Ricostruire un nuovo equilibrio mondiale: “Oltre la fragilità” per diventare costruttori di futuro

Utopia e coraggioso riformismo. Per affrontare l’anno appena iniziato, cercando di accogliere l’invito del Presidente Mattarella ad essere “costruttori di futuro” avremo bisogno della forza del pensiero simbolico, che può ispirare quelle scelte efficaci e lungimiranti di cambiamento, che non sono più differibili. «Dentro ogni crisi vi sono straordinari segnali di rilettura dell’esistente che possono, se ben interpretati, aiutarci nell’opera di ricostruzione di un nuovo equilibrio del mondo. Su questo terreno dovremo profondere tutto il nostro impegno di uomini consapevoli e liberi, per superare lo shock della pandemia, perché nulla sarà come prima». Antonio Calabrò, Direttore della Fondazione Pirelli, Vicepresidente di Assolombarda e Presidente di Museimpresa, nel suo ultimo saggio Oltre la fragilità (ed. Bocconi) invita a superare l’ora buia in cui siamo drammaticamente piombati, tracciando un percorso di rinascita che individua nella cultura, nella responsabilità e nella consapevolezza delle classi dirigenti i tre assets strategici per lo sviluppo di una nuova civiltà planetaria.

Oltre la fragilità (ed. Bocconi) – il titolo del suo ultimo saggio – presenta un’evidente consonanza con l’invito alla rinascita che la più alta carica dello Stato ha rivolto agli italiani nell’ultimo giorno dell’anno. Un Paese impaurito, debole, incerto, scosso da un’emergenza che sembra non avere fine; un’Italia che ha bisogno di ritrovare coesione, fiducia, di esercitare il valore della solidarietà per evitare il naufragio. Che idea si è fatto della crisi che ha sconvolto l’intero Pianeta?

In troppi in questo Paese – e non mi riferisco solo agli esponenti del Governo – hanno dimostrato di non aver compreso il senso dei rischi della pandemia. Ne abbiamo avuto prova quando abbiamo creduto che l’estate portasse con sé una sorta di “liberi tutti”. La stessa definizione di “seconda fase”, attorno alla quale abbiamo oscillato nei mesi autunnali, con tutto ciò che ne è seguito, ha disorientato l’opinione pubblica. Sebbene fosse abbastanza chiaro al buon senso, e prevedibile secondo quanto gli scienziati ci avevano detto, che grazie al lockdown ci sarebbe stato un abbattimento della curva dei contagi e che, dunque, avremmo avuto il tempo di adottare alcune misure, abbiamo sprecato l’occasione. Avremmo avuto, infatti, un autunno più leggero, se fossero per tempo stati presi provvedimenti anche minimi come ad esempio: il tracciamento, l’assunzione di personale medico e paramedico, le disposizioni intelligenti riguardanti la scuola, non certo riconducibili alla ridicola trovata delle rotelle da sistemare sotto i banchi. Insomma, se avessimo usato maggiore accortezza non saremmo ripiombati nella disperazione di una nuova e drammatica impennata dei contagi. Ora abbiamo di fronte il “generale” inverno, che sta già facendo sentire il suo effetto moltiplicatore sulla condizione di grande fragilità che caratterizza questa difficile fase della storia che stiamo vivendo, mentre si prospetta una prova fondamentale, che segnerà il nostro avvenire: il buon uso, efficace e tempestivo, dei vaccini. Spero che possa essere una straordinaria prova di convergenza internazionale tra scienza, impresa, responsabilità politica e sociale in nome della salute e della sicurezza.

Il tessuto connettivo di una società così lacerata dalla pandemia si potrà mai risanare?

