Cibo, produzione e territorio: tutte le contraddizioni del Made in Italy

Eurispes e Unione dei Coltivatori Italiani danno vita all’Osservatorio sul Cibo, Produzione e Territorio. All’iniziativa ha aderito anche l’Universitas Mercatorum. Degli obiettivi che l’Osservatorio si propone ci ha parlato il Presidente dell’UCI, Mario Serpillo, in un’intervista.

Qual è la mission e quali sono gli obiettivi?

L’Osservatorio si pone una grande ambizione: quella di svelare i paradossi di una realtà come quella italiana, indicata come la civiltà delle eccellenze sia per l’agroalimentare sia per il grande patrimonio di valori racchiusi nel suo territorio.

L’Osservatorio vuole riflettere, indicando le soluzioni, sulle grandi contraddizioni che diventano ostacolo all’espressione migliore delle produzioni del Made in Italy.

Presidente, lei parla di grandi contraddizioni. Mi fa un esempio?

Penso ad esempio all’”italian sounding”, ovvero l’imitazione di un modello produttivo, di un patrimonio di know how, di conoscenze, di competenze, di professionalità che viene emulato all’estero con la riproposizione di marchi e prodotti che tali non sono, per affermarli sui grandi mercati più remunerativi, consapevoli ed esigenti, come prodotti italiani. Quello che succede è che vengono utilizzati le tecniche, l’immagine, i marchi, per rendere remunerativi prodotti che invece hanno origini spesso oscure, processi inaffidabili, caratteristiche sul piano della sicurezza alimentare che nulla hanno a che fare con le nostre produzioni. Questo è uno dei fenomeni sui cui l’Osservatorio lavorerà a fondo per segnalare una linea di confine e discrimine tra le imitazioni, le sofisticazioni, le truffe, tante e troppe.

Quali sono le produzioni che stanno soffrendo maggiormente per questo fenomeno?

A soffrire di più sono le cosiddette filiere nobili: vino, olio, grano, frumento. Questi prodotti vengono immessi sul mercato italiano e su quelli più importanti a livello mondiale con un abbattimento dei prezzi inarrivabile per le nostre produzioni, caratterizzate da un livello di qualità molto alto. Il risultato è che alcune di queste filiere dell’eccellenza sono sulla via del tramonto, con il rischio di essere smantellate. Purtroppo, non potranno resistere molto a lungo, a causa di questa concorrenza spietata e selvaggia di Paesi che non fanno i conti con il valore del lavoro e quindi con il costo della manodopera, che non hanno l’obbligo di fare i conti con il tema della sicurezza alimentare, per cui i processi sono inadeguati e insicuri, che non hanno nessun riguardo per il consumatore e la sua salute.

Tra le questioni che l’Osservatorio si propone di affrontare, ci sono anche quelle legate, in particolare, al divario di remunerazione tra chi produce e gli altri anelli della filiera. Cosa c’è che non funziona?

Uno degli obiettivi dell’Osservatorio è proprio quello di riflettere sul rapporto con gli attori della filiera, con gli stakeholders, sempre più disinvolti ed egoisti rispetto a chi produce e al valore del prodotto italiano; spesso, non si fanno carico di una ridistribuzione più giusta fra vari anelli della filiera, tanto meno del costo della produzione, per cui il produttore agricolo viene sempre più condizionato negativamente dal punto di vista economico. Inoltre, c’è una ingerenza sempre più forte di lobby internazionali e di multinazionali che condizionano il processo: dal costo delle materie prime alla finanza, ai mercati, ai costi lungo il resto della filiera. Purtroppo, la conseguenza è che stiamo assistendo alla progressiva dismissione di attività produttive importanti e preziose e all’abbandono delle superfici coltivate: quindi, o si riesce a superare questo grave limite attraverso le aggregazioni di prodotto, la creazione di associazioni di produttori per determinare un peso contrattuale capace di tutelare meglio il valore del prodotto, o diventerà obbligatorio per l’imprenditore cedere alla tentazione di abbandonare.

