La nuova emergenza nazionale sono le mafie foggiane

Le mafie pugliesi sono un mondo sconosciuto di ferocia e di violenza. Gruppi criminali strutturati e trasversali che hanno messo in ginocchio per decenni un’intera regione. L’eccidio di San Marco in Lamis (Foggia) in cui perdono la vita due vittime innocenti, i fratelli Luciani, apre, finalmente, uno squarcio su questa realtà, disvelando un mondo complesso, arcaico ma aggressivamente proiettato verso nuovi confini.

Giuseppe Gatti approda alla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, dopo aver lavorato per dieci anni alla DDA di Bari dove si è occupato di terrorismo, mafia foggiana, mafia garganica, mafia barese, traffico di droga, omicidi ed estorsioni, traffico di rifiuti, tratta e riduzione in schiavitù. Gatti è uno dei massimi esperti di criminalità organizzata in Puglia, ma non solo. Esplora con forte coscienza civile non soltanto la necessaria e dovuta risposta sul piano giudiziario al fenomeno, ma individua nuovi strumenti culturali per contrastarlo, attraverso l’elaborazione della “legalità del noi”.

Il Sostituto Procuratore Gatti ha pubblicato, come autore, La legalità del noi e Alle mafie diciamo NOi per Città Nuova, e l’antologia Spezzare le catene che affronta la piaga del caporalato.  

 

Società foggiana, mafia garganica, mafie pugliesi: ci può aiutare a mettere ordine in tutte queste definizioni, perché ne abbiamo così tante e quali sono i tratti distintivi di ciascuna, se mai ce ne sono? 

Le mafie foggiane sono mafie ben strutturate, radicalmente incardinate nel territorio in cui operano, capaci di stabilire interconnessioni al loro interno attraverso l’adozione di modelli tendenzialmente federali, con proiezioni nazionali e internazionali.

Quelle dell’area foggiana sono mafie di cui si sente parlare assai poco, ma che le relazioni della DNAA degli ultimi anni indicano come il fenomeno criminale che desta il maggior allarme sociale nel distretto barese, al punto da assurgere, soprattutto negli ultimi tempi, a vera e propria emergenza nazionale.

Plurime ed autorevoli fonti istituzionali individuano nelle mafie foggiane l’espressione più pericolosa ed insidiosa delle mafie pugliesi. Alcuni dati, per capirci.

Dal 2007 fino a poco tempo fa, non c’erano collaboratori di giustizia nel foggiano; dal 1978 ad oggi abbiamo registrato nel foggiano oltre 300 fatti di sangue con matrice mafiosa e solo il 20% di questi omicidi è stato risolto; sempre fino a poco tempo fa, nessuna vittima di mafia foggiana era solita denunciare i propri carnefici: quei pochi coraggiosi al processo ritrattavano quasi sempre. In taluni àmbiti del foggiano il pagamento del pizzo continua ad essere vissuto ed accettato con la stessa normalità con cui lo Stato procede alla riscossione delle tasse. 

Proprio recentemente, il Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, Federico Cafiero de Raho, ha chiaramente detto che le mafie foggiane sono da annoverare tra i nemici numero uno dello Stato Italiano. Le mafie di Capitanata si articolano storicamente in tre poli: Società Foggiana, Mafia Cerignolana e Mafia Garganica: si tratta di organizzazioni che hanno conservato immutata nel tempo la propria capacità operativa.

La Società Foggiana è l’organizzazione mafiosa che opera principalmente nella citta di Foggia: nasce a metà degli anni Ottanta, ma un suo primo riconoscimento definitivo in sede giudiziaria si registra solo nel 1994 con la sentenza “Panunzio”.