Occorre lavorare su un duplice registro: da un lato l’emergenza, che ha bisogno di sussidi rapidi e certi per quelle categorie (e sono tante) che hanno pagato un prezzo altissimo in termini di lavoro e redditi; dall’altro lato, contemporaneamente, bisogna pensare a come usare le risorse per definire strategie di medio, lungo periodo. Una buona attuazione del Recovery Fund della Ue sarà decisiva per un cambio di passo dello sviluppo economico e sociale. Anche se lo spettacolo di scarsa compattezza dell’esecutivo che sta andando in scena proprio in questi giorni, su questo delicatissimo tema, non può certo contribuire a ricostruire quel clima di fiducia nella collettività, necessario al rilancio di un Paese allo stremo.

La qualità dell’élite, non sempre all’altezza bisogna dire, è il presupposto di ogni possibile ipotesi di rilancio. Problema non solo italiano ma anche europeo. Come se ne può uscire?

Abbiamo una classe politica mediocre, inutile nasconderlo, troppo attenta ai like dei social media e ai sondaggi ma scarsamente capace di pensare al lungo periodo. È con questa condizione di scarsa competenza che dobbiamo fare i conti. Spero che si possa creare un incrocio virtuoso tra il senso di responsabilità delle forze sociali – Confindustria, sindacati, la buona capacità di governo di alcune Regioni (penso ad esempio all’Emilia Romagna e al Veneto, guidate da Giunte di colore politico opposto) – e la consapevolezza di quella parte dell’opinione pubblica più avvertita che può dare l’esempio, aiutando la classe politica a prendere decisioni pensate, equilibrate e condivise.

Che cosa ci aspetta in quest’anno appena iniziato?

Spero che gli aiuti sbandierati e promessi arrivino a lavoratori e imprenditori in difficoltà, che hanno un bisogno disperato di ritrovare fiato e fiducia. Mi piacerebbe però, soprattutto, che si possa registrare la ripresa della progettazione politica, da troppo tempo latitante. I tanti miliardi del Recovery Fund vanno spesi bene, non abbiamo una seconda chance. Allo stesso modo nessuno ha capito il balbettio che ha caratterizzato il dibattito sul MES. Viene il sospetto che non si vogliano sfruttare queste risorse destinate alla Sanità, e che sia preferibile indebitarsi per continuare ad elargire assistenze a pioggia, bonus e sussidi – un esercizio che piace a una parte significativa di questo Governo. Reddito di cittadinanza, Quota 100 per andare prima del tempo in pensione, e provvedimenti analoghi, sono infatti scelte di assistenzialismo in cambio di facili consensi, non certo misure autenticamente riformiste.

Siamo obbligati ad essere costruttori di futuro

È una concreta minaccia il fenomeno che molti osservatori hanno definito “sussidistan”, recentemente denunciato dal Presidente di Confindustria Carlo Bonomi?

Il “sussidistan” non è un’ipotetica minaccia, ma purtroppo una realtà. In un quadro di emergenza sociale ed economica come quello che stiamo attraversando, non voglio sminuire l’importanza vitale dei sostegni che, come dicevo, devono essere certi oltre che tempestivi. È intollerabile che migliaia di lavoratori non abbiano ricevuto per lungo tempo i soldi dalla Cassa integrazione. Credo che Bonomi abbia ragione a denunciare questo fenomeno – sperando che possa essere scongiurato anche attraverso un’alleanza tra pubblico e privato – quale tassello necessario per tentare di reagire alla negatività di questa stagione. Ricordiamoci che l’Italia è un Paese generoso, intraprendente, altruista. Per trovare l’energia e l’entusiasmo giusti, guardiamo alle nostre imprese, che non ragionano seguendo i dettami della speculazione finanziaria, ma investono in internazionalizzazione, in capitale umano, in innovazione, lavorando nel presente ma con la testa immersa nel futuro.

Il Terzo settore, che ha avuto una parte importante nei mesi difficili dell’emergenza sanitaria, può essere un “motore” utile per la rinascita?

