Il punto

La Repubblica del “ni” e l’ascesa della “qualipatia”

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La Repubblica del “ni”
Il tratto distintivo dell’Italia di questo 2019 sembra consistere nella difficoltà di affermare la propria identità, di sapere scegliere i percorsi ai quali affidare il proprio cammino,di dimostrare la capacità di decidere e di operare per poter stare ai tempi della complessità e della globalizzazione.
Il nostro si potrebbe definire “Paese del Ni”, che non riesce mai ad esprimersi in maniera definitiva con un “No” o con un “Si”. Indecisione, nella quale le scelte non sono mai chiare, soggette a cambiamenti o capovolgimenti. Sul piano istituzionale, mai, nella storia recente, si erano potute osservare una tale “capacità di indecisione”, una così grande confusione di ruoli e di responsabilità, una così netta separazione tra dichiarazioni, annunci e fatti. Una così grande distanza dal
sano buon senso. Si tratta di una vera e propria patologia che non risparmia nessuno degli attori pubblici in campo e che segna, in forme diverse, maggioranza di Governo, opposizione e le stesse Istituzioni.

Una nuova patologia: “la qualipatia”
La separazione tra Sistema e Paese, che abbiamo descritto nel Rapporto Italia 2018, non sembra affatto superata e il Paese resta in attesa di capire che cosa intende fare il Sistema per sanare la frattura. È caduta la cultura della programmazione, così come si è persa quella della analisi preventiva dei costi e dei benefici che dovrebbero accompagnare le decisioni pubbliche. Le grandi questioni che attraversano la vita del Paese sono affrontate con la superficialità e con l’improvvisazione dettate dai tempi della comunicazione. Ogni argomento, anche se di grande rilevanza, viene affidato ad uno spot, uno slogan, un tweet.
Il dibattito pubblico risulta immiserito a causa del declino della cultura dell’ascolto, del rispetto dell’altro da sé e dalla mancanza di una idea di comunità e di un senso stesso dello Stato. A un linguaggio che è meno che basico e fin troppo semplificato, maggiormente in uso nel Web, ma anche più in generale, nel dibattito pubblico e nella politica, corrisponde un pensiero che non può che essere fragile e improduttivo. L’appiattimento del livello dello scambio politico a quello di eloquio da bar e, di più, l’imbarbarimento producono solo volgarità fine a se stesse.
Si sta affermando nella società italiana una nuova patologia, la “qualipatia”, intesa nella accezione negativa, ovvero l’avversione ed il rifiuto per tutto ciò che richiama la qualità. Una patologia che archivia l’essere e santifica l’apparire, che esalta il contenitore a discapito del contenuto, che premia l’appartenenza e mortifica la competenza.

L’Europa che c’è e che non c’è
Che la costruzione europea mostri più di qualche crepa è di fronte agli occhi di tutti.
Così come è evidente che la stessa sopravvivenza dell’Europa sia strettamente legata alla sua capacità di ritornare allo spirito e ai valori indicati dai padri fondatori e a prendere atto dei cambiamenti epocali che sono intervenuti dopo Maastricht. Il sogno sembra essersi interrotto a metà e, in attesa, ci è stata propinata una Europa della burocrazia, delle lobbies, delle banche, della finanza e una moneta senza Stato, incoerente e troppo debole nella costruzione di quel modello di “economia sociale di mercato” che avrebbe dovuto qualificare quello europeo rispetto ai principali modelli di sviluppo esistenti nel mondo.
Alla vigilia delle elezioni europee, tra gli argomenti che si registrano dall’uno o dall’altro estremo, ve ne è uno che non è emerso con sufficiente chiarezza: il sovranismo è innato nell’Unione ed è uno degli aspetti più rilevanti della debolezza dei Trattati e del conseguente rafforzamento del neo-sovranismo nelle diverse forme nelle quali si presenta ai giorni nostri. Quando a Maastricht fu deciso che la sovranità di regolare il
mercato e quella monetaria fossero delegate a Istituzioni europee, venne anche deciso che la sovranità fiscale sopravvivesse a livello nazionale. Questo è il peggior sovranismo che affligge l’Unione europea e che ha dato campo libero alla concorrenza fiscale tra Stati e consentito la sopravvivenza della vergognosa prassi dei paradisi fiscali. È evidente che il potere di scelta fiscale, disgiunto dalle altre componenti della sovranità, non può funzionare e, quindi, si rendono necessarie correzioni. Chi osa affermarlo viene tacciato, nel migliore dei casi, di eurocriticismo e, nel peggiore, di euroscetticismo, anticamera del sovranismo. Il trasferimento della sovranità monetaria avrebbe dovuto anticipare, propiziandolo, il raggiungimento dell’unificazione politica. Il futuro dell’Unione si gioca sul raggiungimento di un equilibrio tra il completamento fiscale del binomio sovranità di mercato e sovranità monetaria, da attuarsi secondo il principio di sussidiarietà statuito nei Trattati europei.

