I Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione (DNA) sono oggi una delle più gravi e complesse sfide per la salute pubblica.
Sono classificate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come patologie psichiatriche gravi, con tassi di mortalità tra i più alti tra le malattie mentali. A fronte di un impatto epidemiologico, sanitario ed economico sempre più evidente, i DNA continuano però ad essere sottovalutati dalle politiche pubbliche e la ricerca è scarsamente finanziata rispetto ad altre patologie psichiche e croniche.
In aumento il numero dei DNA nel mondo. In Italia mancano ancora politiche e investimenti adeguati
In tutto il mondo, i tassi di incidenza dei Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione (DNA) sono in crescita, riguardando fasce sempre più ampie della popolazione e comparendo in età sempre più precoce. La diffusione del Covid-19 ha inoltre acutizzato le condizioni psichiche di milioni di persone, accelerando anche la diffusione dei DNA, già in aumento prima del 2020.
Tre anni fa, nel nostro Paese l’attenzione verso i DNA è culminata nell’istituzione del Tavolo tecnico nazionale. Attualmente mancano, tuttavia, investimenti strutturali, modelli organizzativi all’altezza e in linea con quanto necessario per adottare adeguate politiche di salute pubblica. Risultano ancora insufficienti, inoltre, iniziative di prevenzione in grado di ridurre un impatto che, in quasi tutte le regioni della Penisola, grava pesantemente sulle famiglie.
Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione (DNA): classificazione clinica e dimensione
I DNA sono riconosciuti a livello internazionale quali patologie mentali multifattoriali e severe, che coinvolgono dimensioni biologiche, psicologiche e sociali. La classificazione ufficiale dei DNA si basa sul Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) dell’American Psychiatric Association, adottato anche in àmbito europeo.
I DNA menzionati dal DSM-5 sono:
- Anoressia nervosa (AN): caratterizzata da restrizione dell’apporto calorico rispetto al fabbisogno, con conseguente peso corporeo significativamente basso, intensa paura di ingrassare e alterata percezione dell’immagine corporea. È uno dei disturbi mentali con il più alto tasso di mortalità.
- Bulimia nervosa (BN): presenza di ricorrenti abbuffate seguite da comportamenti compensatori inappropriati (vomito autoindotto, digiuno, esercizio fisico eccessivo, uso improprio di lassativi). Per la diagnosi, il comportamento deve manifestarsi almeno una volta alla settimana per tre mesi.
- Disturbo da alimentazione incontrollata (BED): episodi ricorrenti di abbuffate alimentari, non seguiti da condotte di eliminazione, con forte disagio associato. È il disturbo alimentare più comune nella popolazione generale, spesso correlato all’obesità.
- Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione non altrimenti specificati (OSFED): comprendono quei quadri clinici che non soddisfano pienamente i criteri degli altri disturbi ma che determinano una compromissione significativa dal punto di vista clinico.
Una nuova classificazione dei DNA potrebbe aumentare fino a 30 il numero dei disturbi
Informazioni, circolate recentemente, rimandano a possibili evoluzioni classificative che aggiornerebbero i DSM-5 e potrebbero introdurre circa 30 nuovi disturbi a sé stanti. Tra questi, risultano sempre più frequenti nella pratica clinica e nella letteratura in particolare alcune fattispecie:
- Ortoressia nervosa (oggi rientra tra gli OSFED): ossessione per il mangiare sano, che può portare a malnutrizione, isolamento sociale e disagio psicologico.
- Vigoressia (oggi sottotipo del disturbo da dismorfismo corporeo): eccessiva preoccupazione per la propria massa muscolare, spesso accompagnata da allenamenti compulsivi ed estreme abitudini alimentari.
- Drunkoressia: comportamento pericoloso che consiste nel saltare i pasti per compensare le calorie dell’alcool, diffuso tra adolescenti e giovani adulti.
- Sindrome da alimentazione notturna (Night Eating Syndrome), attualmente tra gli OSFED: assunzione di una quota significativa di calorie nelle ore notturne, spesso associata a insonnia e disagio psicologico.
Nel 70% dei casi i DNA si associano ad altri disturbi
I DNA non si manifestano in forma isolata, ma si associano sovente a disturbi d’ansia e disturbi dell’umore (fino al 70% dei casi); disturbo ossessivo-compulsivo; disturbo post-traumatico da stress (PTSD); disturbi di personalità, in particolare borderline ed evitante; abuso di alcol, stimolanti, lassativi; disturbi neuroevolutivi, in particolare nello spettro autistico soprattutto nell’anoressia nervosa.
Tali comorbidità, laddove presenti, rendono necessaria una complessa e integrata presa in carico, con percorsi terapeutici personalizzati ed evidentemente una gestione multidisciplinare e ancora più complessa.
Dal punto di vista clinico, i DNA implicano un deterioramento significativo del funzionamento fisico e psico-sociale del malato. I sintomi possono durare anni, alternando fasi di miglioramento a ricadute. La tempestività dell’intervento gioca un ruolo determinante nell’efficacia del trattamento: a diagnosi precoci si accompagnano outcomes clinici favorevoli.
Inquadrare i DNA non come scelte di comportamento ma come disturbi mentali radicati in dinamiche psicologiche complesse, esperienze traumatiche, vulnerabilità biologiche e pressioni socioculturali è di fondamentale importanza. È proprio su questo terreno occorrono notevoli passi avanti di tipo culturale.
Nel contesto italiano, sebbene il riconoscimento clinico dei DNA stia segnando un trend positivo, permane una significativa distanza tra i bisogni assistenziali e l’offerta di servizi.
*Antonio Alizzi, giornalista, scrittore, ricercatore dell’Eurispes.

