Il sistema internazionale della cooperazione allo sviluppo sta affrontando una delle crisi più gravi dalla sua fondazione. I dati preliminari dell’OCSE-DAC per il 2025 certificano un crollo senza precedenti dell’aiuto pubblico allo sviluppo globale aggravato dallo smantellamento dell’USAID statunitense e da un contesto geopolitico sempre più instabile. In questo scenario, l’Unione europea e i suoi Stati membri si trovano a dover ridefinire ruoli e strumenti, mentre l’Italia sembra aver scelto la strada del Piano Mattei.
Il crollo degli aiuti pubblici allo sviluppo nel 2025, calo del 23% e record negativo storico
Il 2025 resterà negli annali della cooperazione internazionale come l’annus horribilis. I dati preliminari pubblicati dall’OCSE-DAC descrivono una contrazione dell’aiuto pubblico allo sviluppo (APS) senza precedenti nella storia moderna: il totale erogato dai paesi membri del Comitato di Assistenza allo Sviluppo è stato pari a 174,3 miliardi di dollari, in calo del 23,1% rispetto all’anno precedente e il declino annuale più drastico mai registrato. Dopo aver raggiunto un picco di 223,7 miliardi di dollari nel 2023, gli aiuti pubblici allo sviluppo (APS) erano già calati del 7% nel 2024, segnando il primo arretramento in cinque anni; il 2025 ha confermato una vera e propria retromarcia. Il Center for Global Development, un importante think tank indipendente sul no-profit ha descritto il fenomeno come l’anno in cui i donatori hanno mandato in fumo i loro impegni per lo sviluppo internazionale. Impegni che peraltro già facevano fatica ad avvicinarsi all’obiettivo dello 0,7% del reddito nazionale lordo fissato dall’Onu per ciascun paese donatore. Nel 2024 gli APS complessivi erano pari allo 0,33% del Pil globale, poco più della metà del target.
Lo smantellamento dell’USAID
La decisione che più ha impattato su questo crollo è senza dubbio la politica dell’amministrazione Trump nei confronti della cooperazione internazionale. Nel solo 2025, gli Stati Uniti hanno ridotto i propri aiuti del 56,9% rispetto all’anno precedente, la riduzione più grande mai registrata da un singolo donatore in un singolo anno. Con 29 miliardi di dollari erogati, Washington ha perso per la prima volta nella storia il primato tra i paesi donatori, superata dalla Germania con 29,1 miliardi. Lo strumento più eclatante di questa svolta è stato lo smantellamento dell’USAID, l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale, fondata nel 1961 sotto la presidenza Kennedy. L’amministrazione Trump ha tagliato l’83% dei programmi, 5.200 su 6.200, oscurato il sito ufficiale, ed ha invitato i dipendenti a non presentarsi da un giorno all’altro. Il personale è passato da 14.000 a meno di 300 unità.
Le conseguenze per l’Africa e il sistema globale degli aiuti
I riflessi sono stati devastanti. Sul fronte delle Nazioni Unite, i finanziamenti statunitensi sono precipitati dell’87,2%, il calo più grande mai registrato. Un segnale che va ben oltre i numeri: è la rottura unilaterale di decenni di architettura della cooperazione globale. Gli effetti sul campo sono stati immediati. In Africa subsahariana, dove nel 2024 l’USAID aveva stanziato 6,5 miliardi di dollari, numerosi programmi sanitari sono stati chiusi. In Etiopia, sono stati licenziati 5.000 dipendenti pubblici nel settore sanitario il cui stipendio dipendeva dai fondi americani. Il programma contro l’AIDS, considerato uno dei più efficaci strumenti di cooperazione sanitaria della storia recente, è stato sottoposto a una drastica ristrutturazione. In Kenya e Ghana, l’azzeramento dei fondi per la lotta alla malaria ha privato le popolazioni locali di risorse per centinaia di milioni di dollari.
Conflitto USA-Israele-Iran, impatto sulla cooperazione umanitaria nel Medio Oriente
La recente escalation militare in Medio Oriente ha ulteriormente danneggiato l’operatività della cooperazione internazionale. La regione MENA (Medio Oriente e Nord Africa) era già al terzo posto tra le aree maggiormente destinatarie degli aiuti USAID nel 2024, con 4,2 miliardi di dollari stimati. Il suo smantellamento ha ridotto drasticamente questi flussi, con soli 24,3 milioni mantenuti su un totale di 200 milioni originariamente previsti per il 2025. La Striscia di Gaza continua a essere scenario di una crisi umanitaria senza precedenti. Secondo le stime disponibili, l’81% delle infrastrutture dell’enclave è andato perduto, insieme a 200.000 edifici residenziali. Oltre 3,3 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria, 2,1 milioni a Gaza e 1,2 milioni nella Cisgiordania occupata, dove la popolazione civile affronta malnutrizione e un sistema sanitario collassato. A fronte di questo scenario, la Commissione Europea ha confermato nel 2026 un pacchetto di 458 milioni di euro di aiuti umanitari per Palestina, Libano, Siria, Giordania ed Egitto, cercando di supplire al vuoto lasciato dagli Stati Uniti. La chiusura degli ospedali rurali già finanziati dall’USAID si traduce in un’emergenza sanitaria di proporzioni drammatiche. Sul fronte del Medio Oriente, l’Egitto ospita oltre 1,5 milioni di rifugiati, prevalentemente provenienti dal Sudan e da Gaza, con bisogni crescenti di assistenza. In Siria ci sono ancora 16,5 milioni di persone bisognose di assistenza umanitaria.
