Coronavirus ed Europa. La poetessa Sica: “Scrittori dimenticati. Ma i libri sono mappe di civiltà”

Dopo Dacia Maraini e il filosofo Roberto Esposito, prosegue il ciclo di interviste sul futuro dell’Europa realizzate con esperti, studiosi e politici. Carmelo Cedrone, coordinatore del Laboratorio Europa dell’Eurispes, dialoga questa volta con Gabriella Sica, poetessa e scrittrice.

Oggi di fronte alla crisi e alle paure che la pandemia sta generando si fa un gran parlare, spesso vacuo. Secondo lei, ci sono le condizioni per un ripensamento serio sul modo di concepire la vita e i suoi valori? Ciò potrà favorire l’introduzione di regole nuove nel rapporto tra gli attori a livello globale?
C’è un grande problema nel mondo che ne intreccia e ne trascina molti altri: un incremento demografico enorme. Pare che dagli anni Sessanta, quando io ero una bambina, la popolazione si è più che raddoppiata, un incremento ben superiore a quello sviluppato in secoli e millenni. Questo comporta accumuli spaventosi di rifiuti, inquinamento atmosferico (e mi viene da pensare che i cinesi la mascherina la portano già da anni), corsa folle verso il saccheggio delle risorse della Terra, deturpazioni continue del paesaggio, danni ambientali, minacce nucleari e cambiamenti climatici, come il riscaldamento globale. La pandemia in corso nel mondo intero è una spia e una conseguenza di tutto questo. Si è detto che nessuno avrebbe mai immaginato che sarebbe successo un simile aggressivo attacco di un nemico misterioso e indomabile per noi uomini, perennemente illusi sulla nostra modernità, sulle “magnifiche sorti e progressive” del secolo che sempre si mostra “progressivo e sciocco”. La Dichiarazione dei diritti umani del 1948 ha finalmente stabilito che “i diritti umani siano protetti da norme giuridiche”. Ma l’uomo a volte sa essere bestiale, sempre in guerra con qualcuno, come vediamo in America anche in questi giorni. L’uomo deve sviluppare la sua umanità e la relazione con chi è Altro, con la pluralità e diversità delle culture e delle fedi. E sperimentare su di sé un cambiamento personale, nel nostro piccolo mondo, che si è così ridotto in questo periodo, riconoscere che abbiamo doveri verso gli altri. A volte basterebbe un po’ di gentilezza, se non vigesse la legge del più forte. La confidenza con le diverse religioni si è indebolita, perfino la poesia, che è l’espressione essenziale dell’umano, pare esclusa se non fosse che i poeti esistono ancora, quasi a dispetto del mondo. Simone Weil, a guerra appena iniziata, vagheggiava una Costituente per l’Europa che, rovesciando il primato illuminista del principio assoluto dei diritti, comprendesse una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano, nella sua integrità di anima e corpo. Invece la mancanza di rispetto, il non riconoscere la fragilità dell’altro, malgrado sviluppi e social, persiste tragicamente.

In questo scenario drammatico, com’era prevedibile, emerge chiaramente la divisione e l’assenza dell’Europa, nonostante i suoi generosi tentativi in corso. Questo può portare a un definitivo distacco dell’opinione pubblica dalle istituzioni attuali, meglio dalla Germania, che sinora aveva respinto qualunque principio di solidarietà? Uno scenario di distruzione che dobbiamo accettare passivamente o che potrebbe cambiare con la scelta tedesca di accettare l’emissione di debito europeo per far fronte alla pandemia? Basta per evitare la fine di tutto e far avanzare l’Unione politica?
Posso solo dire che l’idea dell’unità europea è nata nella prospettiva di una nuova civiltà dopo gli spaventosi abissi delle due guerre mondiali tanto ravvicinate. Un’idea che nella pratica non può essere un’entità fissa o metafisica ed è infatti diventata un’entità concreta, con le sedi parlamentari, ma è anche un movimento perpetuo e non definitivo, un processo di avvicinamento a un difficile equilibrio dei diversi paesi. Certo l’introduzione dell’euro è stata per l’Italia un trauma mai guarito, ma il ritorno indietro sempre sventolato come minaccia e propaganda politica non può funzionare. Conosco giovani dell’Erasmus, i primi nostri giovani europei, che sono delusi. E pure bisogna aggiustare le cose, con civiltà, lavoro e rispetto, non guardare anacronisticamente a un paese con i confini fissi, ormai impossibile.

Gli/le intellettuali, le donne e gli uomini di pensiero, della cultura, ignorati e spesso assenti dal dibattito, salvo eccezioni, cosa possono fare per evitare una “rottura” e/o per salvare quel che resta dell’Unione?
Intanto suggerirei di smettere di parlare di rottura e resti dell’Ue, che ci salva comunque da altre guerre, e non è poco. Lavoriamo, educhiamo giovani che siano fino in fondo cittadini europei, si deve fare più Europa, e più europei. Gli scrittori ci sono sempre, e lavorano. Magari bisognerebbe ascoltarli di più. Anche io ho scritto un libro, uscito cinque anni fa, sul nostro continente, Cara Europa che ci guardi (1915-2015). Mi sono ispirata a figure autorevoli, da Simone Weil a María Zambrano, da Sereni a Pasolini e Zanzotto. E in questo mio libro ibrido, l’Europa è delineata come fibra delle generazioni che ci hanno precedute nella prima e nella seconda guerra, e linfa vitale della vita e del corpo, nei nostri decenni. Era un momento cupo per l’Ue, ma io ho voluto vederla con fiducia. E avevo anche previsto che sarebbe arrivata una pandemia. Noi ci siamo sentiti presi alle spalle, ma gli avvisi c’erano stati e ne avevo scritto in questo libro: “Aumentano le temperature e aumentano i cicloni, gli incendi e i sismi, nella generale serra che è il mondo. Quanti casi di asma, infarto e tumori sono da ricondurre a emissioni inquinanti! … Tornano le infezioni di malattie dell’infanzia che erano state debellate con il vaccino. In agguato la minaccia di una peste moderna, di cui, chissà, l’ebola è stato un annuncio: nel mondo globale il giardino d’Europa non si potrebbe salvare, come il giardino assediato dalla peste a Firenze, ricordata nel Decameron”. Gli scrittori ci sono ma non vengono letti e tanto meno davvero ascoltati. Si pensa che i libri siano solo romanzi o poesia. E non mappe di civiltà con implicite importanti istruzioni.

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