Intervista

Un’italiana in India: “I miei 4 folli anni a New Delhi”

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Da Roma a Nuova Delhi, cambia vita per amore e si trasferisce in India. Romana, donna di marketing e relazioni esterne, Matilde Cianci, nel 2014 compie la scelta che le cambierà la vita e, con un salto nel buio, lascia l’Italia. Nel romanzo Mangiavo noodles a New Delhi racconta i suoi folli 4 anni di vita a Dehli, le scoperte, le difficoltà, l’entusiasmo.

Matilde Cianci, quali motivazioni l’hanno spinta a trasferirsi in India?
Mi sono trasferita in India nel 2014 per raggiungere il mio compagno che, l’anno precedente, si era dovuto recare a Delhi per lavoro. Ho passato tutto il 2013 a barcamenarmi tra impegni lavorativi e i viaggi in India: dopo aver fatto la pendolare tra due continenti, mi sono resa conto che avrei dovuto compiere una scelta drastica. O il lavoro così come lo avevo sempre concepito, quindi la soddisfazione e la gratificazione determinata dal processo creativo che la mia professione comportava, oppure la mia felicità. Ho optato per la seconda e, visto che spesso quando si è felici si è più propensi a reinventarsi, ho trovato anche il modo di incanalare la mia creatività in modi nuovi e altrettanto soddisfacenti.

Qual è stata, dal punto di vista culturale, la maggiore difficoltà di adattamento in India?
L’India non è classificabile in alcun modo. Non è Occidente, non è Oriente. È India. Con tutto il suo bagaglio culturale millenario che è assolutamente unico. La diversità di approccio che gli indiani hanno verso tutti gli aspetti della vita ha determinato, almeno nel mio caso, una iniziale difficoltà nel capire in che modo avrei dovuto gestire il mio quotidiano senza mancare di rispetto ad alcuno e, soprattutto, senza impazzire. Ci sono molti occidentali che pensano di poter continuare a condurre in India la stessa vita che conducevano nel loro paese di origine. Questo, alla lunga (ma forse nemmeno troppo alla lunga), crea dei meccanismi di rifiuto verso il Subcontinente che, tuttavia, non cambia le sue regole. Quindi, sei tu che devi adeguarti ai suoi tempi, al modo di concepire l’esistenza e alle sue innumerevoli contraddizioni. Contraddizioni che peraltro esistono solo se si osserva quel Paese da una prospettiva esterna. Se si prova a immedesimarsi, lo stesso concetto di contraddizione si sfuma e assume un connotato meno acceso.

E dal punto di vista pratico, invece?
Dal punto di vista pratico, le difficoltà sono innumerevoli. Anche solo il clima, umido al 90% per l’80% dell’anno con delle temperature a volte impossibili, rappresenta un forte ostacolo al condurre una vita normale. Poi c’è il traffico ingestibile; ci sono le scimmie che rubano tutto quello che possono dalle borse; ci sono mucche che girano libere ovunque: in mezzo alla strada, nei cortili degli uffici e ogni tanto anche nel giardino della casa in cui abitavo. Inutile dire che spesso brucavano le mie piante. Sono tutte piccole complicazioni che, tuttavia, contribuiscono a creare un mosaico incredibile per cui le mie giornate non sono mai state noiose.

Quale aspetto l’ha maggiormente spiazzata dell’India? Che cosa, partendo dall’Italia, non si aspettava?
So che rischio di cadere nel luogo comune dando questa risposta, ma probabilmente la cosa che mi ha spiazzato di più è stata quella forma di povertà che sconfina nella miseria e che non ha possibilità di redenzione. Non si vede ovunque, ci sono alcuni quartieri di Delhi o alcune città in cui si percepisce con una forza che lascia stremati. Perché tutta quell’umanità sofferente rimarrà tale nonostante siano in tanti a prodigarsi per garantire a queste persone un futuro, se non migliore, almeno un pochino meno grigio. Ecco, a questo tipo di miseria è impossibile abituarsi, specie quando coinvolge i bambini che sono le grandi vittime di questo sistema ormai consolidato da centinaia di anni.