Sicuramente lo è stato e potrà esserlo. Penso, in particolare, al ruolo delle Fondazioni bancarie, come la Cariplo o la Compagnia di San Paolo che hanno nel loro DNA uno sguardo lungo, generoso, facendoci vedere che investire nella cultura e nella formazione può rappresentare la strategia giusta per ricomporre il tessuto di una società in crisi.

Quando supereremo (speriamo al più presto) questo “tempo sospeso”, prigioniero della paura, quali equilibri si faranno strada?

Credo si stia giocando la partita fondamentale: dobbiamo superare l’impasse della pandemia, ricostruire le regole su cui si regge il patto sociale, secondo nuovi princìpi, ridando aspettative positive a un corpo collettivo sfiduciato. Milioni di persone in questo momento guardano con preoccupazione al loro futuro e a quello dei loro figli. La complessità della situazione dovrebbe suggerirci di usare un linguaggio adeguato, fatto di «sì, ma anche…», «no, però…», non esiste il bianco e nero, ma un orizzonte sfumato, fatto di mille eccezioni di cui bisogna imparare a tenere conto. In un tale contesto l’élite è chiamata a praticare una grande intelligenza analitica, oltre a una grande capacità di scelta politica. Credo che esistano fattori che vanno studiati con attenzione, che stanno mutando il volto del capitalismo, che non è più possibile ignorare.

Per esempio?

Mi riferisco alla sostenibilità che deve diventare paradigma fondamentale di ogni iniziativa politica ed economica. Tutte le grandi corporation americane hanno fatto delle scelte precise sul terreno della sostenibilità, mettendo al centro del proprio business plan i princìpi della green economy. Penso al manifesto di Assisi – promosso da Symbola e dai francescani e firmato anche da Confindustria – che sottolinea come oggi siano le scelte etiche determinanti per rafforzare i fattori della competitività. Esiste un’ampia letteratura scientifica in merito, basta ricordare il Nobel attribuito lo scorso anno agli economisti Duflo e Banerjee, impegnati a studiare gli strumenti più efficaci per abbattere le diseguaglianze. Le ultime encicliche del Papa Laudato si, e Fratelli Tutti sono scritti di straordinaria importanza, che hanno il merito di aver sollecitato una riflessione a livello globale sui criteri che hanno guidato una crescita senza sviluppo. È venuto il momento di passare dalla quantità alla qualità, dall’ossessione del Pil alla centralità del Bes, l’indice di benessere equo e sostenibile, che è già entrato tra i parametri per tarare le misure della Legge di Bilancio e la Finanziaria. Il divenire di questi fenomeni fa ben sperare che qualcosa si stia effettivamente muovendo. L’impegno della Ue contro pandemia e recessione, con il Recovery Plan e con la modifica dell’ortodossia ideologica sui pareggi di bilancio, rappresenta una nuova stagione positiva della politica comune europea. Il risultato delle elezioni americane fa presagire un possibile ritorno degli USA all’impegno nel contrasto del riscaldamento del Pianeta. Anche nelle situazioni più difficili, insomma, vi sono opportunità straordinarie di rilettura e di costruzione di un diverso equilibrio del mondo.

La centralità strategica del pensiero sociale

Il coraggio di liberare il bene. La postfazione di Mons. Gianni Zappa evidenzia una crescente domanda religiosa in questa terribile “ora buia”. A dispetto degli scandali che hanno scosso il suo apparato, non crede che la Chiesa, grazie all’opera di Papa Francesco, stia riemergendo prepotentemente nel dibattito pubblico?

Ho scritto questo libro per cercare di far capire che se il Covid-19 è la nostra emergenza quotidiana, non è purtroppo l’unica ossessione con cui dobbiamo guardare al futuro. Il pensiero sociale espresso da Monsignor Zappa, e dagli scritti del Papa, sono un imprescindibile riferimento per il pensiero strategico. The economy of Francesco non è solo il messaggio che i giovani hanno voluto lanciare ad Assisi, auspicando un patto per il futuro del Pianeta, ma è ormai un preciso filone di pensiero con cui bisogna fare i conti. Questa tendenza è confermata, a livello generale, dal tramonto dei Chicago Boys e delle posizioni liberiste, e dalla rilettura in atto di John Maynard Keynes, con il suo liberalismo denso di valori sociali, a riprova di quanto sia importante la rivalutazione del pensiero sociale in un mondo che vede una crescita intollerabile delle disuguaglianze e una separazione sempre più netta e drammatica tra ricchi e poveri.