La Mafia Cerignolana nasce negli anni Novanta. La sentenza storica sulla mafia Cerignolana è quella relativa al processo “Cartagine”, che diventerà definitiva nel 1997. È l’11 novembre del 1987 quando a Palermo si conclude il maxi processo a Cosa Nostra con 19 ergastoli. A Foggia, 10 anni più tardi si chiude il processo “Cartagine” alla mafia Cerignolana: gli ergastoli sono ben 15, appena 4 in meno rispetto a Palermo. Ciononostante del processo “Cartagine” pochissimi conoscono l’esistenza.

Con la Mafia Garganica la situazione è un po’ più complicata. Il fenomeno parte dalla fine degli anni Settanta e viene clamorosamente sottovalutato e liquidato come semplice faida pastorale. Solo nel 2006, con la sentenza “Iscaro-Saburo”, si avrà il riconoscimento del carattere mafioso del sodalizio criminale operante nel Gargano, attestato in via definitiva dalla Corte di Cassazione nel 2009.

A questi tre poli va, da ultimo, aggiunto quello della cosiddetta Mafia Sanseverese che, come dimostrano le ultime operazioni antimafia, sembra essersi sganciata dal suo ruolo di articolazione periferica della Società Foggiana e avere acquisito una sua autonoma configurazione.

Pur mantenendo distinte articolazioni, le mafie foggiane hanno radici condivise e, soprattutto, procedono secondo un comune modello di sviluppo.

 

Questa prima linea delinea subito un fenomeno complesso e articolato che rappresenta un concetto poco ribadito; “mafia” è solo una parola che non spiega le diverse stratificazioni dei gruppi. Le mafie della Capitanata in quale solco criminale agiscono?

Le mafie della Capitanata hanno dimostrato di essere capaci di coniugare tradizione e modernità, un binomio che si è poi rivelato vincente. La tradizione è quella della ’Ndrangheta, quella del familismo mafioso della ’Ndrangheta. Ma è anche quella della Camorra, quella della ferocia spietata della Camorra cutoliana. La modernità è la vocazione agli affari, la capacità di infiltrazione nel tessuto economico-sociale; la scelta strategica di colpire i centri nevralgici del sistema economico di questa provincia: l’agricoltura; l’edilizia e il turismo.

Abbiamo detto del familismo mafioso di queste mafie. Nel foggiano, vincolo di sangue e vincolo di mafia sono spesso due facce della stessa medaglia. Qui, da molto tempo, non esistono le affiliazioni. Il vincolo mafioso non si acquisisce mediante un battesimo, ma si tramanda molto più semplicemente da padre in figlio. Il rito di affiliazione serve ad introdurre il “picciotto” nella famiglia mafiosa, proprio per segnare un passaggio di appartenenza: dalla famiglia di “mamma e papà” alla famiglia del clan, quella che, da quel momento in poi, diventerà per l’uomo d’onore l’unico punto di riferimento.

 

Invece, nella provincia di Foggia quali sono i tratti che le contraddistinguono?  

Nel foggiano è tutto diverso. Qui la famiglia biologica è la mafia sono, spesso, una cosa sola: non si fanno più le affiliazioni perché si è capito che non c’è nessun passaggio di appartenenza da compiere. E così vendicare un padre, facendo strage dei membri del clan rivale, diventa la missione familiare che una madre consegna nelle mani del giovane figlio maschio. Nel foggiano il bene più importante che un boss si preoccupa di lasciare a suo figlio, con tanto di testamento, è il titolo di capo e la reggenza del clan.

 

Sembra che una violenza particolarmente efferata sia quasi una sorta di matrice, di marchio distintivo, anche se poi la violenza non conosce gradi di differenziazione.

Ho fatto prima un cenno anche alla “ferocia”, quella ferocia di matrice cutoliana che caratterizza queste mafie. Non è un caso se, proprio nel foggiano, Raffaele Cutolo ha istituito ufficialmente la Nuova Camorra Pugliese, come una promanazione, in terra di Puglia, della N.C.O. È il 1979 quando, presso l’Hotel Florio di Lucera, nasce la Nuova Camorra Pugliese. Raffaele Cutolo incontra i rappresentati più autorevoli delle diverse organizzazioni criminali pugliesi: tra i presenti vi sono esponenti di quella che, qualche anno dopo, diventerà la Società Foggiana.

