La tv va in vacanza. Rai, Mediaset, La7 e “le altre”: tutto già visto, o quasi. Il bilancio della stagione

Stop ai palinsesti, via alle repliche. In tv parte l’”interregno” del vuoto cosmico, quattro mesi di vacanza per il piccolo schermo.
Con le prime settimane di giugno, come accade ormai da anni, la stagione televisiva italiana volge tristemente al termine. Tristemente per tutti coloro che, invece, continueranno ancora a lungo a lavorare regolarmente ed avrebbero gradito qualcosa di più dell’invasione di repliche che fino a settembre costituirà la grossa parte dei palinsesti televisivi.
Partendo da questa doverosa critica, l’occasione appare opportuna per un piccolo bilancio di questa stagione appena trascorsa sul piccolo schermo.
Prima di tutto, sul piano dell’offerta, è stata una stagione in cui si è visto davvero poco di nuovo. Da quando la componente commerciale gioca un ruolo determinante nelle scelte editoriali – ed in misura crescente negli ultimi anni – in Tv si va sul sicuro. Sia per non spaventare gli investitori, sempre pronti a puntare su cavalli già rodati, sia per non correre rischi con un pubblico mediamente maturo e fidelizzato, sia per mancanza di idee. I telespettatori vengono accompagnati durante le loro giornate da volti noti, generalmente rassicuranti, e da format conosciuti a memoria. La reiterazione rilassa, l’abitudine crea familiarità, così la televisione vive nella scansione prevedibile di momenti come l’intervista al personaggio famoso, il caso del giorno da dibattere, l’oroscopo, la ricetta, la ghigliottina, i titoli… Qualche sorpresa in più si può trovare in prima serata, sebbene le fiction ed i varietà mandati in onda siano in molti casi in vita ormai da un decennio: da un lato Il commissario Montalbano, Don Matteo, Che Dio ci aiuti, dall’altro C’è posta per te, Tale e quale show, Ballando con le stelle, senza dimenticare il recente ripescaggio di Portobello e della Corrida.
I colossi generalisti, dunque, innovano poco: la moda ora chiede soprattutto talent show in tutte le declinazioni possibili, fiction poliziesche con intrecci sentimentali (per fasce d’età, così da coinvolgere i giovanissimi ma anche gli adulti), quiz collaudati, contenitori per famiglie divisi tra l’attualità, la cronaca nera ed il pettegolezzo, sport e notizie (queste ultime con moderazione, però: meglio i Tg che gli approfondimenti politici).
Anche i volti che la fanno da padrone sono ricorrenti. Nel caso della Rai: Conti, Clerici, Amadeus, Carlucci.
La Tv di Stato ha continuato a privilegiare l’“usato sicuro”, ma, dove i rischi erano minori, ha osato qualche rara novità, come, ad esempio, Il collegio (con un riscontro, a sorpresa, molto positivo) e Realiti scio su Rai 2, ma anche La linea verticale e Topi su Rai 3. Il terzo canale, un po’ più libero dalla pressione degli ascolti, si permette anche di sperimentare ed affrontare temi delicati, con una capacità di approfondimento superiore alla media del panorama televisivo.
E poi anche in questa stagione ci sono stati i fiori all’occhiello della Rai, come Alberto Angela e i suoi programmi divulgativi che si avvalgono delle più alte tecnologie e professionalità disponibili (ovviamente riconfermato Meraviglie. La penisola dei tesori).
Nel quadro di un’offerta dispersiva per numero e varietà di canali, la Rai conserva innegabilmente una sua unicità. Ha giustamente intuito la necessità, per restare competitiva rispetto alla sconfinata offerta disponibile, di creare eventi grandi ed esclusivi, capaci di rafforzarne l’immagine ed attrarre un pubblico sempre più facile da distrarre. In questa direzione, negli ultimi anni la Tv di Stato ha cercato di valorizzare grandi talenti della musica, della danza, dello spettacolo in generale, in serate speciali in diretta esclusiva. Ne sono esempi lo show di Roberto Bolle, i concerti dall’Arena di Verona, il monologo teatrale di Andrea Camilleri (Conversazione su Tiresia).
Fra tanti prodotti medi, già visti e confezionati per piacere e non spaventare, appaiono ogni tanto alcuni buoni programmi come questi che giustificano il canone (anche se molti cittadini non si dicono dello stesso parere, salvo poi guardare regolarmente la Rai). La qualità, però, specialmente sulla rete ammiraglia, sopravvive solo quando si sposa con un ritorno di ascolti, e dunque economico, ed in questo le responsabilità sono condivise. In Italia, infatti, si è sempre pronti a lamentare la scarsa qualità dei programmi, salvo poi adeguarsi troppo spesso al verdetto dell’audience: si chiede di innovare, sperimentare, fare cultura, ma si scrivono articoli che rimarcano i vincitori della gara degli ascolti e che, al contrario, sottolineano i fallimenti, anche quando si tratta di trasmissioni di qualità.