Secondo lei, quali idee ed aspettative diffuse in Italia rispetto all’India sono infondate ed ingannevoli?
Spesso mi è capitato di parlare con persone che dell’India conoscevano solo la collocazione sulla carta geografica e da loro ho recepito una sostanziale paura anche solo di avvicinarsi al Paese. Paura di quello che avrebbero potuto trovare al loro arrivo, paura della microcriminalità, paura delle malattie. Per tutto il tempo in cui ho vissuto a Delhi non mi è capitato nemmeno una volta di sentirmi in pericolo: basta usare un po’ di buonsenso. Le malattie purtroppo ci sono. Alcune, come la dengue, sono difficili da prevenire salvo coprirsi e utilizzare un repellente per insetti. Per evitare spiacevoli mal di pancia, invece, è sufficiente evitare di mangiare lo street food e stare un po’ attenti a ciò che si beve.

Vista dall’Italia, l’India spesso appare una nazione divisa tra sviluppo inarrestabile e miseria profonda. Qual è stata la sua impressione vivendo lì, esiste davvero una contraddizione tanto marcata, ha avuto modo di osservare le diverse anime dell’India contemporanea?
Come dicevo inizialmente, la contraddizione è nell’occhio di chi guarda. L’India ha mille anime ma sono tutte curiosamente in armonia le une con le altre ed è per questo che, nonostante l’enorme divario culturale e di tenore di vita che innegabilmente esiste tra la popolazione, non sono mai scoppiati conflitti civili. La questione dello sviluppo inarrestabile, inoltre, era vera un decennio fa. L’India, purtroppo, continua a fare i conti con il proprio passato che ha un po’ legato le mani al suo ruolo di super potenza in ascesa.

Sulla base della sua esperienza, qual è il ruolo e quale il peso della religione nella cultura e nella vita quotidiana in India?
La religione condiziona quasi ogni aspetto della vita. E questo è particolarmente vero per le fasce più povere della popolazione che non hanno modo di interpretare il messaggio della religione induista ma lo accettano in modo acritico, quasi fosse una legge non scritta da rispettare in modo letterale. Per capire meglio quello che intendo, suggerisco di guardare il film “PK”. Per certi versi è esilarante, per altri fa riflettere moltissimo. Non solo, la sua uscita nelle sale cinematografiche indiane ha suscitato enorme scalpore.

Che opinione si è formata rispetto alla condizione della donna in India?
La condizione della donna purtroppo è ancora piuttosto precaria. Nelle classi più ricche, o anche in questa nuova borghesia che si sta formando con estrema fatica e lentezza, la donna riveste sicuramente un ruolo meno marginale rispetto al passato. Nelle classi rurali, invece, la donna è ancora relegata all’esclusivo ambiente domestico dove spesso si consumano gravi atti di violenza. Anche in questo caso, quindi, c’è una condizione dicotomica e io spero che questo dualismo possa risolversi con un miglioramento globale della condizione femminile.

A suo giudizio, Bollywood riveste un ruolo nella creazione di una più omogenea identità indiana?
In realtà credo che Bollywood serva più che altro a dare una proiezione dell’India verso l’esterno. Tanto è vero che moltissimi film di Bollywood hanno avuto grande successo nel Sud-Est asiatico e alcuni persino in Turchia. Non va inoltre dimenticato che esiste tutto un filone del cinema indiano in Tamil Nadu, in lingua Tamil, e un filone altrettanto popolare bengalese in lingua Bengali. Bollywood è forse la punta maggiormente conosciuta di un iceberg molto sfaccettato che, come ogni cosa in India, contiene diverse anime ed è quindi non catalogabile.

Nei quattro anni in cui ha vissuto a New Delhi quale atteggiamento prevalente ha riscontrato in India nei suoi confronti, come italiana?
Devo dire che mi sono sentita sempre molto coccolata dall’India e dagli indiani. Nonostante le differenze e nonostante alcune normali incomprensioni, trovo che la popolazione sia stata sempre molto calorosa e tutti coloro, con i quali ho avuto il piacere di rapportarmi, hanno cercato di regalarmi un pezzetto della loro cultura che ho tentato di far mio e che custodisco gelosamente.

A suo avviso, in che misura è possibile una reale integrazione?
Dipende da che cosa si intende per integrazione. La diversità, che se interpretata nel giusto modo è sempre fonte di arricchimento spirituale e materiale, può comunque creare qualche barriera. Ci sono moltissimi stranieri che vivono da decenni in India e che hanno assorbito la maggior parte degli usi locali. Se si è in grado di adattarsi completamente al Paese, allora una reale integrazione è possibile. Nel mio caso, per quanto fossi ben inserita nel contesto locale, non credo di essermi totalmente integrata. Quattro anni erano forse troppo pochi e, molto probabilmente, il mio essere nata e cresciuta in una società così distante da quella indiana ha contribuito a far rimanere la mia forma mentis prettamente occidentale.

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