Sicurezza

Sicurezza e legalità, Del Sette: “Quanto fatto non è sufficiente. Servono leggi, poche ma ben fatte.”

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Legalità e sicurezza: un binomio del quale da tempo molto si parla e si scrive. Due concetti diversi ma necessariamente connessi; due obiettivi il cui perseguimento è una priorità in ogni società civile, fondamentale per l’affermazione sul mercato interno e internazionale delle imprese virtuose, cioè costituite e gestite in ottemperanza alle leggi e alle regole dell’etica professionale.
Se ne è parlato, nei giorni scorsi, a Nola in un convegno tenutosi all’Interporto Campano, una grande e durevole realtà che, con il CIS (Centro Ingrosso Sviluppo), comprende oltre 500 imprese e 10mila addetti. Tra i relatori, oltre allo scrivente, in qualità di Presidente del Comitato Scientifico dell’Osservatorio sulla Sicurezza dell’Eurispes, magistrati ed esponenti del mondo accademico, delle Istituzioni e dell’economia.
Un’iniziativa che conferma l’attenzione dei responsabili e degli operatori dell’Interporto e del CIS verso tematiche fortemente sentite, in un’area in cui è più difficile che altrove la realizzazione delle condizioni di sicurezza e legalità idonee ad accompagnare lo sviluppo di una imprenditorialità sana ed efficiente, in grado di competere nel mondo globalizzato, di dare occupazione e di sostenere la crescita economica e sociale.
E questo per la pervasività della criminalità organizzata di stampo camorristico, persistente nonostante le tante inchieste giudiziarie, e la cruenta conflittualità tra i clan, associata a condizioni di carente infrastrutturazione ed efficienza dei servizi e a situazioni di disagio culturale e sociale. Eppure, si tratta di una società che esprime cospicue eccellenze in ogni campo, sia esso intellettuale, professionale, istituzionale o artistico.

Legalità è il principio che impone a tutti di agire in conformità alla legge. Riguarda la Pubblica amministrazione, tenuta ad operare nei casi e nei modi da essa previsti, e si estende ad ogni altro soggetto, pubblico o privato.
La condizione di piena legalità può realizzarsi quando ciascuno rispetta la legge. Quando ogni violazione di legge è rapidamente individuata e interrotta, con la condanna dell’autore e la riparazione o il risarcimento del danno provocato.
È evidentemente una condizione ideale ben distante da quella reale, in Italia come altrove, specialmente nelle aree di endemico radicamento criminale.

Quando parliamo di sicurezza, questione più che mai dibattuta a ogni livello (a cominciare da quello politico, attesa la sua valenza elettorale), ci riferiamo alla “sicurezza pubblica”, cioè al grado di preservazione di comunità e cittadini da situazioni di danno e di pericolo provocate dall’azione umana in violazione della legge.
Un dato di valutazione oggettivo del livello di sicurezza in cui viviamo è quello dell’andamento del numero dei reati accertati dalle Forze di polizia.
Ebbene, nel nostro Paese, a differenza di tanti altri, questo numero dal 2015 è ogni anno in forte calo complessivo e per tutti (o quasi) i reati, a cominciare da quelli di violenza (gli omicidi, in primis) e predatori.
Ed è un dato reale, benché posto in dubbio da coloro che parlano di una diminuita propensione alla denuncia dei reati subiti da parte di cittadini, portati a considerarla un’inutile perdita di tempo (nella convinzione che gli autori non verranno individuati e il danno non sarà riparato, specie per i reati di lieve entità) o peggio una possibile fonte di problemi (ad esempio, ritorsioni o notorietà mediatica indesiderata).
Allo stesso tempo, però, il calo dei reati accertati non è del tutto rassicurante, per un duplice ordine di motivi: perché resta alto (seppure si mantiene stabile in percentuale) il numero dei reati denunciati i cui autori non sono assicurati alla giustizia e adeguatamente perseguiti (a cominciare dai furti, la cui percentuale di scoperta non raggiunge le due cifre); perché rimane presumibilmente elevato il numero dei fatti delittuosi generalmente o necessariamente accertati solo per iniziativa della polizia giudiziaria dei quali non si ha conoscenza (ad esempio, per il traffico e lo spaccio di stupefacenti, l’usura, la corruzione).