L’obiettivo di Cutolo era molto ambizioso: estendere il controllo egemonico della N.C.O. sulle coste pugliesi, per spostare le rotte dei traffici del contrabbando dal Tirreno (dove comandavano i Marsigliesi) all’Adriatico, ovvero sotto il controllo della neonata organizzazione di matrice camorristica, che avrebbe fatto capo a Raffaele Cutolo. Quando si parla di ferocia di stampo cutoliano, viene subito in mente la cosiddetta strage del Bacardi. Foggia, come Chicago degli anni Venti. È l’alba dell’1 maggio 1986 quando i sicari fanno irruzione nel circolo Bacardi e, sparando all’impazzata colpi di kalashnikov, causano la morte di 4 persone.

Con questo bagno di sangue viene decretata la fine del clan Laviano e, in questo modo, viene sancita la definitiva emancipazione della mafia foggiana dalla Sacra Corona Unita, di cui i Laviano erano gli ultimi referenti. Da quel momento in poi sulle terre foggiane non si potrà mai più parlare di Sacra Corona Unita.

Ma la ferocia spietata di matrice cutoliana la ritroviamo ancora più emblematicamente presente nelle caratteristiche strutturali della Mafia Garganica. La Mafia Garganica, è una mafia a cui spesso non basta sparare; è una mafia che i cadaveri li fa sparire; li brucia nelle macchine insieme ai copertoni delle ruote oppure li butta dentro le Grave; le nostre bellissime e suggestive Grave, come quella di Zazzano, che si scoprono essere veri e propri cimiteri di mafia. A volte non basta cancellare una vita; ci vuole di più.

E che cosa c’è, oltre il cancellare una vita, uccidere una persona, per questi mafiosi?

Bisogna cancellare anche la memoria di quella vita: ecco perché nell’omicidio di mafia garganica c’è quasi sempre il classico “colpo di grazia” con il fucile a pallettoni, esploso direttamente sul volto a brevissima distanza.

Una ricerca dell’istituto di Medicina Legale dell’Università di Foggia, partendo dall’analisi degli esami autoptici sulle vittime di omicidi di Mafia Garganica, ha evidenziato la ricorrenza dell’uso di armi munizionamento spezzato, ovvero di notevole forza esplosiva e la prevalenza di lesioni cranio-encefaliche, con la presenza quasi sistematica del cosiddetto “colpo di grazia”, diretto al volto e alla teca cranica ed esploso quasi a contatto.

Prima ha accennato alla modernità delle mafie della Capitanata, in che cosa consiste questa caratteristica e come si sta evolvendo?

Le mafie di Capitanata sono, allo stesso tempo, organizzazioni che si stanno dimostrando capaci di stare al passo con la modernità, pronte a cogliere e a sfruttare le nuove sfide e le nuove opportunità della globalizzazione, stabilendo legami e interconnessioni.

Le operazioni antimafia danno conto di un sistema di alleanze criminali tra la mafia foggiana, la mafia garganica e la criminalità organizzata cerignolana, ma anche di collegamenti con le mafie storiche e con le mafie straniere.

Un salto di qualità importante è stato poi compiuto negli ultimi tempi proprio dalla Società Foggiana: una mafia che oggi si va connotando sempre di più come mafia degli affari. Importanti inchieste hanno messo in luce la capacità della Mafia Foggiana:

  • di intessere proficue alleanze economiche con importanti cartelli mafiosi, come il clan dei “Casalesi”, allestendo una sorta di join venture per produrre quantitativi industriali di banconote false;
  • di infiltrarsi nella Pubblica amministrazione, mettendo pericolose radici all’interno della società partecipata che si occupava della raccolta e del trasporto dei rifiuti solidi urbani della città di Foggia oltre che in alcune cooperative ad essa collegate;
  • di investire i propri capitali in àmbiti strategici dell’economia locale, come quello agro-alimentare (nei settori legati alle tre grandi risorse della Capitanata, il vino, il grano e il pomodoro), sviluppando le prime ramificazioni verso il Nord-Italia;
  • di finanziare, mediante l’usura, la piccola imprenditoria locale, ora più che mai in difficoltà per la grave crisi pandemica in atto.

