Innovazione

Google democracy e nuovi monopoli

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Le indiscrezioni sull’antitrust europea che si appresterebbe a multare Google. in  realtà rimandano a precedenti tentativi, al momento andati a vuoto. Ma oltre la questione della multa, cosa si cela concretamente dentro e dietro il quasi-monopolio del gigante di motori di ricerca? Oltre l’annichilimento della concorrenza, ciò che preoccupa maggiormente è il la funzione di”snodo” tutt’altro che neutro che google incarna nell’indirizzare gli utenti del web. Non esistono solo i rischi – certezze,  in realtà – di privilegiare questo o quel soggetto imprenditoriale che usa la rete come principale vetrina delle sue merci e dei suoi servizi. Su di un piano più profondo Google crea una sorta di esclusiva “agenda netting” che determina gli orientamenti e i consumi anche culturali, e conseguentemente la sensibilità collettiva e la qualità delle democrazia. Che cosa si può realisticamente fare? Come introdurre elementi di concorrenza tra i giganti del web? Abbiamo chiesto a Michele Di Salvo, esperto dei meccanismi della rete, di inquadrare per noi il problema partendo dalle specificità che in web incarna ed esprime.

 

La questione di fondo, nell’affrontare i problemi del web, e dei suoi giganti, va affrontata comprendendo le peculiarità del mondo digitale e delle sue economie, e non cercando di ricondurre quel mondo alla struttura di spazio tempo e quindi norme letteralmente del “secolo scorso” e della old-economy.

Il principio cui siamo abituati è quello della territorializzazione delle società – e quindi della fiscalità e delle norme sia commerciali che di diritto del lavoro e societario – e delle transazioni, sia di scambio commerciale che di informazioni. Il web invece non ha territorio, né è immaginabile assoggettare quel mondo a norme che non tengono conto di queste peculiarità.

Questo è l’errore di fondo. Da cui discende ogni discussione occasionale su questo o quel caso, su questa o quella azienda, o su questa o quella norma o sentenza. la cronaca piuttosto dovrebbe servirci come esempio concreto per comprendere che le norme che cerchiamo di immaginare e di adeguare al mondo digitale devono essere invece radicalmente ripensate e quindi ri-strutturate.

Facciamo l’esempio della privacy – che è la vera merce di scambio della rete in termini di informazioni, con cui ad esempio spesso inconsapevolmente paghiamo i servizi apparentemente gratuiti di Facebook ma anche di Google, per non parlare di Microsoft: in molti hanno esultato per la dettagliatissima normativa che il garante italiano ha immaginato e di fatto imposto a Google l’hanno scorso. Un lunghissimo testo dettagliatissimo sulle cose che si possono o non possono fare e su quante autorizzazioni l’utente debba fornire.
Google – per “gli amici” BigG – ha risposto semplicemente affermando “perfetto, tutto il non previsto è legittimo”. Ha quindi comunicato con chiarezza a chiunque avesse una mail gmail, un account GPlus o visitasse googlemaps “caro utente, non possiamo darti questo servizio se non aggiorni le autorizzazioni delle privacy-policy”. In meno di sei giorni il 98% degli utenti aveva autorizzato qualsiasi cosa.

Si badi bene, Google non ha aggirato alcuna norma italiana: ha solo preso una norma concepita per il secolo scorso e per aziende nazionali, territoriali, statiche, e l’ha “tradotta” in termini web, di fatto adeguandosi perfettamente. Al punto che nella sostanza tutta quella normativa è di fatto tecnicamente ininfluente.

Lo stesso avviene in ambito fiscale: il web non ha territorio. puoi fare un’azienda con sede legale in Lussemburgo, con polo logistico ad Amsterdam, usare un corriere mondiale per le consegne, e rifornirti dove meglio credi: Cina, India, Sudamerica… e rivendere ovunque nel mondo. E assumere con contratti di lavoro tramite la tua consociata decine di migliaia di persone nel paese che ti offre i migliori vantaggi.
Del resto il tema non riguarda solo il web. Fiat ha adesso sede legale in Inghilterra, sede amministrativa in Olanda, sede tecnica in USA, e si rifornisce e produce dove ha maggiore convenienza. Più in piccolo Eatitaly si fa ristrutturare i propri showroom con contratti edili stipulati con imprese rumene – con contratti meno onerosi, meno garanzie sindacali, meno orari fissi.

Per tornare a Google, si configura un regime di monopolio “tecnico”, ma la vera domanda è “esiste un’alternativa”? Se quell’algoritmo di ricerca viene stimato dal 78% degli utenti mondiali come “il migliore” o “il preferito”, che può fare Google? Peggiorare la qualità del proprio sviluppo?
L’autorevolezza di Google non è data da comportamenti attivi che hanno portato alla chiusura di concorrenti, né come nel caso di Microsoft all’inserimento di Explorer come browser automatico (in danno quindi ai concorrenti), ma da una precisa scelta dei consumatori. Ostacolarlo sarebbe come porre un limite all’audience di un canale televisivo perché “troppo buono” o ad un quotidiano perché “troppi lo leggono” o a un sito web (appunto) perché troppi lo visitano.
Si finanziassero – se si può – delle alternative, e poi si vedrà.

La verità è che Google offre apparentemente in maniera gratuita una serie di ottimi servizi agli utenti, e questi utenti lo trovano qualitativamente valido, sostenibile, semplice intuitivo, e alcuni di questi servizi “irrinunciabili”. Di fatto ogni norma attuale contro Google finisce con il diventare una sorta di “norma contro gli utenti”, perché li priva di qualche funzione per loro utile e tecnicamente gratuita: li priva di un servizio.

La vera domanda è quindi: mettiamo che Google impazzisse e dicesse “ok, non mi interessa lavorare così, non rendo accessibili i miei servizi ai cittadini italiani o europei”… sarebbe un buon servizio? sarebbe una cosa utile?
Un approccio corretto non è normare nel dettaglio, ma comprendere il fenomeno.
Per farlo, occorrono analisti con competenze nuove e precise che diano indicazioni chiare,
dopo di che la norma che ne scaturisce deve avere “caratteristiche nuove”.

Due esempi.
Invece di normare qualsiasi virgola sulla privacy, basterebbe fare un elenco chiaro delle cose che non si possono fare, prescindendo da quante autorizzazioni si debbano avere, come modificare le policy o altro: semplicemente dire “questo, in qualsiasi modo e forma, non si può fare”: punto.
Invece di arginare faffarinosamente le regole di localizzazione fiscale, basterebbe dire con chiarezza: il luogo fiscale e il territorio dove avviene materialmente la transazione; quindi se io acquisto un Mac in Italia, iva e imposte vanno pagate in Italia, anche se il computer mi arriva dall’Olanda, fatturato dall’azienda irlandese di cui il negozio sotto casa è “un semplice consulente” (il caso concreto della Apple).
Nel caso della pubblicità di Google sarebbe opportuno normare che le imposte per la raccolta vanno calcolate sulla sede dell’inserzionista, e quelle sui guadagni del sito che accoglie la pubblicità nella sede del sito ospite. In questo caso ci potrebbero essere anno essere migrazioni, ma alla fine chiunque percepisca danaro ne pagherà le imposte.

Il punto semmai è che per immaginare questo tipo di norme servono competenze che normalmente le grandi multinazionali possono permettersi, e contemporaneamente i governi e gli organi normativi non hanno nemmeno in mente – per età, formazione, forma mentis o semplice inesperienza e abitudine.

In questo vuoto, e in questo divario, le “aziende del nuovo mondo” crescono e prosperano.
Quasi fosse una nuova fase darwiniana.

 

 

 

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