Sudafrica, il Pil torna a volare. Ma la disuguaglianza alimenta l’immigrazione

I BRICS ospitano, in totale, circa il 42% della popolazione mondiale, ricoprono circa il 25% dell’estensione terrestre e il loro Pil ammonta approssimativamente al 20% di quello mondiale.
Il Sudafrica è stato l’ultimo paese ad aderire come membro ai BRICS, ed è certamente il componente che contribuisce meno alla formazione di questi dati esorbitanti; d’altro canto, il suo territorio è ricco di risorse naturali e si trova in una posizione politica e geografica perfetta per rappresentare il punto di appoggio e di partenza di molte operazioni programmate nel continente africano.
Il Sudafrica viene da un ventennio politico molto movimentato. Soltanto nel 1994 il movimento guidato da Nelson Mandela è riuscito a dare origine a una sorta di miracolo politico e sociale che non aveva avuto precedenti in Africa, e cioè a una transizione per lo più pacifica verso la fine del sistema di apartheid e l’inizio di un periodo basato sulla eguaglianza politica e sociale. Al contrario, solo per fare un esempio, nello Stato confinante dello Zimbabwe questa transizione fu molto più violenta.

Il modo positivo in cui il Sudafrica ha saputo gestire la fase di transizione a un sistema democratico ha trovato una conferma nei sorprendenti risultati economici conseguiti dopo la caduta del regime. Se nel 1994 il Pil del paese era pari a circa 137 miliardi di dollari, dopo un assestamento dei processi politici ed economici durato circa dieci anni questo dato ha cominciato a crescere a ritmi vertiginosi, arrivando a circa 257 miliardi nel 2005 e addirittura a 417 miliardi nel 2011. Sfortunatamente, dopo il 2011 e fino al 2016, a causa di problemi spesso legati a scandali politici e finanziari (che hanno ridotto la fiducia degli investitori), il Pil è tornato a scendere arrivando, nel 2016, a circa 297 miliardi. Con l’elezione del Presidente Cyril Ramaphosa nel 2017, gli investimenti esteri in Sudafrica sono nuovamente aumentati, facendo registrare una nuova positiva inversione nel trend del Pil, che è già tornato a superare i 350 miliardi nel 2017. Una tendenza sostenuta anche dall’ottima considerazione che Ramaphosa registra a livello internazionale.

Tra i numerosi piani di sviluppo promossi dal governo, particolare importanza riveste un programma denominato Bee (Black Economic Empowerment), che opera in ambito sociale con l’obiettivo di agevolare il più possibile l’accesso ai cittadini neri (che rappresentano più del 90% della popolazione) a quelle opportunità lavorative ed economiche che prima erano riservate solo ai cittadini bianchi di origine europea. Un obiettivo non certo facile da raggiungere, sia perché il sistema economico sudafricano continua a registrare un altissimo livello di disoccupazione (pari a circa il 26%), di povertà diffusa e di disuguaglianze sociali, sia per la pressione che i numerosi lavoratori immigrati entrati in Sudafrica dai paesi confinanti esercitano sul mercato del lavoro e sulla competitività in materia di costo del lavoro.

Per comprendere l’importanza del problema legato alla pressione dei flussi migratori, che sta generando in Sudafrica proteste sempre più numerose contro gli immigrati accusati di “rubare il lavoro” (anche se i dati della banca mondiale dimostrano il contrario), occorre riflettere sul fatto che tutto il continente africano è attualmente oggetto di grandi processi di migrazione interna che riguardano circa 20 milioni di persone e che il Sudafrica è il paese che ne accoglie il maggior numero (insieme a Costa D’Avorio, Uganda e Nigeria). In Sudafrica, su una popolazione di circa 56 milioni di abitanti, si stima che circa il 10% provenga da altri paesi.