Un grande antropologo, come è stato Ernesto de Martino, sosteneva che «per non essere apolidi bisogna avere un villaggio vivente nella memoria». L’affermazione chiama in causa il rapporto tra vecchi e giovani, due universi che attualmente appaiono troppo distanti per dialogare. Con quali conseguenze?

Veniamo da anni in cui in Italia è passata la parola d’ordine della “rottamazione”. Un concetto volgare oltre che irresponsabile. Rottamare gli anziani è una pratica crudele, inutile, oltre che improduttiva. Allo stesso modo va condannata l’arroganza degli anziani che snobbano i “bamboccioni”. Ricordiamoci che gli anziani hanno una grande responsabilità nell’avvenire della memoria. I vecchi con la loro esperienza e i giovani con la loro capacità progettuale devono collaborare per ricostruire il patto generazionale. Non bastano, però, i proclami per ritrovare un clima di fiducia. Se i giovani sono certi di non avere un lavoro oggi né, in futuro, una pensione, come potranno essere generosi nei confronti delle generazioni che hanno compromesso proprio quel futuro? L’economia e la dimensione indispensabile della fiducia si basano sulle aspettative positive. Inutili le tante dissertazioni sulla bontà di Enea che porta sulle spalle il padre Anchise, se non si opera in maniera concreta per gli strumenti che possono rafforzare i fattori di coesione e i momenti di dialogo.

Da dove si dovrebbe ripartire?

La classe dirigente deve essere nelle condizioni di poter dire ai giovani che il lavoro esiste e non è un’utopia, che esiste una sicurezza sociale, che tutti i lavoratori, con i loro contributi, hanno diritto a una pensione, che l’ascensore sociale si è rimesso in moto e che il merito può effettivamente essere una molla per la crescita individuale e professionale. Per queste ragioni credo che la ricostruzione di un patto sociale e generazionale sia la più grande sfida politica e culturale che abbiamo davanti.

Altro elemento chiave affrontato nel saggio riguarda il futuro delle metropoli. Il virus sta, di fatto, cambiando le gerarchie urbane, insieme al rapporto tra grande e piccola dimensione, pieno e vuoto. In che città vivremo domani?

Con il trionfo della globalizzazione abbiamo creduto che nelle metropoli, e soprattutto nelle megalopoli, ci fosse tutto ciò che serviva per la crescita e il benessere collettivo. La pandemia ha spostato l’obiettivo sulla piccola dimensione, invitando a ricalibrare gli assets dello sviluppo. Se guardiamo al sistema-Italia possiamo trovare una risposta. Prendiamo, ad esempio, il Nord della Penisola, tradizionalmente considerato la locomotiva economica: è fatto di aree metropolitane come Milano, ma anche di una rete di centri che vi gravitano attorno, importanti e vitali (Torino, Bergamo, Brescia e via via fino all’Emilia e al Veneto), dei servizi e delle Università inseriti in un fittissimo tessuto di imprese medie e piccole, filiere produttive, reti hi-tech, che esprimono culture e identità radicate in piccoli territori e, contemporaneamente, capaci di guardare al mondo. Guardando al futuro penso a una sintesi equilibrata di metropoli, città medie e borghi, al rafforzamento di una trama di connessioni tra luoghi e flussi, per dirla con le parole di un lungimirante sociologo come Aldo Bonomi. In quest’ottica diventerà di rilevanza strategica investire nelle infrastrutture materiali e immateriali, così come sulla diffusione del digitale, che sono “leve” che consentirebbero anche al nostro Mezzogiorno di tornare protagonista di una centralità nel Mediterraneo, essenziale per fare ripartire il Sud dell’Europa. Per questo insisto sulla capacità di focalizzare gli investimenti. Non sul Ponte sullo Stretto, per intenderci. Sarebbe più utile, invece, lavorare per innalzare la qualità delle Università legate al territorio e a quel grande bacino culturale che si chiama Magna Grecia.