Questo il punto sulla cosiddetta sicurezza “reale”, notoriamente considerata non coincidente con quella “percepita” dai cittadini.
Una distinzione sulla quale si dibatte sul piano politico, mediatico e scientifico; un dato di fatto, quello della percezione della sicurezza, di cui deve tener conto l’operatore di polizia nell’impostare e condurre l’azione di contrasto e finanche il rapporto con la gente. Ne devono tenere conto, ancora: il Parlamento nel promuovere e approvare modifiche e nuovi atti legislativi; il Governo nella decretazione d’urgenza (a volte in realtà rispondente ad impellenti necessità politico-elettorali piuttosto che emergenziali, giuridiche, economiche e sociali), nei disegni di legge e nella decretazione amministrativa; la Magistratura ‒ requirente, giudicante e dell’esecuzione ‒ nella applicazione della legge.
E non c’è dubbio che, per ciascuno, è importante la percezione che ha della propria sicurezza; una percezione che è il risultato di un insieme di fattori. Senz’altro i dati statistici sull’andamento della criminalità, ma anche la conoscenza di gravi fatti commessi a danno di altri acquisita direttamente, se i coinvolti sono parenti o conoscenti, o più spesso tramite i mezzi di informazione. Così come sono importanti la rappresentazione che di questi reati e della situazione complessiva danno, i commenti e le valutazioni che fanno, giornalisti, esperti (veri o presunti) e politici.
Altro ancora concorre a definire il livello di sicurezza percepito. Rilevano la qualità dell’assetto urbano, dell’ambiente naturale, del funzionamento dei servizi; rileva la fiducia verso le Forze di polizia, la Magistratura e le altre Istituzioni; rileva la diffusione delle presenze irregolari sul territorio, specie quando ad esse si associano comportamenti criminali, attività illegali e il maggior pericolo di atti terroristici; rileva la carenza della vita di comunità e dello spirito di solidarietà.

Questi i fattori che, insieme ad altri legati anche alla personalità e alle sensibilità, ai convincimenti e ai condizionamenti di ciascuno, concorrono a definire il grado di sicurezza e di legalità di una società e, quindi, il grado di effettiva libertà dei cittadini che la compongono.

Il primo degli ostacoli da superare perché questa libertà possa realizzarsi è costituito dalla criminalità organizzata, dalla protervia criminale dei clan camorristici che occupano ampie zone della Campania, nel capoluogo e nelle sue periferie, in numerosi comuni del casertano e delle altre province.
Un’organizzazione mafiosa, quella della camorra, che unisce caratteristiche e modalità d’azione comuni alle mafie siciliane, calabresi e pugliesi (vincolo associativo, radicamento sul territorio, forza intimidatrice idonea a realizzare condizioni di assoggettamento e di omertà, individuati dall’articolo 416 bis del Codice penale) a peculiarità sue proprie.
Peculiarità riconducibili oggi: alla flessibilità organizzativa e operativa; alla frammentazione e alla conflittualità tra i clan e interna ad essi, senza riguardi per i luoghi degli agguati e il rischio di vittime occasionali; alla resilienza alle incisive attività di contrasto condotte nei confronti di interi clan; alla capacità di rigenerazione; al crescente coinvolgimento di giovanissimi cresciuti nel disprezzo di ogni regola giuridica ed etica, nella pratica della violenza, anche letale, come usuale forma di autoaffermazione, spesso impiegati nel capoluogo anche in azioni di gangsterismo metropolitano quali le cosiddette “stese” (scorribande in moto con esplosione di colpi di pistola in aria a scopo intimidatorio).
Clan interessati, nei territori in cui sono radicati, ad ogni settore di attività criminale: dalle estorsioni all’usura, alla corruzione degli apparati pubblici, al traffico internazionale e allo spaccio degli stupefacenti (in alcune zone condiviso con aggregazioni criminali straniere, in crescita e attive anche nello sfruttamento della prostituzione), al contrabbando di tabacchi lavorati, al traffico illegale e allo smaltimento illecito dei rifiuti in siti abusivi altamente inquinanti, alla gestione del gioco d’azzardo, alla contraffazione e alla vendita di merci contraffatte.
Una camorra, nel contempo, estremamente attiva nell’infiltrazione; negli appalti pubblici con proprie imprese (con il metodo della “turnazione”, cioè del preventivo accordo per aggiudicarsi a turno le gare col massimo ribasso, quando non con la pratica dell’intimidazione delle ditte concorrenti o con il favore illecito dei gestori delle gare, o ancora attraverso il subentro in sub-appalto); nelle Amministrazioni pubbliche e, in particolare in quelle comunali, non più soltanto col favore elettorale accordato ad amministratori compiacenti, ma anche con la procurata elezione di propri adepti; nel sistema commerciale e nel mondo imprenditoriale esterno ad essa, con il riciclaggio di parte dei capitali di cui dispone e con l’imposizione della fornitura di materiali e servizi.