Come membro del Laboratorio sui BRICS dell’Eurispes, ho partecipato, lo scorso aprile a Cape Town, al IV Forum della Nuova Banca di Sviluppo – Ndb dei BRICS. In quella occasione ho potuto approfondire un aspetto specifico del fenomeno migratorio in Sudafrica, e cioè la migrazione interna al paese dalle zone rurali alle città. È molto interessante cercare di capire soprattutto perché esse avvengano anche in assenza di reali necessità materiali.

Il sistema economico del Sudafrica, come del resto di altri Stati dell’Africa, è caratterizzato nelle zone rurali da una diffusa una rete di microeconomie locali, basate per lo più su baratto e scambio di favori (come la manovalanza), con un limitato uso della moneta. Ma a causa dei rapidissimi processi della globalizzazione, queste economie locali subiscono una sorta di cortocircuito dovuto alla spinta che tali processi producono, ovvero inducendo all’acquisto di beni di consumo i cui prezzi sono in linea con quelli del mercato globale (per esempio una macchina, o un telefonino). I giovani, e più in generale la forza lavoro di queste microeconomie chiuse, sono quindi indotti a cercare delle remunerazioni adeguate a soddisfare i nuovi bisogni eterodiretti; da qui la spinta a emigrare nelle città.

In questo rapido processo, un ruolo molto importante è svolto anche dai social media. Infatti, all’interno di questi territori, oltre a una particolare organizzazione economica esiste anche una cultura molto specifica, diversa da area a area, con una conoscenza relativamente limitata di ciò che accade realmente nelle grandi città. E anche oggi, nonostante la rapida circolazione delle informazioni, la percezione delle aree urbane da parte dalle persone che hanno sempre vissuto in comunità isolate non è sempre così accurata, ma piuttosto una “bella copia” della realtà effettiva. La percezione principale di chi usa i social media riguarda il confronto tra la propria condizione di vita, che viene vista come povera, e la condizione di benessere e lusso che è una esclusiva propria delle città. Ciò accade sebbene la povertà vissuta nei microsistemi economici chiusi dei villaggi sia una povertà relativa, perché in tali sistemi tutti hanno almeno una abitazione e la sicurezza di una sufficiente alimentazione. In sostanza, ciò che spinge un giovane a emigrare non è tanto una necessità economica primaria, quanto l’idea, il sogno di vivere come gli abitanti delle città.

Un altro fattore che incide su questo processo migratorio è spesso la reticenza di chi non riesce a inserirsi in contesti diversi e finisce col vivere al margine dei sistemi economici e sociali delle città; in tal caso non ammettere, per vergogna, con gli amici e i parenti rimasti nella regione di origine questa situazione personale, contribuisce a mantenere viva la visione positiva della realtà urbana, un fatto che induce poi altre persone a seguire lo stesso percorso (un fenomeno simile si ha anche con le migrazioni del Nord Africa in Europa).

Ciò comporta delle conseguenze non solo per chi decide di andarsene, ma anche per chi decide di restare, poiché ad andare via spesso sono i giovani, e quindi la forza lavoro più importante. Mancando la forza lavoro interna, queste piccole economie di villaggio sono costrette ad aprirsi verso l’esterno; in un certo senso, è la loro fine.

Credo che il decennio appena iniziato nel coordinamento BRICS sarà fondamentale per comprendere in che direzione andrà il Sudafrica. Se riuscisse a dare un ulteriore input alla sua economia, gestendo in modo adeguato questi problemi di cambiamenti strutturali, e a mantenere, se non addirittura implementare, la stabilizzazione politica, il Sudafrica potrebbe davvero rappresentare la principale porta d’accesso per gli investimenti in tutto il continente africano. E come ci insegna la storia, divenire un punto d’intersezione tra diverse economie e culture non può fare altro che aumentare esponenzialmente l’importanza di un paese, inserendolo in un circolo virtuoso, valido sulla scena continentale e internazionale.

Bartolomeo Gatteschi è membro del Laboratorio sui Brics dell’Eurispes

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