Scienza e ricerca senza totem e tabù. Ha dedicato una parte del lavoro a un tema chiave della contemporaneità. La pandemia ci ha insegnato che scienze umane e tecnologie, medicina e ingegneria, politica e conoscenza degli algoritmi sono àmbiti disciplinari che devono costantemente confrontarsi per migliorare la qualità dell’analisi e la capacità previsionale, decisiva per progettare il futuro. Siamo pronti a questo salto di prospettiva che impone un riordino e una ridefinizione dei saperi?

Nella società che giustamente Ulrich Beck ha definito “del rischio” e che oggi possiamo definire dell’emergenza, non è più sostenibile la teoria delle “due culture”. La scienza non dispensa verità assolute, ma è un processo di ricerca costruito sull’incertezza e sull’errore, sulla ricerca e sulla riprova, come ci ha insegnato Karl Popper. Credo si debba lavorare per far crescere una diffusione della scienza, al riparo dai dogmatismi. L’algoritmo è una “creatura” dell’uomo, non un termine assoluto cui dobbiamo affidare il nostro destino. Non è un dato neutro. Perciò occorre formare persone capaci di interpretarlo e costruirvi un senso, una indicazione densa di valori morali, in un’ottica multidisciplinare. Servono ingegneri e filosofi, fisici e, perché no, poeti. Il percorso che faremo sarà segnato da uno stretto rapporto tra umanesimo e tecnologia, da una cultura politecnica che dovrà portarci a una maggiore consapevolezza della complessità che viviamo. Se proviamo per un attimo a volgere lo sguardo indietro, al grande dibattito nato sulla responsabilità della ricerca in seguito allo scoppio della prima bomba atomica, non sarà difficile comprendere l’urgenza di un corretto bilanciamento tra etica e scienza, che può essere esercitato solo riaffermando una corretta centralità del fattore umano.

L’economista, filosofo e Premio Nobel Amartya Sen, che ha dedicato le sue ricerche al rapporto tra etica e business, in occasione della cerimonia per un riconoscimento tributatogli alla Fiera di Francoforte, al termine di un ampio intervento ha evocato la necessità di un “mondo condiviso”, senza cui sarà impossibile ritrovare la strada della crescita. Non c’è il pericolo che, seguendo il ragionamento del grande studioso, si finisca con l’alimentare il sogno di irrealizzabili e pericolose utopie?

Come sosteneva un grande pensatore del Novecento e storico della filosofia quale è stato Ernst Cassirer, utopia e riformismo possono camminare insieme. È il pensiero simbolico che trionfa sulla natura inerziale dell’uomo e lo dota di una nuova facoltà, la facoltà di riformare continuamente il suo universo. L’utopia è quella che ci consente di seguire passo passo la strada che abbiamo davanti e, contemporaneamente, di alzare lo sguardo. È l’orizzonte della possibilità. Non potremmo vivere senza utopia, come non potremo lavorare senza avvertire la necessità di operare scelte concrete. Credo che l’impresa responsabile possa esprimere appieno questo paradigma, impegnata com’è a praticare un’innovazione aperta, di ampio respiro, costantemente orientata a costruire una storia di cambiamento. La lezione di Sen va in questa direzione, perché riesce a coniugare la forza della denuncia con la volontà di ricostruire il terreno della civile convivenza nel rispetto dei valori e di quei diritti universali dell’individuo, troppo spesso ignorati ultimamente, quando non calpestati del tutto.

 

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