L’Italia: strategia di cooperazione allo sviluppo in Africa e nei Balcani
Nel panorama europeo, l’Italia mantiene una posizione relativamente stabile. La cooperazione italiana è oggi strutturata su tre pilastri istituzionali. Il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) come responsabile politico, l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) come braccio operativo, e Cassa Depositi e Prestiti come braccio finanziario e banca di sviluppo. Il Documento Triennale di Programmazione e di Indirizzo 2024-2026, approvato dal Consiglio dei Ministri nel gennaio 2025, ha definito la linea strategica. L’Africa viene indicata come priorità assoluta, assorbendo il 60% delle risorse bilaterali assegnate su base geografica, pari a circa 580 milioni di euro.
Il piano Mattei
Il Piano Mattei per l’Africa si sovrappone e si integra con la programmazione tradizionale dell’AICS. L’iniziativa ha recentemente incluso quattro nuovi partner dell’Africa subsahariana, Gabon, Ruanda, Repubblica Democratica del Congo e Zambia. Il Piano ha un approccio che mira a rimuovere le cause profonde della migrazione attraverso investimenti in sicurezza alimentare, salute, formazione e sviluppo economico inclusivo. In questo quadro, il Fondo Italiano per il Clima ha destinato, nel 2024, circa 150 dei 179,6 milioni di euro erogati ad interventi in Africa. La cooperazione italiana si articola anche in aree di significativa presenza storica come i Balcani occidentali e il Medio Oriente. Ciò sia per ragioni culturali che di gestione dei flussi migratori.
Nuove sfide della cooperazione internazionale: militarizzazione degli aiuti, WFP e ascesa della Cina
La crisi attuale della cooperazione allo sviluppo non è solo una crisi di risorse: è una crisi di sistema. Una considerazione preliminare va fatta sulla cosiddetta “militarizzazione degli aiuti”. Con l’aumento della spesa per la difesa in tutti i paesi Nato, l’Italia ha già portato questa voce di bilancio a 45 miliardi di euro per l’anno in corso. Con la previsione di un ulteriore aumento fino a 60 miliardi di euro si ridurrebbe lo spazio finanziario per la cooperazione. C’è poi il caso del Programma Alimentare Mondiale (WFP). È emblematico che nel 2024 risultava dipendere per il 46% del proprio budget dal contributo statunitense. Con il taglio dei contributi voluto da Trump, il WPF, è costretto a operare scelte drammatiche su chi assistere e chi abbandonare. Come detto, i contributi americani alle Nazioni Unite sono precipitati nel 2025. Una contrazione di questa portata mette a rischio l’intera architettura istituzionale costruita nei decenni del dopoguerra. L’avanzata della Cina, che ha già sostituito gli Stati Uniti nel finanziare programmi di bonifica delle mine in Cambogia e sta intensificando la propria presenza in Africa, apre scenari geopolitici nuovi.
Oltre l’emergenza, rifondare la cooperazione allo sviluppo nell’era post-multilateralismo
La cooperazione internazionale allo sviluppo è a un punto di svolta. L’anno 2025 ha sancito la fine dell’epoca in cui gli Stati Uniti svolgevano un ruolo di leadership indiscussa nel sistema degli aiuti globali, anche in seno all’Onu. Di quella stagione restano le istituzioni molto indebolite e gli impegni ampiamente disattesi. Ad oggi, a meno di 5 anni dalla scadenza di Agenda 2030, meno del 20% dei target globali risulta in linea con gli obiettivi, mentre la maggior parte presenta ritardi o addirittura regressioni. Il rischio di non raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile non è più un’ipotesi remota. In questo contesto, il contributo dell’Italia e dell’Europa è cruciale ma non sufficiente. L’Europa può e deve fare di più. La proposta della Commissione di raddoppiare le risorse per l’azione esterna nel prossimo ciclo di bilancio è una direzione giusta, ma deve essere accompagnata da una riforma qualitativa degli strumenti. Meno frammentazione, più trasparenza, maggiore partecipazione delle società civili dei paesi destinatari.