In questa situazione è ben difficile la condizione della popolazione e, quindi, degli imprenditori onesti e professionali.
Ed è quantomeno altrettanto arduo operare incisivamente per superare questi ostacoli e offrire condizioni di sicurezza, legalità, pari opportunità nelle quali possa realizzarsi quella sana competitività che consenta l’affermazione degli imprenditori capaci e di successo, delle imprese più meritevoli.

Come confermato dagli interventi dei relatori del convegno, l’azione della Magistratura e delle Forze di polizia, fondamentale, non è da sola sufficiente, seppure ulteriormente rafforzata, com’è necessario che sia, quanto a organici (gravemente decurtati dai tagli alle assunzioni imposti per ragioni di bilancio tra il 2012 e il 2015 per le Forze di polizia e da molti anni a questa parte per il personale degli uffici giudiziari), mezzi, tempestività d’azione, certezza ed efficacia delle sanzioni, effettività del reimpiego a fini pubblici dei beni confiscati. Così come non bastano gli appelli e le iniziative per la mobilitazione degli imprenditori onesti, delle associazioni e delle coscienze dei cittadini.
Senza pretendere di poter essere esaustivi, servono anche poche leggi di settore ben fatte, efficaci e funzionali, coerenti e intellegibili, semplici da conoscere, comprendere e applicare. Serve che queste leggi siano seguite da atti e procedure amministrative con le stesse caratteristiche. Serve che siano sollecitamente applicate con rigore ed equità dai funzionari incaricati e dai professionisti che intervengono nei procedimenti. Serve che la loro corretta applicazione sia costantemente controllata e la loro disapplicazione, la loro violazione, siano rapidamente individuate e rigorosamente sanzionate. Serve che le disposizioni siano accompagnate da iniziative economiche e sociali, politiche, capaci di promuovere l’iniziativa imprenditoriale sana ed efficiente, facilitarne l’accesso ai finanziamenti pubblici, al credito bancario e ai mercati interni e internazionali. Serve, ancora, rendere disponibili le infrastrutture e i servizi necessari. Serve diffondere cultura e pratiche di legalità in modo attrattivo e convincente allontanando soprattutto i giovani da percorsi di ignoranza, violenza e illegalità e dal convincimento che questi siano più accessibili, soddisfacenti e convenienti rispetto all’applicazione nello studio, alla ricerca di un’occupazione stabile, a una vita condotta onestamente.
Se è vero che in questa direzione si sta cercando di procedere da tempo, è d’altra parte evidente che quanto fatto risulta non ancora sufficiente per il conseguimento degli obiettivi di legalità necessari.
Questo perché spesso le tante leggi sono state introdotte e attuate senza una visione unitaria e funzionale, coerente e condivisa o sono risultate inapplicate o parzialmente applicate. I procedimenti amministrativi sono stati impropriamente condotti, interrotti o ineseguiti. I controlli sono stati inadeguati, le sanzioni non sono state sufficientemente deterrenti. Le premialità (come il Rating di legalità, introdotto recentemente) non hanno ancora dispiegato tutti i loro effetti benefici.
Le criticità possono essere affrontate sul piano legislativo e amministrativo, sul piano politico e sociale, se c’è fattiva volontà di farlo, nel convincimento che il rispetto delle regole è una questione culturale prima che di legislazione, di amministrazione, di polizia e di giustizia. Il recupero della legalità è anche, anzi soprattutto, un problema etico, ma anche economico perché la legalità “conviene”. Aiuta la comunità e le imprese a crescere e, soprattutto, a garantire un futuro ai nostri giovani.

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