“Elogio del sommerso”
In Italia la lunga crisi ha avuto esiti diversi a causa della saldatura tra due fenomeni: nel primo caso, il disagio e la protesta hanno trovato sbocchi istituzionali che si sono evoluti dalla presenza in Parlamento sino al Governo del Paese; il secondo fenomeno è il “sommerso” che ha svolto, negli anni più duri della crisi, la funzione di un vero e proprio ammortizzatore sociale. Negli anni passati i nostri calcoli furono questi: un Pil che viaggiava intorno ai 1.600 Mld di euro; un sommerso equivalente a circa 1/3 del Pil ovvero circa 530 Mld e un fatturato criminale che superava abbondantemente i 250 Mld di euro. La storia e l’esperienza quotidiana ci hanno dato ragione perché non si spiegherebbe altrimenti come, di fronte alla profondità della crisi, il Paese avrebbe potuto cavarsela.
Anche la odierna stentorea crescita del Pil o, peggio, la stagnazione annunciata dal Ministro Tria e segnalata con preoccupazione, non corrisponde alla realtà, ma segnala, a nostro parere, come pezzi sempre più consistenti dell’economia formale stiano progressivamente occultandosi alimentando il sommerso e dando l’idea, almeno in termini statistici ufficiali, di una crescita minore di quanto auspicato. Un fenomeno, questo, che potrà essere frenato solo attraverso un sostanzioso abbassamento della pressione fiscale, la semplificazione dei processi amministrativi, la modernizzazione del nostro obsoleto apparato burocratico, anche attraverso un veloce ricambio generazionale e, finalmente, la digitalizzazione del Paese.
Se questa è la nostra non esaltante condizione, ci permettiamo di suggerire che ogni pur limitata risorsa della finanza pubblica, venga impegnata, in questa fase, nell’adeguamento e nell’infrastrutturazione del Paese. L’idea che in una situazione asfittica, in cui il “mercato” non crea sviluppo, ma predilige nicchie di rendita, lo Stato debba destinare le scarse risorse di cui dispone, magari in deficit, ai consumi privati, anche negli ultimi anni si è dimostrata fallace.
Quello che serve è un piano straordinario di investimenti pubblici, finalizzato al riassetto del Paese.

Uno Stato senza “senso”
Occorre che lo Stato ritorni ad essere protagonista e guida del futuro degli italiani. Lo Stato si è via via privato di una serie di poteri e di competenze senza che ciò producesse una maggiore efficienza della macchina amministrativa e un miglioramento della qualità della vita dei cittadini. Danni altrettanto importanti li ha provocati la teoria del “privato è bello, il pubblico è brutto” che ci ha portato a smantellare la presenza dello Stato sul fronte economico e produttivo. Ci siamo privati degli asset strategici attraverso i quali l’Italia fu trasformata da paese agricolo e arretrato in una potenza economica ed industriale.
Abbiamo aperto sul fronte privato, senza precauzione alcuna, la nostra casa al saccheggio dei nostri concorrenti che hanno fatto incetta dei nostri marchi storici per poi delocalizzarne la produzione o, nel migliore dei casi, per utilizzarli come contenitori di produzioni altrui, Il paradosso è che, mentre altri Stati europei glissano sulle regole comuni o, comunque, operano attraverso moral suasions che divengono, però, indicazioni molto pratiche e “materiali”, quando si tratta di garantire una cornice di controllo ed intervento pubblico nei settori strategici dell’economia, da noi questo non usa.
E ciò riporta alla necessità di potersi confrontare, ad armi pari, con la concorrenza, considerando che le nostre aziende mai potuto contare sul sostegno del Sistema, cosa che, invece, puntualmente avviene per le imprese di altri paesi a noi vicini. Prendiamo ad esemio l’insediamento di Saint Nazaire: il gruppo italiano sembrava aver vinto, con le sole armi del know how cantieristico di cui è leader mondiale. Nelle ultime settimane, però, le resistenze francesi hanno rialzato la testa, chiamando in soccorso le normative antitrust europee.

Un’idea e un appello
L’idea: pubblico e privato per un progetto strategico. L’idea dell’Eurispes è quella di mettere insieme, intorno ad un tavolo, l’imprenditoria pubblica e quella privata, con il compito di elaborare un progetto strategico che metta, una dietro l’altra, le vere priorità del Paese. Mettere insieme priorità e possibilità, opportunità e capacità, significa offrire un quadro di riferimento realistico e al contempo ambizioso. Non si tratta di scavalcare la politica, ma di assisterla, con un’impostazione bipartisan che superi il conflitto politico quotidiano.
L’appello: risale la fiducia, un patrimonio da non sprecare. L’appello è alla politica, ma anche alle forze intellettuali fin troppo scettiche e disimpegnate. Amare il Paese significa considerarlo non un territorio proprio, ma la casa di tutti. Significa tifare per i suoi successi, e collaborare per ottenerli, anche nella sacrosanta divisione dei ruoli delle aree culturali e politiche. Sbaglia quasi sempre, un Governo che si ritiene “il primo” di una nuova èra. Nessuno, tra i governi passati e quelli attuali, è stato l’ultimo o il primo. I governi passano, il Paese resta, e la politica dovrebbe avere il compito di manutenerlo oltre l’orizzonte della successiva elezione. Quest’anno il Rapporto segnala una non scontata, consistente ripresa di tale fiducia. A goderne sono tutte le Istituzioni, dal Presidente della Repubblica al Governo, al Parlamento, alla Magistratura, alle Forze dell’ordine e alle Forze Armate. Un segnale positivo ed estremamente interessante. Un vero e proprio piccolo patrimonio da coltivare che consegniamo alla cura di quanti – e sono numerosi – hanno ancora a cuore le sorti del Paese.

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