La Rai è apparsa, anche durante questa stagione, ingabbiata nelle proprie storiche contraddizioni.
Come sempre, la programmazione Rai risente della spartizione politica delle poltrone. Quest’anno lo si è visto chiaramente nell’orientamento dei Tg – il Tg 1, da tradizione, governativo e più conciliante, il nuovo Tg 2 filoleghista, il Tg 3 col cuore a sinistra e molta professionalità. Non solo: come prima mossa post-Europee, Che tempo che fa di Fabio Fazio è stato “declassato” con il passaggio obbligato da Rai 1 a Rai 2 per la prossima stagione e subirà un taglio di budget (oltre che di stipendio per il conduttore) come “punizione” prettamente politica per le sue posizioni invise alla Lega.
Merita una critica anche l’arretramento degli ultimi anni della Rai sullo sport. La rinuncia ai diritti delle competizioni sportive più amate, in considerazione del fatto che l’attuale Tv di Stato percepisce un canone inserito in bolletta, rappresentata una mancanza di considerazione nei confronti del pubblico, costretto non soltanto a rivolgersi a Mediaset per seguire i Mondiali di calcio della scorsa estate, ma soprattutto alle televisioni a pagamento per il Gran Premio di Formula 1 e la Moto Gp.
La priorità degli interessi aziendali rispetto a quelli del pubblico è confermata anche dall’assurda tendenza a spostare, ormai da anni, l’inizio dei programmi di prima serata alle 21.30, incuranti delle proteste degli spettatori, non tutti nottambuli. Lo fanno tutti i canali, ma è più grave che lo faccia la televisione pubblica. Altro indice di scarso interesse per i telespettatori è il già citato lunghissimo interregno che per circa 4 mesi i canali televisivi si concedono tra giugno e settembre, per evitare investimenti al di fuori del periodo di garanzia e con un bacino di pubblico più contenuto a causa del bel tempo. Come se fosse sempre Ferragosto e gli italiani, ai primi tepori, potessero interrompere il lavoro e concedersi quattro mesi di vacanza.

D’altra parte, se la Rai, vincolata dai suoi doveri di servizio pubblico, almeno “ci prova”, possiamo affermare che, al contrario, Mediaset nemmeno ci prova più. Indebolito dalla costante, ingente, contrazione degli investimenti pubblicitari e dalla parcellizzazione dell’audience, il principale network privato punta a limitare i danni e poco altro. Sempre più incurante di tutelare la propria immagine, rinuncia alle grandi produzioni (soprattutto di fiction) che un tempo costituivano il punto di forza della contrapposizione con la Rai e punta tutto sul proprio target commerciale, nel tentativo di conservare, per quanto possibile, appetibilità per gli sponsor. Affida anch’esso gran parte dei propri programmi agli stessi 4 o 5 conduttori, volti ormai affidabili per il pubblico Mediaset (Scotti, Bonolis, Marcuzzi), ed in particolare alle due stakanoviste del trash – Barbara D’Urso e Maria De Filippi – estremamente efficaci in termini di redditività, considerando anche il basso costo di alcuni loro programmi. Accanto ai propri vecchi cavalli di battaglia (Striscia la notizia, Le iene, Ciao Darwin) propone senza soluzione di continuità reality show e talent show, prodotti a basso costo con uno zoccolo duro di spettatori disponibili a cadere sempre più in basso con prodotti che fanno rimpiangere il buon gusto di Drive in.
L’ultima stagione ha confermato i peggiori trend del network. Sono stati spremuti sino all’osso i format logori del Grande Fratello e dell’Isola dei famosi, spingendo sull’acceleratore del trash per ovviare alla stanchezza del pubblico. Nel corso della stagione Mediaset non ha esitato a dare continuamente spazio a personaggi che non meriterebbero la ribalta (Fabrizio Corona su tutti, ma l’elenco sarebbe lungo), legittimando la mancanza di talento con la falsa notorietà concessa dal semplice fatto di apparire sullo schermo. Troppe trasmissioni – soprattutto sulla rete ammiraglia, Canale 5 – hanno vissuto di teatrini, falsi scoop, pettegolezzi, rivelazioni in diretta di tradimenti coniugali, di unioni e rotture sentimentali, di gravidanze, di maternità con tanto di test del Dna aperto davanti alle telecamere, fino alla recente telenovela del promesso sposo immaginario di Pamela Prati, rimbalzata di programma in programma. Poche le eccezioni, laddove anche tanta parte dell’informazione delle tre reti pecca di futilità e faziosità. È invece pressoché nullo l’interesse per i prodotti di alta qualità ma di nicchia: quelli ormai viaggiano sui canali a pagamento. Paradossalmente, l’unico tentativo di spiazzamento ed impegno della stagione, Adrian, è naufragato per le bizze del suo protagonista, Adriano Celentano.