 

Ma sono mafie che vivono solo di contrapposizioni con altri clan, oppure sta accadendo qualcosa di nuovo in questo scenario?

Negli ultimi tempi, si sta sempre più registrando la tendenza dei clan foggiani a superare le antiche contrapposizioni e a valorizzare il modello consociativo di tipo consortile, proiettandolo sull’intero àmbito provinciale, secondo un modello di sviluppo che sembra ricalcare il percorso evolutivo della ’Ndrangheta. Si tratta di un segnale particolarmente inquietante, che attesta la vitalità operativa di un sistema criminale organizzato che, dopo aver consolidato il controllo del territorio in cui opera e prospera, comincia ora a guardare “fuori”, alla ricerca di orizzonti nuovi e inesplorati.

 

In una sua recente relazione al XV Comitato della Commissione Antimafia, dedicato alla criminalità organizzata in Puglia presieduto dal senatore Marco Pellegrini, fa un excursus tra anni di silenzio, culminati con l’eccidio in San Marco in Lamis, e la risposta dello Stato. Le chiedo perché abbiamo sempre questa dinamica in Italia, tra recrudescenza delle mafie, anni di violenza e silenzio e poi, solo dopo, una risposta ferma e decisa? 

Certamente la negazione o comunque l’enorme sottovalutazione del fenomeno hanno rappresentato un fattore importante che ha consentito a queste mafie di crescere e di prosperare.

Non si è trattato, tuttavia, di una situazione che ha riguardato solo le mafie foggiane.

In realtà, tutte le mafie nel loro processo di affermazione sul territorio di riferimento hanno sempre beneficiato di una fase iniziale in cui società civile e le Istituzioni hanno fatto fatica a riconoscere e ad accettare di avere “a casa propria” un problema così grave. Sulle mafie foggiane siamo in ritardo e questo ritardo, purtroppo, lo stiamo ancora pagando.

Il quadruplice omicidio di San Marco in Lamis è stato un momento tremendo, che ha segnato profondamente un territorio già da tempo martoriato da una violenza spietata e sanguinaria. Normalmente si tende a liquidare le guerre tra clan come un regolamento di conti interno ai circuiti mafiosi, come “fatti loro”, come cose che non ci possono e non ci devono riguardare.

Il sangue innocente versato in quel tragico, infuocato, giorno di agosto ha drammaticamente chiamato in causa la comunità foggiana e l’intera nazione, facendo percepire, forse mai come prima, che le mafie foggiane sono una emergenza nazionale, una terribile piaga sociale che riguarda ciascuno di noi e che ci chiama in causa in prima persona.

Lo Stato sta facendo la sua parte e i fatti lo documentano. Vi è stato, infatti, un significativo rinforzo delle strutture di contrasto sul territorio. È stato creato il reparto dei Cacciatori di Puglia, una struttura dell’Arma dei Carabinieri specializzata nel controllo del territorio e nella ricerca di latitanti. È stato istituito un nuovo Reparto di Prevenzione Crimine a San Severo. Sono state create a Foggia le sezioni operative del ROS dei Carabinieri e della DIA. I risultati non si sono fatti attendere.

