un giusto passaggio di conoscenze».

La “frontiera mobile” della privacy
Nel nuovo orizzonte delle trasformazioni degli spazi e dei tempi del lavoro disegnate dal Wef, si innesta con prepotenza la delicata frontiera della privacy, territorio accidentato che bisogna saper presidiare e difendere, come sostiene Boris la Corte, che ha da poco pubblicato un saggio intitolato Data Protection e ospitalità turistica nel quale affronta i delicati risvolti di quello che si configura, sempre più, come il “capitalismo della sorveglianza” per usare la celebre definizione di Shoshana Zuboff.
In un universo digitale che si nutre di dati e di beni immateriali, la posta in palio è, di fatto, molto alta. Sono tanti i rischi che corriamo, ad essere sotto scacco è la nostra vita, fino all’essenza delle nostre scelte esistenziali oltre che politiche e lavorative. «La sfera dei diritti fondamentali – il ragionamento di La Corte – persino gli assetti democratici del mondo occidentale possono risentirne quando c’è scarsa attenzione e più in generale immaturità nell’affrontare. Dobbiamo cercare di comprendere come lo spazio cibernetico sia diventato un bene comune. Se la cyber security è l’altra faccia della privacy bisognerà ricordarsi che tecnologia e diritto dovranno allearsi se vorremo avere una corretta governance digitale e scongiurare il pericolo di essere costretti a vivere nello stretto àmbito di una democrazia a tutti gli effetti “vigilata”».

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