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Educazione e violenza giovanile, tra famiglia e scuola. Intervista alla Professoressa Susanna Mantovani

di
Antonio Alizzi*

Susanna Mantovani, Professoressa onoraria di Pedagogia generale e sociale all’Università di Milano Bicocca, è tra le voci più autorevoli in Italia sui temi dell’infanzia e dell’educazione. Con lei abbiamo provato a capire che cosa cambia, e che cosa resta, nei comportamenti dei più giovani: dalla violenza giovanile alla devianza precoce, dal peso crescente delle tecnologie digitali nella crescita dei più piccoli al ruolo ambivalente del gruppo dei pari, fino alle fragilità della famiglia contemporanea e ai limiti di etichette mediatiche come “baby gang”. Un confronto che intreccia scuola, famiglia e società, restituendo la complessità di un fenomeno che riguarda tutti gli adulti, non solo gli addetti ai lavori. 

Professoressa Mantovani, il suo punto di vista ci aiuterà a comprendere meglio i comportamenti, anche devianti, dei giovanissimi, soprattutto in quella fase di passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza. Cosa è cambiato nel tempo?

Tutto cambia nel tempo e se i ragazzini, i preadolescenti, gli adolescenti non cambiassero, ci sarebbe da preoccuparsi. Vorrebbe dire che il mondo è fermo. I bambini, anche quelli molto piccoli sono sensori del mondo in cui viviamo. Così anche i preadolescenti e gli adolescenti. Credo che la devianza esista da sempre nei giovanissimi; ne troviamo tracce anche nella letteratura. Non mi sorprendo, anche se sono preoccupata per alcuni specifici fenomeni che si manifestano nella nostra società, non solo tra i giovani. Sono nel mondo, a tutti i livelli, ampiamente e quotidianamente illustrati e messi in evidenza da tutti i canali di comunicazione: problemi di violenza.

Ogni giorno siamo testimoni di atteggiamenti di crudeltà e di disinteresse per il sentire degli altri, di un linguaggio violento anche da chi ricopre i più alti incarichi, diffusi e continuamente ripresi. Sono segnali che anche i più piccoli ascoltano, assorbono e che pian piano ottundono la sensibilità. Tutti gli adulti, volenti o nolenti, sono modelli per i giovani, per imitazione o, più raramente, per contrappasso. Lo vediamo sin dalla prima infanzia: i bambini imparano la lingua che a loro viene parlata, non un’altra. Imparano i toni, gli atteggiamenti che poi “giocano” in modo enfatico e caricaturale.  In gruppo. E, qualche volta, il passaggio dal gioco alla realtà può essere tragico.

Come mai esiste anche una delinquenza così precoce? Forse va messa in relazione con quella adulta. Non dico che la violenza adulta sia la causa, non c’è mai una sola causa, ma c’è un contesto che la documenta insistentemente, la rende pensabile e dunque possibile. I giovanissimi vedono violenza nella vita quotidiana, nei media, nei Social sono bombardati, possono andare a cercarne i dettagli e poi la interpretano, e talvolta la agiscono. Viviamo in un mondo nel quale le varie forme di violenza vengono descritte, analizzate, spettacolarizzate. Mi sorprenderebbe se i ragazzi non ne fossero influenzati. La si vede ma non se ne parla con loro. E questa è un’enorme responsabilità di noi adulti.

Oggi i bambini vivono una socializzazione sempre più “ibrida”, tra mondo reale e digitale. I cellulari non sono più solo strumenti tecnologici: diventano vere e proprie estensioni del corpo. Che effetti ha tutto questo sull’educazione?

In passato, ormai quasi vent’anni fa, insieme al collega Paolo Ferri ‒ molto più esperto di me su questi temi ‒ abbiamo anche scritto Bambini e computer. Alla scoperta delle nuove tecnologie a scuola e in famiglia. Il contatto, spesso autonomo, con le tecnologie sin da piccolissimi è una trasformazione profonda, e può generare squilibri. La ricerca oggi ci conferma che il pericolo esiste. Nessuno può pensare di crescere bambini senza familiarità con la tecnologia, ma questo non significa dipendenza da uno smartphone.