Dal 9 agosto 2017 ad oggi: sono state effettuati sequestri patrimoniali per un ammontare complessivo di oltre 30 milioni di euro e oltre 60 operazioni antimafia di contrasto personale e patrimoniale; sono state attinte da misura cautelare quasi 400 persone; sono state sequestrate decine di tonnellate di droga e un enorme quantitativo di armi e munizioni; sono state emesse 67 misure interdittive antimafia nei confronti di imprese collegate o comunque condizionate dalle organizzazioni mafiose foggiane. A ciò si aggiunga che sono state sciolte per mafia le Amministrazioni comunali di M. S. Angelo, Mattinata, Manfredonia e Cerignola.

Insomma, penso si sia oramai capito che è venuto per tutti il tempo di schierarsi e di decidere veramente da che parte stare.

 

In uno suo intervento, lei scrive di “sviluppare la legalità organizzata”, unitamente ad un concetto che propugna da anni, ovvero “la legalità del noi”. Personalmente, li ritengo innovativi strumenti di lotta alle mafie. Ho sempre pensato che le mafie non possono essere solo sconfitte sul piano giudiziario, ma c’è bisogno di altro, ovvero della cultura e del senso di comunità.

Sono sempre più convinto che la vera potenza della mafia risieda essenzialmente nel vuoto lasciato sul territorio dalla comunità e dalle Istituzioni, un vuoto che genera solitudine, una solitudine che schiaccia, che opprime, che genera senso di rassegnazione e che uccide la speranza. Reagire alla mafia vuol dire proprio questo, vincere la solitudine: questo lo possiamo fare solo insieme, facendo confluire la testimonianza personale in un grande progetto di riscatto comunitario, contrapponendo alla potenza dell’IO mafioso la straordinaria e incontenibile forza del NOI. Questi anni di lavoro, prima alla DDA di Bari e ora alla DNA, mi hanno fatto comprendere l’importanza della squadra, di come il contrasto alle mafie debba essere sviluppato e strutturato secondo lo schema inclusivo della rete, con una cooperazione costante tra i diversi organismi. È quello che sta succedendo nel foggiano, dove la DDA di Bari e la Procura di Foggia, oramai da anni, lavorano insieme gomito a gomito; dove poliziotti, carabinieri e finanzieri operano sul territorio in perfetta sinergia, mettendo tutti reciprocamente a disposizione degli altri i propri patrimoni di conoscenza e di professionalità. Al contrasto giudiziario si affianca un’altrettanta significativa e sinergica attività di contrasto amministrativo da parte della Prefettura di Foggia. Si lavora insieme, si fa sistema insieme.

Circolarità delle relazioni, condivisione delle strategie e cooperazione istituzionale: queste sono le linee guida del nuovo metodo di lavoro di un’unica grande squadra, la “squadra Stato”. I risultati sul campo sono sotto gli occhi di tutti: sono ricomparsi, dopo più di un decennio, nuovi collaboratori di giustizia foggiani; ci sono le prime vittime che hanno il coraggio di denunciare; iniziano a risolversi anche gli omicidi di mafia foggiana, con pesanti condanne dei responsabili. La mafia foggiana continua certamente a farsi sentire in tutta la sua pericolosa carica di violenza, ma ora, finalmente, non siamo più all’anno zero. E questo sta facendo crescere la fiducia della gente, che è la cosa più importante, perché si vince quando Istituzioni e società civile riescono, insieme, a costruire e a sviluppare il senso del NOI.

 

Ha una rete europea la Società Foggiana, può contare su ramificazioni e appoggi in altri paesi o siamo in presenza di una mafia che ha confini territoriali ben delimitati?

Come si è già detto, le mafie foggiane stanno crescendo e si stanno aprendo sempre più alla modernità. Una svolta importante sono le relazioni che le mafie foggiane stanno sempre più strutturando con le mafie straniere nell’ambito del narcotraffico internazionale. L’Albania è diventata uno dei più grandi produttori mondiali di marijuana e le coste garganiche hanno rappresentato un punto di approdo privilegiato per lo sbarco in Italia di decine di tonnellate di stupefacente destinato al mercato nazionale ma anche a quello europeo. La sanguinosa guerra di mafia esplosa nel Gargano in questi ultimi anni ha una delle sue più importanti chiavi di lettura proprio nell’assunzione di un ruolo egemonico all’interno del territorio viestano.

