Salute

Immigrati e salute mentale, una questione sottovalutata

di Barbara Il Forte
1 giugno 2016

È di poche giorni fa l’allarme lanciato dal reparto di Etnopsichiatria dell’ospedale Niguarda di Milano, in base al quale si sta registrando un notevole aumento di disturbi psichiatrici fra gli immigrati in Italia.

Non è questa la prima volta che viene diffuso un simile allarme, e mentre la psicologia e la psichiatria non sanno rispondere adeguatamente alla domanda assistenziale dei migranti stranieri, quello del Niguarda rimane uno tra i pochissimi centri a livello nazionale che offre interventi di sostegno psichiatrico a immigrati che approdano al reparto dal pronto soccorso, dopo ricoveri in neuropsichiatria, o dall’ufficio stranieri.

Secondo uno studio della Società Italiana di Psichiatria effettuato sui richiedenti asilo, almeno un immigrato su tre soffre di disturbi mentali e il 17% della popolazione degli ospedali psichiatrici giudiziari è composto da extracomunitari.

Attualmente, gli immigrati ricoverati nel reparto di Etnopsichiatria del Niguarda sarebbero 250, la capienza massima di quel reparto, che accoglie solo i casi più acuti, calcolati in 400-500 ricoveri l’anno. Le patologie di cui si parla sono quelle di tipo schizofrenico, disturbi di personalità borderline e dell’umore, tutti disturbi che possono essere aggravati e perfino scatenati da abuso di sostanze, alcool e soprattutto dai cannabinoidi.

Altra emergenza è quella del crescente abuso di alcool, “con risposte particolarmente violente”. Sono quindi necessari, fanno rilevare gli psichiatri, “interventi sanitari mirati”, considerando anche il fatto che, per ragioni metaboliche, la risposta ai farmaci è diversa tra le varie etnie, e ciò richiede una formazione particolare anche da parte dei medici.

È dello scorso anno uno studio molto accurato dell’ospedale Borgo Trento di Verona sulle intossicazioni acute da alcool nella popolazione generale, in cui è stata quantificata anche la percentuale di casi riguardanti pazienti non italiani. Il dato rilevato è che il numero di casi riguardanti questi ultimi è tre volte superiore a quello dei pazienti italiani, con le percentuali di ricovero più alte registrate in pazienti provenienti dal Marocco e dallo Sri Lanka.

Perché l’Etnopsichiatria?

L’Etnopsichiatria è una disciplina multidisciplinare e complementarista (Devereux, 1972).

L’emigrazione toglie all’individuo il sostegno del proprio mondo culturale e genera forme di adattamento e disadattamento organiche alla cultura di appartenenza. I pazienti immigrati, sottratti del loro contenitore culturale, soffrono di una condizione di fragilità identitaria che può sfociare in forme psicopatologiche gravi. L’Etnopsichiatria integra il piano psicopatologico con quello antropologico. Non potendo affidarsi esclusivamente a descrizioni cliniche e a strumenti diagnostici e terapeutici generati e standardizzati per i pazienti occidentali, deve creare i propri modelli esplicativi e i propri strumenti d’intervento. L’approccio clinico ha bisogno di dispositivi nuovi, tarati in base alle diverse etnie e alle diverse culture, poiché la cultura è indissociabile dall’individuo e ne contiene e informa l’apparato psichico.

La formazione in Italia di professionisti in psichiatria trans culturale e la creazione di centri come quello del Niguarda non è più procrastinabile. Mentre l’Italia continua a ricevere un flusso migratorio incontenibile, ancora mancano studi epidemiologici necessari a individuare le etnie più a rischio di sviluppare problemi psichiatrici, quali fra questi in particolare, nonché i relativi fattori di rischio e di protezione, e avviare la costruzione di dispositivi adeguati sia ad affrontarli, che a prevenirli.

E mentre stiamo facendo esperienza della sola punta dell’iceberg, le stime del Pew Research Center di Washington dicono che l’Italia è, tra i grandi Paesi, quello in cui la popolazione musulmana aumenterà di più in termini percentuali: +102,1% in vent’anni.

Con la politica verso l’immigrazione adottata dal governo italiano e dalle amministrazioni locali, che hanno affidato la gestione delle necessità degli immigrati a cooperative sociali raffazzonate e a Onlus improvvisate, è il caso di dire che “il peggio deve ancora venire”.