Cito spesso un episodio che mi ha colpita. Stavo camminando in centro, a Milano, in una bella giornata di primavera. Ho visto una giovane coppia con un neonato, il papà spingeva il passeggino vuoto, la mamma allattava camminando. Erano belli, rilassati. Poi ho notato che la mamma, mentre camminava e allattava, guardava il cellulare. Per me è stato un pugno nello stomaco. Il contatto occhi negli occhi con la bambina o il bambino è molto importante a partire dai primi giorni, dall’allattamento che sia al seno o al biberon. Ci sono studi che mostrano come il bambino, quando smette di ciucciare, viene sollecitato da movimenti di chi lo ha nelle braccia; questa sollecitazione non è particolarmente efficace per far riprendere il succhiare, ma sempre genera una ricerca del piccolo degli occhi dell’adulto; cerca lo sguardo dell’adulto. Iniziano così gli scambi e i riconoscimenti, la base della comunicazione, della fiducia, della parola. E se non trova, ripetutamente, lo sguardo dell’adulto, che cosa succederà? Sicuramente si perderà qualcosa. Penso che quello sguardo mancante e il modello di adulto distratto siano segnali di pericolo: i bambini imparano anche da ciò che gli adulti fanno distrattamente. Non a caso, un tempo le bambine cercavano le borsette e le scarpe con i tacchi della mamma; oggi vogliono impadronirsi del cellulare e imitano i genitori col cellulare anche se non lo hanno in mano.

La mamma, il papà non devono sempre essere a disposizione, guardare e controllare continuamente i loro piccoli. Ma trovare spazi di attenzione reale, concentrata. Altrimenti, anche i bambini e poi i ragazzi non sapranno dare attenzione. Imparare fin dall’inizio la responsabilità, che è prima di tutto una risposta adeguata. I bambini tra 0 e 6 anni ‒ quelli che ho studiato di più ‒ non solo imitano, ma fanno una sorta di caricatura dei tratti che osservano negli adulti. Giocano quei comportamenti, li reinterpretano con altri bambini. Alcuni bambini ricevono il cellulare molto presto, a volte soprattutto per ansia dei genitori: “Così so dov’è”. Questi strumenti sono ormai parte del contesto educativo, sono oggetto del desiderio, ma anche causa di aggressioni e di furti da parte di altri ragazzini.

Possiamo approfondire il tema del gruppo?

Il gruppo ha un’influenza potentissima già nella prima infanzia: rafforza, legittima, potenzia; può promuovere comportamenti positivi o istintivi, contribuisce a forgiare i futuri atteggiamenti E tutto questo si combina con i modelli educativi, con la violenza esterna, con le spinte del mondo. In adolescenza e preadolescenza è un potenziatore del bene e del male.  A volte dico ai genitori che, soprattutto in quella fase, è anche questione di fortuna, contano gli incontri nella scuola, nel quartiere. Ma conta, sempre, un’attenzione equilibrata degli adulti.

Nei piccoli si può controllare di più, poi il gruppo che si incontra può essere un amplificatore di fenomeni negativi o, al contrario, un grande mitigatore, o perfino un generatore di esperienze positive. Il gruppo, nei preadolescenti e adolescenti, richiede sempre impegno e lealtà, e può aprire agli altri e all’impegno. La lealtà, però, ha anche un’altra faccia: può diventare timore, vergogna di essere diverso o diversa ‒ pensiamo, ad esempio, al modo di vestire e di parlare ‒ può diventare omertà e può ottundere, nell’eccitazione dello stare insieme, la consapevolezza e il senso di responsabilità. Il gruppo si riferisce a se stesso e sembra, a volte, non riuscire a vedere gli altri, fuori dal gruppo, che diventano ostacoli, se non prede. 

Guardando alla famiglia come agenzia educativa, oggi la vediamo più frammentata e con modelli di riferimento molteplici. Che cosa osserva nella realtà attuale?