Ed invero, il controllo di Vieste da parte delle organizzazioni mafiose garganiche ha assunto un ruolo strategicamente cruciale: controllare Vieste significa assumere il privilegio di poter interloquire con i cartelli albanesi e diventare una componente importante della rete del narcotraffico internazionale.

Anche con riferimento al traffico di cocaina, le organizzazioni foggiane hanno sviluppato importanti relazioni con narcotrafficanti colombiani stanziati in Olanda, talvolta anche grazie alla presenza di esponenti della criminalità organizzata foggiana che si sono traferiti ad Amsterdam.

I proventi del narcotraffico stanno accrescendo enormemente le capacità finanziarie dei sodalizi foggiani, stimolando ulteriormente i percorsi di infiltrazione nell’economia legale e l’effettuazione di investimenti economici sempre più significativi nel Nord Italia e nell’Europa dell’Est. Anche in questo nuovo scenario l’azione di contrasto procede nella fondamentale valorizzazione dello spirito di collaborazione e della cooperazione con le Forze di polizia e le Autorità giudiziarie degli altri Stati coinvolti. Deve ritenersi oramai superato, nelle indagini internazionali, il modello investigativo di tipo burocratico, fondato sulla rogatoria.

Il retropensiero di fondo per anni è stato di questo tipo: “io, autorità nazionale, le indagini me le faccio per conto mio (perché non mi fido di nessuno) e quando ho bisogno di acquisire una prova all’estero mi rivolgo, attraverso il canale di interlocuzione ministeriale, al collaterale organo giudiziario, limitandomi a formulare una specifica richiesta e ad attendere, magari per anni, una qualche risposta”.

Ora, perlomeno in àmbito europeo, si è oramai affermato, al posto del modello burocratico, un modello di cooperazione relazionale assolutamente innovativa fondata su rapporti diretti ed immediati tra i magistrati e le Forze dell’ordine degli Stati coinvolti, sulla continua condivisione delle informazioni e sul reciproco coinvolgimento nella comune attività investigativa: questo è il modello delle squadre investigative comuni.

Solo così si può passare da un’azione di contrasto locale ad un contrasto sovranazionale e magari, in prospettiva, giungere all’obiettivo di una comune attività di contrasto globale al crimine organizzato. Sì, perché la globalizzazione non può e non deve restare una risorsa esclusivamente per la criminalità organizzata.

 

Quindi, dal suo punto di vista, il modello delle rogatorie è stato completamente inefficace, se non fallimentare. Perché?

Perché si è rimasti lontani, distanti, diffidenti, perché ha continuato a dominare l’autoreferenzialità. Quando invece si ha la possibilità di incontrarsi, di interagire direttamente, di condividere “a monte” analisi di contesto e scelte di strategia investigativa e processuale, ci si sente tutti parte di un’unica squadra, si sviluppa un senso di appartenenza ad una realtà, quella internazionale, che rappresenta il momento di incontro e di massimo potenziamento e valorizzazione delle differenti esperienze investigative nazionali. In questo senso, un ruolo fondamento lo giocano anche quegli organismi internazionali di cooperazione giudiziaria preposti alla promozione e al coordinamento dell’indagine transnazionale ma soprattutto alla facilitazione dei percorsi di incontro, di dialogo e di reciproca comprensione tra le diverse autorità nazionali coinvolte. Anche qui i risultati di questo nuovo metodo di lavoro non si sono fatti attendere. La manifestazione della volontà collaborativa del primo nuovo collaboratore di giustizia foggiano è stata, infatti, raccolta negli uffici della polizia di Amsterdam, all’esito di una proficua cooperazione investigativa e giudiziaria intercorsa tra la DDA di Bari e la Procura di Amsterdam, con il coordinamento di Eurojust e della DNAA.