Insomma, in casa Mediaset non ci si pone minimamente il problema di tutelare l’immagine dell’azienda.
La7, da parte sua, più libera e targettizzata, anche in questa stagione ha puntato molto sull’informazione e l’attualità. Se il suo Tg orientato ai temi politici ha perso ascolti, le maratone di Enrico Mentana sono ormai un marchio di fabbrica, DiMartedì di Floris ed Otto e mezzo della Gruber battono puntualmente la concorrenza dei loro omologhi in onda sulle reti Rai e Mediaset. La7 può, inoltre, vantare uno dei programmi più intelligenti, divertenti e creativi della televisione italiana: Propaganda live di Diego Bianchi, “figlio” anche del direttore di rete Andrea Salerno. Nel complesso, su numeri contenuti, la settima rete si difende con dignità e può vantare un’identità propria, oggi più di qualche anno fa.
Ci sono poi gli altri tasti del telecomando, certamente più frequentati che in passato e capaci nel loro piccolo di attirare affezionati e creare tendenze.
Otto, Nove, Cielo, Real Time, Food Network… di tutto un po’, all’insegna di un intrattenimento spensierato e disimpegnato, rivolto alle fasce giovani (i più propensi ad avventurarsi tra i canali) ma non in modo esclusivo. Il filone più ricco è sempre quello dei programmi culinari, è tutto uno spadellare ed impiattare, assaggiare e giudicare, in tante declinazioni: Quattro ristoranti, Cucine da incubo, Camionisti in trattoria, le maratone di Man vs food sono entrati nell’immaginario collettivo ed hanno reso star i loro protagonisti – Alessandro Borghese ed Antonino Cannavacciuolo non sono meno popolari di Flavio Insinna ed Ilary Blasi. Ci sono poi il filone immobiliare/edilizio con particolare interesse per le ristrutturazioni, quello matrimoniale, quello motoristico. Un numero contenuto di spettatori, che però tra repliche e nuove edizioni diventa consistente e muove uno share nel complesso rilevante.

Guardando all’accoglienza del pubblico per l’offerta televisiva di questa stagione ne troviamo conferma. Abbiamo canali di tutte le dimensioni in termini di ascolti, con picchi di popolarità, ma anche di gradimento (si pensi a Rai Storia) che superano il freddo share.
I grandi numeri continuano ad accompagnare le prime due reti generaliste. Rai 1 vince in prima serata (suo il calcio più seguito, certezze come il Festival di Sanremo e Il commissario Montalbano, la scommessa vinta della fiction L’amica geniale: sono questi i programmi più visti della stagione). Canale 5 si è molto rafforzato durante la giornata conquistando il primato in fascia pomeridiana tra le casalinghe. Il gruppo Rai, comunque, prevale in modo netto su Mediaset. Sport, fiction ed intrattenimento leggero vincono sui grandi numeri. I talk politici confermano la loro crisi; seguiti con una certa noia da un pubblico mai copiosissimo, piuttosto da nicchie che scelgono quello più vicino alla propria sensibilità.
Le famiglie italiane del 2019 si presentano con i genitori sul divano davanti alla Tv ed i figli davanti al notebook o persino con lo smartphone per fruire contenuti video. Per poi riunirsi, però, qualche volta, per alcuni programmi capaci di parlare alle diverse generazioni ed alle diverse esigenze.
Consapevoli di tutto ciò, i network televisivi coltivano un dialogo sempre più stretto con le altre piattaforme. La Rai, in particolare, inserisce e promuove contenuti di valore su Rai Play, per la quale è stato siglato un accordo nientemeno che con Fiorello. Il compito dello showman sarà portare online il suo modello di intrattenimento, dando così alla piattaforma grande slancio e visibilità.
Anche a fronte di queste nuove sfide per restare al passo con i rapidi cambiamenti nelle abitudini e nelle tecnologie, da questa televisione è legittimo pretendere molto di più. E se non è più possibile proporre esclusivamente programmi educativi, almeno si ponga freno a quelli diseducativi.

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