Vedo una preoccupazione crescente anche e forse perché, oggi, un figlio è quasi sempre una scelta consapevole. La denatalità tocca anche le famiglie immigrate. Non si fanno figli “per caso”, bensì per volontà o libera accettazione. Questa scelta porta con sé la volontà di “fare bene”.  Non ho mai conosciuto un nuovo genitore che non desiderasse essere il migliore possibile. C’è, però, un’ansia educativa che si accompagna spesso alla complessità nel trovare un equilibrio tra i diversi adulti coinvolti ‒ genitori, nonni, nuove famiglie ‒ e una difficoltà e fatica nel reggere nel tempo, nel tenere la rotta. Ma reggere nel tempo, soprattutto con preadolescenti e adolescenti, è difficile. I genitori devono “tenere le redini”, come con un cavallino. Non è semplice, perché c’è sempre il timore di sbagliare. Questo timore è bello, perché porta umiltà e ricerca, ma può anche paralizzare.

Spesso si cercano soluzioni rapide, quasi definitive, come se l’educazione fosse una ricetta o un farmaco. Invece, l’educazione è fatta di allenamenti costanti e lenti. Un lavoro continuo per acquisire, insieme, consapevolezza e promuovere, sempre insieme, responsabilità. È un lavoro lento e costante, un allenamento, non una soluzione. 

Oggi le famiglie sembrano avere meno modelli di riferimento condivisi. È così?

Era così anche ai miei tempi. Il mio primo figlio compie 50 anni quest’anno e già, allora, le giovani madri cercavano modelli nuovi. La differenza forse sta nella simultaneità: oggi convivono modelli diversi, anche in contrapposizione ideologica. Questo genera confusione, ma anche difficoltà nel confrontarsi. Secondo me, il confronto tra pari è fondamentale, anche tra i genitori. È molto più efficace se a dirti qualcosa è un altro genitore con cui hai un buon rapporto, rispetto a uno psicologo o un esperto. Il problema è che oggi è difficile trovare contesti di confronto informale: per il lavoro, per i ritmi di vita. Eppure, parlarne tra pari potrebbe aiutare molto. Non è la soluzione, ma un buon punto di partenza.

Veniamo alla scuola, l’altra grande agenzia sociale. Cosa sta succedendo?

La scuola, un tempo, era come la Chiesa o il partito: qualcosa che non si metteva in discussione. Oggi, questo è cambiato. L’Italia può essere orgogliosa di offrire a più del 94% dei bambini la scuola dell’infanzia. Già nell’infanzia si formano dinamiche di gruppo: c’è chi guida, chi segue, chi si oppone. I conflitti esistono, e si esprimono anche con aggressività, inizialmente legata agli oggetti, ma non solo. La scuola dell’infanzia è una palestra di socialità positiva, nella quale i bambini possono imparare a elaborare le spinte distruttive e a costruire buone relazioni. In quell’età ritengo che il comportamento sociale sia un vero e proprio oggetto educativo. È indicato anche nei documenti orientativi nei quali “il sé e l’altro” è la prima voce.

Successivamente, nella scuola dell’obbligo, l’attenzione si sposta via via sui contenuti. Si parla anche di cittadinanza, ma la comunità scolastica intesa come luogo di convivenza civile quotidiana viene trascurata. L’accento è sui contenuti e, dopo la scuola primaria, sembra che si dimentichino i “corpi” dei ragazzi che attraversano la tempesta dell’adolescenza. Basti pensare agli orari e a come sono distribuite le materie nelle scuole secondarie. E non dimentichiamoci un paradosso: la scuola è sì un baluardo per prevenire la devianza e l’abbandono, ma è anche uno dei fattori che possono alimentare la devianza. I tempi e i luoghi scolastici, in gran parte del nostro Paese, rendono difficile vivere la scuola come un vero luogo di comunità. Soprattutto per chi, fuori da quelle mura, non ha altre possibilità di compensazione.

Cosa fare?