 

Lei ha trascorso molti anni in prima linea fronteggiando la criminalità organizzata in Puglia, che cosa l’ha maggiormente colpita, c’è stato un momento o una situazione che le rimane impressa? 

Qualche anno fa mi stavo occupando di un’indagine su una serie di estorsioni che erano state effettuate ai danni di commercianti e imprenditori del Gargano. Nelle intercettazioni, un indagato racconta al suo interlocutore di una estorsione che stava realizzando ai danni di un pubblico esercente, fa il nome dell’estorto, indica tempi, importi e modalità di pagamento della tangente. Decido a questo punto di assumere a sommarie informazioni la vittima, perché senza le sue dichiarazioni sarebbe facile dire in aula che gli indagati quel giorno stavano allegramente scherzando tra di loro, millantando cose che non avevano mai fatto.

Convoco la parte offesa e, durante l’audizione, contesto al povero malcapitato le intercettazioni, dandone atto a verbale: in questo modo voglio tutelare quel cittadino, ma allo stesso tempo voglio che si senta responsabilizzato a collaborare, senza alibi.

Egli all’inizio nega, anche di fronte all’evidenza, nega. Alla fine, dopo tanto tempo, ammette timidamente che quanto ascoltato dalle intercettazioni effettivamente non era poi così lontano dalla verità. Penso di aver raggiunto un risultato importante. Penso che ci siamo, penso che qualcosa si muove, che per qualcuno la vita può ricominciare con un ritrovato spirito di libertà e di speranza, come quando ci si libera da un grosso peso che ci opprime e ci impedisce ogni movimento. Niente di tutto questo.

Quel cittadino lascia l’ufficio disperato, più che terrorizzato. Gli chiedo: “Cosa c’è. Hai ancora paura degli estorsori? Ti abbiamo assicurato una protezione. Faremo arrestare i responsabili”.

“No – mi fa lui – il problema non è questo. Il mio vero problema è che in paese quando si saprà di quello che è successo oggi, nessuno, dico nessuno, verrà più a prendere il caffè nel mio bar”.

È stato per me un momento sconvolgente: ancora oggi a raccontarlo mi vengono i brividi. La potenza della mafia era tutta lì, in quel caffè che nessuno avrebbe mai più preso in quel bar!

Mi si spalanca un mondo.

Comprendo che la radice della potenza della mafia non è dentro ma è fuori dalla mafia: è nel vuoto di comunità, un vuoto che nasce da quella “legalità dell’Io” che tutti noi ci portiamo dentro: quella che ci fa tirare a campare; che ci fa guardare dall’altra parte; che ci spinge a farci sempre i fatti nostri; a pensare che se le cose vanno male è sempre colpa di qualcun altro; a pensare che non toccherà mai a me. E cosa genera il vuoto di comunità? Il vuoto di comunità genera solitudine, una solitudine che, in terra di mafia, è una solitudine mortale.

L’IO e il NOI due modi di intendere la vita, due modi di intendere se stessi e il rapporto con l’altro, due modi di essere anche dell’idea stessa di legalità. E proprio così.

 

Che cosa si augura per il futuro?

Io spero che sia finito il tempo degli eroi e dei grandi maestri, che sia oramai giunto il tempo del NOI, perché è solo nella condivisione reciproca delle esperienze e delle diverse ricchezze personali che possiamo trovare la forza e il coraggio di dare risposte nuove a questo periodo di crisi, una crisi economica, culturale, educativa e sociale, una crisi che è, prima di tutto, una crisi del NOI. La “potenza dell’Io” si può combattere solo con la “forza del NOI”. Sì perché in questo NOI ci siamo tutti, cittadini ed Istituzioni. Nessuno può tirarsi indietro o rimanere a guardare: bisogna scegliere da che parte stare o qualcuno sceglierà al posto nostro.