Eppure, esiste un dato in controtendenza: un rinnovato e ritrovato amore dei giovani per la terra. Che peso ha questo fenomeno?

È vero: a partire dal 2015/2016 ci sono stati segnali in controtendenza che parlano di un nuovo inserimento dei giovani nel mondo della produzione agricola, con una mentalità particolarmente imprenditoriale e connotata da un grado alto di istruzione. Un numero interessante di giovani ha manifestato un interesse particolare verso il ritorno a un’attività difficile, che implica anche una scelta culturale decisa rispetto ai modelli culturali diffusi. Sono segnali positivi di un settore anticiclico che dimostra di sapere continuare a produrre ricchezza e occupazione.

È una tendenza che riuscirà a compensare il dato negativo delle aziende costrette ad abbandonare per le troppe difficoltà?

Si tratta di una tendenza che però deve fare i conti con molte difficoltà. Tra queste, anche l’amministrazione di alcuni assessorati regionali che non riescono a soddisfare le richieste dei giovani. Il Premio di Primo Insediamento, strumento gestito dalle Regioni attraverso il quale i giovani possono accedere a fondi europei, si trova in una situazione di grave crisi. Da una parte, l’Italia è un contributore netto del bilancio europeo come Paese, dall’altra non riesce ad usufruire delle risorse di competenza e, contraddizione nella contraddizione, il Premio di Primo Insediamento viene dato solo a una piccola parte di coloro che ne fa richiesta, con il risultato che quei fondi non vengono utilizzati. La domanda dunque c’è ed è forte, ma la capacità di risposta da parte degli assessorati regionali, attraverso lo strumento del Piano di Sviluppo Regionale, è assolutamente inadeguata, se non addirittura scarsa.

Il rapporto con il cibo è sempre più espressione di identità e di uno stile di vita. Ciò che si mangia costituisce un segno di appartenenza. Che cosa è cambiato nelle abitudini alimentari degli italiani?

I cambiamenti delle abitudini degli italiani in tema di cibo e alimentazione, raccontati ampiamente dalle indagini Eurispes degli ultimi anni, sono oggetto di riflessione e strumento di orientamento e programmazione della filiera produttiva. La penetrazione della cucina internazionale, negli ultimi anni, ha condizionato stili di vita e, in parte, la stessa grande tradizione dell’agroalimentare italiano. Diciamo che ci sono delle variabili che intervengono e che fanno tendenza, che connotano una diversificazione dell’offerta; tuttavia, la cucina italiana resta un punto fermo, declinata soprattutto nelle sue grandi tradizioni regionali che, paradossalmente, oggi si rafforzano, esprimendo al meglio la loro capacità identitaria legata ai territori e alle nicchie produttive e alle eccellenze. Quindi, la penetrazione di altre culture e tradizioni gastronomiche, non fa altro che suscitare e stimolare, anche a livello di creatività, la valorizzazione di quello che c’è di più nobile ed esclusivo in ogni àmbito regionale e territoriale.

Quali sono le richieste prioritarie che, come Presidente dell’Uci, si sente di rivolgere al Governo appena insidiatosi?

Mi piace rimarcare un elemento programmatico importante che ha trovato tutti i leader concordi sul ruolo fondamentale e strategico del settore dell’agricoltura nel rilancio dell’economia e dell’occupazione. Si tratta di capire ora se tutto questo passerà attraverso il rilancio e la tutela del Made in Italy, la valorizzazione del mondo dell’agricoltura e il riequilibrio della produzione all’interno delle grandi filiere, in particolare di quelle maggiormente rappresentative: vino, olio, grano, ortofrutta; in questo senso, servono azioni di Governo certe, sicure. Poi c’è il tema della sicurezza alimentare, della tracciabilità dei prodotti, della etichettatura, che va ulteriormente rafforzata sui tavoli europei, perché sappiamo quanto abbiamo da guadagnare se si riesce a rafforzare gli strumenti e questo sistema di tutele. Infine, bisogna pensare ai giovani, che sono la leva più efficace sul piano culturale, una garanzia di futuro, attraverso l’innovazione e le competenze.

 

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