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Costruzioni, Medio Oriente, PNNR e infrastrutture: intervista a Federica Brancaccio, Presidente ANCE

di
Paolo Scacco

Pubblichiamo l’intervista alla Presidente dell’ANCE Federica Brancaccio, insieme alla quale procediamo a una analisi dello stato del settore costruzioni in Italia toccando varie questioni: PNRR, crisi delle forniture, rigenerazione urbana, infrastrutture e incentivi edilizi.

Presidente Brancaccio, qual è lo stato di salute del settore delle costruzioni in Italia?

Lo stato di salute del settore delle costruzioni, come monitorato dal nostro Osservatorio congiunturale, è sicuramente positivo. Dopo un decennio abbastanza drammatico, fino al 2020, grazie soprattutto al PNRR, abbiamo finalmente vissuto una stagione in cui le imprese sopravvissute hanno ripreso a lavorare, contribuendo in maniera molto forte alla crescita del Paese, specialmente nei primi anni dopo la pandemia e fino allo scoppio della guerra in Ucraina.
Abbiamo condotto anche un’indagine sullo stato patrimoniale e sui bilanci delle imprese: si è tornati a investire, e la fotografia attuale del mondo delle costruzioni è quella di un settore sano, con imprese che sono cresciute in modo equilibrato e che hanno investito nelle proprie strutture.


 

Dodici giorni fa è scoppiata la guerra. Che cosa ha significato concretamente per il vostro settore?

Purtroppo abbiamo già vissuto una situazione analoga con lo scoppio del conflitto russo-ucraino. Anche questa volta, a 48 ore dall’escalation, le imprese di costruzioni hanno ricevuto lettere dai fornitori con richieste di aumenti clamorosi: sul bitume, per esempio, si parla già di un rincaro del 40%. L’impatto non è solo sui costi energetici diretti in cantiere o sul gasolio per i trasporti: la criticità maggiore riguarda i materiali con componente petrolchimica – bitume, plastiche, elementi in PVC – ma anche l’acciaio, che sta subendo aumenti significativi. Si aggiunge il problema delle scorte: in questo momento c’è grande preoccupazione su quanto a lungo reggeranno le forniture. Una parte di quello che stiamo vedendo è speculazione, ma una parte è realtà. E tutto questo accade proprio mentre le imprese sono impegnate a rispettare le scadenze del PNRR: non è possibile semplicemente rallentare e aspettare che la bufera passi.

In questa situazione, quale provvedimento chiede nell’immediato al Governo, e quale direzione indica all’Europa?

Il taglio delle accise è il primo intervento necessario, anche perché è il più immediato. Ma in un’emergenza di questa portata serve una risposta europea coordinata: l’Europa deve decidere come reagire per evitare un’ulteriore perdita di competitività. Il nostro continente è fortemente manifatturiero, e una crisi energetica di questo tipo ci colpisce in modo pesante. Mi dispiace dirlo, perché siamo tutti consapevoli dell’importanza di mantenere i conti in ordine, ma forse è anche il momento di ripensare, almeno temporaneamente e in questa fase emergenziale, al Patto di stabilità.

Che cosa dice invece ai suoi associati? Come affronta questa fase il mondo imprenditoriale?

Agli associati posso dire: ci siamo già passati, e ci siamo passati in un momento in cui le nostre imprese erano in condizioni ben peggiori di quelle attuali. Oggi il settore è più solido, ha investito, si è rafforzato. Il messaggio è: nervi saldi e fiducia. Questo Paese, e con lui il sistema produttivo europeo, ha già saputo reagire a una crisi di questo tipo.

Uscendo un attimo dal tema “guerra”, anche se immanente, nei giorni scorsi ANCE ha avanzato una proposta chiamata “Le città da vivere”. Si torna quindi a chiedere una legge organica sulla rigenerazione urbana?

