Cultura

Opera, Italia “ultima della classe”. Musicisti trattati come impiegati

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L’Italia, culla dell’Opera, “vive di rendita” e non investe più nella musica né nei suoi talenti. I fondi dello Stato sono sempre meno e gli artisti fuggono all’estero. Ne abbiamo parlato con il Maestro Ildebrando Mura, Direttore della Cappella Ludovicea, la struttura musicale ufficiale dei Pii Stabilimenti della Francia a Roma e Loreto, istituita sotto l’Alto Patronato dell’Ambasciata di Francia presso la Santa Sede; una delle “Cento Eccellenze Italiane nel mondo”, in àmbito musicale.

Maestro, lei è stato Organista Titolare della Basilica di San Marco al Campidoglio. Poi è stato chiamato dalla Francia per la direzione presso la Chiesa di Trinità dei Monti e per riformare la Cappella Ludovicea. Qual è la vostra attività?
La Cappella Ludovicea è la prosecuzione della Cappella Musicale di San Luigi dei Francesi: una struttura con una lunga tradizione, dove hanno studiato grandi artisti che hanno scritto la storia della musica, da Bernardino Nanino a Giulio Bas, a Gregorio Allegri. La Cappella Ludovicea è formata da circa 20 professori di orchestra e da 20/ 25 maestri cantori, tutti scelti da Enti lirici, come il Teatro dell’Opera, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, il San Carlo di Napoli. Ci occupiamo di tutti gli eventi liturgici dell’Ambasciata di Francia presso la Santa Sede, e della messa di Santa Petronilla a San Pietro e della Messa di Santa Cecilia a San Giovanni. Ad affiancare l’attività di Cappella Musicale, una stagione concertistica che la Francia organizza a Roma nella Basilica di Trinità dei Monti e di San Luigi dei Francesi.

È uscito recentemente un nuovo album che raccoglie musiche inedite e autori dell’Ottocento. Quale tipo di lavoro è stato fatto per la sua realizzazione?
L’album è prodotto dall’Ambasciata di Francia presso la Santa Sede e dai Pii Stabilimenti, in occasione dei festeggiamenti per i 500 anni dalla posa della prima pietra di San Luigi dei Francesi. Dopo una ricerca negli archivi musicali, ho raccolto musiche inedite sia di autori antichi sia di autori dell’Ottocento che sono stati Maestri di Cappella a San Luigi dei Francesi; tra loro ci sono anche autori sconosciuti. Si tratta di brani per organo, coro e orchestra, doppio coro a cappella. Il Maestro Daniel Matrone, organista titolare di San Luigi dei Francesi, ha suonato due brani: uno composto da lui stesso, omaggio ad Alfredo Casella; l’altro di Michelangelo Rossi che è stato, anche lui, organista a San Luigi dei Francesi.

Maestro, dal suo punto di vista, come valuta lo scenario musicale romano e italiano?
Lo scenario non è roseo: lo Stato concede pochissimi fondi, e spesso vengono elargiti indistintamente ai non professionisti, costringendo i professionisti a fare i salti mortali per accedere ai finanziamenti ministeriali. Credo che da molto tempo non si faccia particolare attenzione alla differenza tra professionisti e dilettanti.

Perché l’Opera non è considerata dallo Stato un’opera d’arte o un bene alla stessa stregua di un museo o di un monumento? Eppure l’Italia è la culla dell’Opera
Gli italiani sono molto interessati alla musica; lo sono meno quando devono pagare un biglietto per entrare in teatro. Non si presta la giusta attenzione perché la musica è un bene impalpabile: dopo il concerto non rimane nulla; al contrario, un quadro rimane e può essere venduto, affittato, spostato per altre esposizioni. È una devianza mentale tipica degli italiani che campano di rendita.

Ma la storia racconta qualcosa di diverso?
È vero, ma in passato le committenze venivano fatte dai dittatori, dai Papi e dai Re. Da quando è nata la democrazia, non c’è “committenza”; bensì viene regalato un fondo a persone o gruppi, a seconda delle simpatie di turno.

In Italia, la spesa per la musica colta e per l’opera è pari allo 0,1% del Pil: un dato che la pone all’ultimo posto in Europa
È un problema serio. Prendiamo ad esempio Roma. Qui abbiamo due realtà importanti: il Teatro dell’Opera e l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia; una si occupa dell’opera lirica, l’altra della musica sinfonica. Queste due realtà assorbono una parte importante dei fondi erogati. Eppure, la realtà musicale è composta da tanti gruppi di professionisti che lavorano ad alto livello, fuori da questi circuiti. Professionisti per i quali lo Stato potrebbe fare di più.

Lei lavora per una realtà di eccellenza francese: negli altri paesi come funziona?
Fuori dall’Italia, esiste, mediamente, una maggiore sensibilità perché le persone sono più abituate ad ascoltare la musica e a studiarla. Noi abbiamo persino eliminato l’insegnamento a scuola. Appare paradossale pensare che le nuove generazioni ascolteranno la musica su Internet e non avranno mai visto nemmeno un violino. L’Italia vive di rendita, di ciò che hanno scritto Giovanni Pierluigi da Palestrina, Arcangelo Corelli e gli altri compositori italiani. Ma quel tempo è finito e si rischia di diventare gli ultimi della classe.

Non c’è un ricambio generazionale che può far pensare alla nascita di nuovi talenti?
I nuovi talenti ogni tanto nascono ma, se pensiamo che hanno riformato il Conservatorio per equipararlo all’Università, capiamo perché le cose non potranno andare meglio. A mio parere, è una scelta ridicola e sbagliata perché si tratta di due percorsi formativi profondamente diversi.

I giovani di talento rimangono in Italia o preferiscono trasferirsi all’estero?
In Italia non c’è possibilità. È naturale andare all’estero. Il musicista, in Italia, viene trattato come un impiegato: non si riesce a capire che è un’altra cosa. La musica presuppone uno studio giornaliero, una pressione costante, una necessità di preparazione che impone un’organizzazione della vita diversa da quella di un impiegato.

Lei consiglierebbe ad un giovane di fare questo mestiere?
Sinceramente non lo so. Rischierebbe di avere molte delusioni ma, certo, la passione è passione e alla musica non si resiste.

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