Non credo che serva continuare a cambiare i programmi, quanto piuttosto l’organizzazione. Creare ambienti in cui si sta, e si impara a farlo insieme. Ambienti in cui si riceve un modello di convivenza civile. Nel quale le regole si apprendono progressivamente e hanno un senso. Nei quali si spieghino ai ragazzi i criteri della valutazione piuttosto di discutere, a ogni cambio di governo, se siano meglio i voti o i giudizi. Nella pratica sportiva, alcuni sport riescono a farlo: lì ci sono regole, conflitti, occasioni di crescita. Negli ultimi anni ho visto crescere molto le competenze educative in chi si occupa di sport per bambini. C’è maggiore attenzione alle regole, alla tenuta, al piacere faticoso dell’imparare, che può anche comportare sofferenza. È uno sviluppo. Ma attenzione, è solo un esempio. Non basta iscrivere un bambino a uno sport perché “lì impara le regole”. Sempre che non lo si iscriva perché “impari a vincere”. Famiglia, scuola, attività sportive sono contesti diversi, non mondi separati La responsabilità continua e quotidiana è di tutti. 

Parliamo di bullismo. Come riconoscerlo e distinguerlo?

Già nella prima infanzia, come già detto, si formano dinamiche di gruppo: c’è chi guida, chi segue, chi si oppone. I conflitti esistono, e si esprimono anche con aggressività. Come sempre, a meno che non ci sia una personalità già molto definita, il fenomeno non esplode dal nulla. Ci sono segnali, tratti che si possono cogliere: un bambino che cerca costantemente di controllare gli altri, di avere l’ultima parola, o una bambina che, in modo diverso, esclude dicendo “non sei più mia amica”, “non giochi più con me”. Nelle bambine, spesso, è meno fisico e più relazionale. Ma è comunque una forma di violenza. Non è fisica, ma è una violenza di altro tipo. Se un gruppo lo osservi, vedi tutto questo nascere. E puoi intervenire. Lavorando sulle attività ‒ parlando tra i diversi contesti: famiglia, scuola, oratorio, sport, cortile ‒ si può evitare che questi comportamenti si consolidino. Sono dinamiche che esistono anche in natura: chi osserva un gruppo di cuccioli o di pulcini vede subito il dominante e l’ultimo della gerarchia. Sono tratti temperamentali, non sempre modificabili, ma nemmeno immutabili. Un bambino non è “cattivo” perché ha tratti assertivi. Ma se non si lavora per creare una socializzazione equilibrata, quei tratti possono sfociare in comportamenti di prevaricazione.

Ci sono spesso contraddizioni tra gli adulti: molti genitori temono che il proprio figlio sia un bullo, ma anche che sia una vittima e non sono facili il confronto e la condivisione degli interventi educativi. Ci sono le spinte legate al contesto familiare: la ricerca ci dice che chi cresce in famiglie violente tende più facilmente a riprodurre quel modello. Nelle relazioni mettiamo in scena ciò che abbiamo imparato e vissuto. Poi, questo si intreccia al temperamento e al contesto. La paura, ad esempio, può generare reazioni opposte: c’è chi si ritira e chi diventa violento. Perché vive il mondo come una minaccia costante.

Parliamo dei bambini con background migratorio. Spesso portano con sé traumi, stress, pressioni sociali. Come può intervenire l’educazione?

Tutto deve muovere dal riconoscimento personale e da una comunicazione che riconosca l’individuo, il singolo nella sua unicità. È prima di tutto lo sguardo, uno sguardo interessato, benevolo, che pone domande. Come quello che si riserva, si deve riservare, al nuovo nato. Non si può pensare di superare la violenza generata dalla frustrazione e dall’accecamento del gruppo senza partire da questo. Una delle sfide più complesse, nell’educare, è riconoscere la frustrazione, cercare di riequilibrarla e aiutare a tollerarla. Ovviamente, se vivi condizioni estreme come le vivono i migranti ‒ che spesso nell’immaginario di molti sono un gruppo indistinto di invasori ‒ è ancora più difficile. Non è sorprendente ‒ anche se grave e da non giustificare mai ‒ che alcuni reagiscano con rabbia e violenza.

