Innovazione

“Golden Power e il 5G”, non è il titolo di un film 007 ma la nostra vita

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È il 2012 quando la Repubblica Italiana si dota (finalmente) di uno strumento fondamentale in tempi di globalizzazione tecnologica: la cosiddetta Golden Power (letteralmente: Potere d’Oro).
Si tratta della possibilità che il Governo ha di esercitare un potere speciale d’intervento sulle scelte delle imprese operanti in alcuni àmbiti. Quali? La legge (legge 56/2012) li definisce così: «difesa e sicurezza nazionale, nonché alcuni ambiti ritenuti di rilevanza strategica nei settori dell’energia, dei trasporti, delle comunicazioni».

Chiunque può comprendere che si tratta di settori che operano nel profondo della vita dei cittadini. Se la difesa e la sicurezza nazionale sono, per così dire, dei “classici” elementi costitutivi dell’interesse nazionale, è possibile che al cittadino comune possa sfuggire la ragione per la quale la Repubblica abbia deciso di dotarsi della possibilità di intervenire sulle comunicazioni.

Il neonato governo Conte ha infatti esercitato il Potere d’Oro sul 5G e forse la ragione per cui lo ha fatto può non essere lampante.

Innanzitutto, di che cosa parliamo: 5G è il “tag” di una nuova tecnologia informatica. Consentirà di connettere oggetti (dallo smartphone al tubetto del dentifricio), impostare nuovi modi di vivere (gioco, mobilità, lavoro, eccetera). Insomma, pare non sia azzardato dire che il 5G rivoluzionerà le nostre vite, connettendo cose e persone alla rete. Per realizzare la grande promessa del 5G occorrerà costruire una infrastruttura tecnica ‒ cosa che gli operatori stanno già facendo ‒ fatta di apparati e software.

Qui sta il punto: l’infrastruttura rischia di essere cinese, in quanto i principali produttori battono, per così dire, bandiera rossa. La questione, allora, diventa: può un grande Paese occidentale, membro fondatore dell’Ue e della Nato, strategico nel Mediterraneo, sede della Chiesa Cattolica, potenza industriale fra le principali del pianeta (siamo nel G7, non dimentichiamolo), correre il pericolo che la propria vita quotidiana futura poggi su delle infrastrutture pensate, costruite (e, forse, controllate) dalla principale potenza non occidentale?

Il problema è squisitamente legato alla sicurezza e alla libertà dei cittadini: privacy, nel XXI secolo, significa libertà. E allora il Governo, esercitando la Golden Power, non ha fatto altro che obbedire alla Costituzione, l’edificio supremo della libertà di noi cittadini. La Cina non sembra aver accolto positivamente questa notizia: ai nostri diplomatici il compito di farle comprendere che si trattava di un atto dovuto e non di uno sgarbo.

Abbiamo una buona Costituzione.

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