 

Quindi si arriva al tema della responsabilità, delle scelte consapevoli e soprattutto al tempo del dover scegliere.

Una responsabilità personale e collettiva allo stesso tempo. Questo NOI ha bisogno del contributo personale di ognuno, di un contributo fatto spesso di sofferenza: soprattutto quando le conseguenze dell’andare contro corrente si pagano sulla propria pelle. Per molti anni si è pensato che con queste mafie si dovesse convivere se non addirittura farci affari, come sta sempre più emergendo.

 

Ma anche qui qualcosa sta cambiando, c’è finalmente una presa di coscienza della società civile, a dimostrazione che insieme la paura si può sconfiggere.

Il 10 gennaio scorso, dopo l’ennesima bomba nel centro di Foggia, 20.000 persone, semplici cittadini, associazioni e rappresentanti delle Istituzioni, scendono in piazza a Foggia, si sono fatte coraggio, si sono prese per mano e hanno gridato a gran voce, insieme, il loro “NO” alla prevaricazione mafiosa.

Emblematica anche è la vicenda di Vieste. Dal 2008 le attività turistico-ricettive del paese sono sottoposte ad un vero e proprio saccheggio: furti, incendi; benzina nelle piscine dei villaggi turistici, colpi di arma da fuoco contro i bungalow con associato invito a rivolgersi ai soliti noti (“a chi sai”) per il recupero della refurtiva e per la “messa in regola”, con l’esplicita prospettiva di dover subire, in caso contrario, guai più seri. Questa volta però le cose vanno diversamente dal solito.

Anche qui come a Capo d’Orlando, come a Gela, come a Ercolano, come in tanti altri luoghi in cui si è risvegliata la coscienza sociale, le vittime hanno progressivamente trovato il coraggio di dire “basta”, di liberarsi dalle catene del silenzio, della paura, dell’omertà, dell’isolamento: quelle catene che, forse, per troppo tempo, hanno condizionato la vita di tanti e di intere comunità.

Chi potrà mai dimenticare il primo giorno di udienza del processo alla mafia viestana? A Foggia nei processi di mafia il lato sinistro dell’aula è occupato solo dal PM che siede al primo banco, essendo difficile che vi sia con lui qualche avvocato di parte civile. I banchi del lato destro sono invece sempre gremiti. Gli avvocati dei numerosi imputati alle prime file e una folta schiera di parenti e amici dei detenuti.

Ebbene, quel giorno accadde a Foggia un fatto assolutamente rivoluzionario: per dimostrare con i fatti la loro vicinanza alle vittime, tanti cittadini viestani, partiti all’alba dal loro paese, raggiungono con degli autobus il Tribunale di Foggia e sono lì a riempire tutti i banchi del lato sinistro dell’aula, quello dove normalmente non c’è mai nessuno. In aula c’è il Sindaco, il Prefetto, il Commissario antiracket, insomma in aula lo Stato c’è.

Ecco perché al processo di Vieste, diversamente da quanto siamo abituati a vedere nei processi di criminalità organizzata che si celebrano a Foggia, non ci sono state le solite ritrattazioni ma solo testimonianze determinate e convincenti. È la “forza del NOI”, dunque, il grande insegnamento di questi anni di impegno antimafia: una storia fatta di momenti esaltanti ma anche di pagine particolarmente difficili e dolorose; una storia in cui il lieto fine non si trova mai dietro l’angolo e a buon mercato; una storia in cui sono molto più frequenti i momenti in cui bisogna soffrire, stringere i denti e andare avanti. Ecco dunque il simbolo della lotta alla mafia in Capitanata: non è un singolo individuo, non è una singola esperienza, non è un singolo momento vissuto. È semplicemente il “NOI”. Anche oggi, in questi tempi di crisi, costruire un mondo migliore è possibile, perché insieme si può.

Leggi anche gli altri dialoghi sulla legalità nella rubrica

Cosa vuol dire Mafia?

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