Un tema spesso trascurato è anche quello del genere. Non ho mai sentito parlare di bande di ragazze migranti. Per ora c’è una forte polarizzazione maschile. Molti ragazzi con background migratorio devono accettare modelli di genere molto diversi da quelli della propria cultura e questo non è affatto facile. In alcune famiglie ci si aggrappa a valori considerati “di base”, magari rigidi, che per noi risultano inaccettabili, ma che per loro rappresentano un’àncora. Per questi ragazzi il gruppo è fondamentale. La scuola pubblica può offrire incontri con diversità, ma se manca fiducia, se le famiglie diffidano, la banda prende il posto della comunità. Così ti abitui alla violenza, la ripeti, la interiorizzi. Un’infrazione fatta una volta, se non è contrastata, diventa la norma.

Cosa pensa dell’espressione “baby gang”?

È un’espressione sbrigativa. È difficilissimo combattere gli slogan, perché funzionano. Ma “baby” non è corretto. Come dice la parola stessa, i baby sono quelli che non parlano ancora, che balbettano. Usare queste parole rischia di metterci in testa due cose sbagliate: che sia “troppo presto” per intervenire, e che siano “solo bambini”, dunque irresponsabili. Invece non è così. Questi ragazzini non riescono, e in certi casi non vogliono, aderire alle regole comuni. C’è una volontà, spesso inascoltata, e una assenza di adulti sufficientemente coraggiosi da assumersi un ruolo.

Che ruolo hanno i bambini nella narrazione mediatica?

Nella narrazione quotidiana i bambini non sono presenti come soggetti complessi. Prendiamo il tema della denatalità. Si dice che ci sono pochi bambini, ma non si fa nulla per renderli visibili e interessanti. Spesso sono ridotti a figure semplificate, come succede con espressioni tipo “baby gang”, per l’appunto. Per comprendere davvero l’infanzia, bisogna cercare una narrazione articolata, complessa, profonda del bambino e della bambina, e dico entrambe le parole perché serve anche visivamente a non vedere tutto in chiave neutra o maschile. Nella comunicazione pubblica manca spesso questa profondità. Mancano sfumature, mancano storie. Ogni elemento che aiuta a costruire una rappresentazione più ricca è prezioso: si collega a quella necessità di riconoscere ogni bambino come individuo.

Se il Ministro dell’Istruzione le chiedesse quali misure adottare per ricostruire un senso di comunità tra i ragazzi e favorire ambienti educativi sani?

Gli direi di partire dalla scuola. Meno ansia da programma, più attenzione alle cose essenziali. Non parlo solo dell’Italia. Serve più libertà, controllata e accompagnata, nella scelta dei percorsi, che oggi in Italia è scarsissima. Bisognerebbe investire nel lavoro di gruppo, nello studio condiviso, nello stare insieme in modo costruttivo, ma con un pensiero educativo più condiviso e dunque più profondo. La scuola deve occuparsi, in modo serio e professionale, di come si vive, si studia e si cresce insieme. E poi c’è l’uso delle tecnologie e l’intelligenza artificiale. Serve una riflessione non semplicistica: non possiamo né privare i ragazzi di questi strumenti, né abbandonarli a se stessi. Serve allenarli all’autonomia e alla responsabilità, con fiducia e benevolenza. Non parlando di loro è troppo comodo ‒ ma parlando con loro. Guardandoli negli occhi.

L’importanza del gruppo è determinante, mi pare di capire.

La vera tensione educativa è quella tra il riconoscimento dell’individualità e l’equilibrio all’interno del gruppo. Ed è un equilibrio delicato, che cambia a seconda dei contesti. Ma è proprio su questo che possiamo costruire. Aggiungo una nota personale: non amo il tono punitivo di molti messaggi istituzionali. Anche quando ne condivido i contenuti, trovo che il modo in cui vengono comunicati sia spesso controproducente. I ragazzi colgono immediatamente il tono, non solo il contenuto.

Chi dovrebbe avere la regia di questi interventi?

Il problema principale è la frammentazione. Ognuno lavora per sé: l’educatore, lo psicologo, il magistrato. Se non ci si parla, non si costruisce nulla. Manca una comunicazione sistemica tra competenze diverse e la volontà di decisioni condivise. Anche all’Università è così: si fanno concorsi per discipline contigue, che però restano separate. È un limite culturale: bisogna “fare insieme”. Costruire nodi solidi, non solo link temporanei.

*Antonio Alizzi, giornalista, scrittore e ricercatore dell’Eurispes

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