Ormai oltre il 50% della popolazione mondiale vive nelle aree urbane e la tendenza è in crescita. Eppure le nostre città non riescono più a rispondere alle esigenze di una società contemporanea. Pensiamo a Napoli, una città che oggi viene percepita come attrattiva, eppure continua a perdere popolazione: questo ci dice che attrattività e qualità della vita non dipendono solo dall’immagine, ma dalla capacità concreta di offrire lavoro, servizi e accessibilità.
Le città devono diventare inclusive e attrattive, ma allo stesso tempo occorre ridurre la pressione sui pochi grandi centri urbani, distribuendo infrastrutture e servizi anche nei territori oggi spopolati. Dopo il Covid pensavamo tutti che si sarebbe verificato un esodo verso le aree interne: non è successo, perché in quelle aree mancano infrastrutture e servizi essenziali.
C’è poi il grande tema dell’adattamento climatico. Stiamo assistendo a fenomeni sempre più ravvicinati e devastanti: le città possono essere il laboratorio dove sperimentare le buone pratiche di adattamento e mitigazione. Abbiamo le tecnologie, abbiamo le competenze. Quello che serve è una legge organica che metta insieme rigenerazione, manutenzione del territorio, innovazione e inclusione sociale.

Tema grandi infrastrutture e quindi ponte sullo Stretto. L’ultima notizie è che la Ragioneria generale dello Stato ha sollevato obiezioni sugli extracosti. Qual è la posizione di ANCE?

ANCE è favorevole al Ponte sullo Stretto: è un’opera fondamentale, necessaria per il Paese. Ma deve essere un’opera aggiuntiva, non sostitutiva rispetto a tutto il resto — dalla manutenzione del territorio alle piccole e medie infrastrutture, fino all’emergenza abitativa. Non entriamo nel dettaglio delle osservazioni della Ragioneria, convinti che ci saranno risposte adeguate. Quello che però vogliamo sottolineare è un problema più strutturale: questo Paese deve imparare a programmare davvero. Continuiamo ad assistere a slittamenti e riprogrammazioni continue, anche su opere che sembravano pronte a partire. La programmazione deve diventare affidabile, altrimenti non si costruisce fiducia né verso le imprese né verso i cittadini.

Il presidente dellEurispes Gian Maria Fara, in uno scritto del 2021, indicava il commissariamento come strada quasi obbligata per sbloccare i cantieri. Quella situazione è ancora attuale?

Sì e no. Il nuovo Codice degli appalti e il suo correttivo hanno certamente migliorato le procedure ordinarie, in particolare per le infrastrutture: i tempi tra la decisione di realizzare un’opera e la sua aggiudicazione si sono significativamente ridotti. Quindi qualcosa è migliorato. Rimane però ancora molto da fare. Ad esempio, alcune semplificazioni introdotte con il PNRR – che hanno permesso ai Comuni di raddoppiare la capacità di spesa – dovrebbero diventare strutturali. Quanto al commissariamento diffuso, ANCE è storicamente contraria: è il sintomo che la normativa ordinaria non funziona a sufficienza. Fa eccezione il caso delle calamità naturali, dove nominare commissario il presidente della Regione colpita è una scelta di buon senso. Ma il ricorso sistematico ai commissari nasconde ancora norme da riformare.

Sulla stagione degli incentivi – dal Superbonus al PNRR – l’Italia dovrebbe dotarsi di un sistema di incentivazione stabile per il settore privato?

Sì, e questo è un tema fondamentale. Oggi c’è ancora una grande frammentazione: gli incentivi sono dispersi in mille rivoli, senza una visione di lungo periodo. Servono incentivi strutturali, duraturi, ma misurabili – con un controllo chiaro dei risultati e dei costi per la finanza pubblica. Il Superbonus è stato una misura straordinaria, nata in un momento straordinario, che ha consentito al Paese un salto di qualità eccezionale sul piano della riqualificazione energetica. Aveva luci e ombre, ed è giusto fare tesoro di entrambe per costruire un sistema incentivante più equilibrato.
Il punto di partenza è questo: il 75-80% del patrimonio immobiliare italiano è stato costruito prima di qualsiasi normativa energetica o sismica. Accompagnare le famiglie e i privati nella riqualificazione di questi immobili è una necessità, non un’opzione. E su questo bisognerebbe avere anche il coraggio di dire che alcune costruzioni andrebbero demolite e ricostruite secondo criteri moderni, nell’ambito di una visione più ampia di rigenerazione urbana.
Un’ultima considerazione: quando si parla del costo degli incentivi, si tende a guardare solo la spesa. Ma si dimentica il ritorno: gli incentivi mettono in moto l’economia, creano occupazione, generano gettito fiscale. Mille euro investiti non sono mille euro di costo netto. Quindi sì: incentivi strutturali, con attenzione ai conti pubblici, ma con una visione completa del rapporto costi-benefici.

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