De Mauro e i giornali: basta con i profeti di morte

“Continuare ad annunciare la scomparsa dei giornali, rischia di essere un alibi per farli peggio”.  Giovanni De Mauro può ben parlare di carta stampata, forte del successo di “Internazionale”, il settimanale che ha fondato e che dirige ormai da 25 anni. I giornalisti si distribuiscono ordinati nelle stanze della redazione, un ampio appartamento al terzo piano di via Volturno, proprio all’angolo con la piazza della stazione Termini. “Attualmente ne abbiamo 35  a tempo indeterminato, “articoli 1”, come diciamo in gergo, e 43 buste paga in tutto, compresi gli amministrativi” spiega il figlio del grande linguista Tullio, scomparso all’inizio dell’anno scorso, e nipote di Mauro De Mauro, il giornalista dell’Ora, rapito e ucciso dalla mafia nel 1970 a Palermo. Dopo aver lavorato come grafico all’Unità, e poi in Cronaca e agli Esteri dello stesso giornale, nel 1993, a 28 anni, Giovanni decide di mettersi in proprio fondando questa rivista, che raccoglie il meglio degli articoli usciti su tutti i giornali del mondo.

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Una ricerca dell’Università dell’Alabama ci ha appena informato che sette studenti Usa su dieci leggono almeno un magazine al mese, e quattro su dieci lo preferiscono di carta. Un dato sorprendente?
“Non credo, anche il nostro è un pubblico molto giovane. Non abbiamo condotto un’indagine scientifica, ma sono molti gli indicatori che ci rivelano come la fascia d’età più affollata sia quella fra i 18 e i 25-26 anni. Riceviamo tante email dai ragazzi delle superiori, abbiamo rapporti stretti con le università, e al festival che ogni anno organizziamo a Ferrara i giovani fanno la parte del leone”.

Come vanno le vendite?
“Il giornale continua a crescere, adesso siamo a 120 mila copie, grosso modo la metà vendute in edicola e l’altra metà in abbonamento”.

Dunque la carta non è ancora morta…
“Il lamento sulla prossima fine dei giornali era stato avviato da una copertina dell’Economist nel 2006, e la scelta suicida di annunciare la propria scomparsa è stata seguita da tutti i giornali, come tema di prima pagina. La verità è che tutto questo non è avvenuto e non sta avvenendo. La versione di carta dei giornali è ancora quella vincente e serve a pagare gli stipendi a tutti i giornalisti”.

Anche negli altri Paesi è così?
“Sì, basta studiare il caso del New York Times, il primo giornale al mondo, che ha una versione online di una bellezza straordinaria, su cui ha compiuto un investimento colossale. Eppure quasi il 70 per cento dei ricavi del giornale, sia come copie vendute che come proventi pubblicitari, deriva dalla versione cartacea. Se leggi il “media kit” del giornale scopri poi che ha più giovani sulla carta che sul sito. Certo, parliamo di un colosso con centinaia di giornalisti, e qualcosa dovrà inventarsi in futuro per far quadrare i conti”.

E i giornali italiani? Quanto a conti, non vanno affatto bene
“Negli anni ’80 le redazioni si sono appesantite di troppi giornalisti. Il problema non è tanto che i giornali vendano poco, ma che siano troppo alti i loro costi. Ma ancora oggi sono in grado di proporre un patto chiaro, al lettore, che sul web manca: mi paghi, ti do un servizio. Soltanto che il servizio deve essere all’altezza. E spesso ho l’impressione che continuare ad annunciare la prossima fine sia un alibi per non impegnarsi nella qualità, per giustificare i propri limiti”.

C’è una differenza di qualità, rispetto ai giornali stranieri?
“Penso di sì. Per esempio, che senso ha proporre dieci pagine di politica? Chi ha voglia e tempo di leggerle? La politica dovrebbe essere fatta meglio, e stare in una sola pagina. Ha ragione Bruno Manfellotto, è assurdo proporre quotidiani di 60 pagine. Dovrebbero essere molto più snelli e impegnare più tempo e più sforzi redazionali nella realizzazione dei servizi e delle inchieste. Cosa che forse sarebbe più facile, se le attuali risorse umane venissero dirottate su spazi più ristretti”.

Sarebbe poi opportuna una rubrica fissa anti-bufale?
“No, non la vedo. Le “fake news” ci sono sempre state e oggi vengono spesso diffuse da quelli che ne denunciano l’esistenza, come Donald Trump. Il “fact-checking”, la verifica, va condotta prima, e non dopo”.

E l’informazione televisiva?
“Non so dare un giudizio, non la conosco abbastanza bene. La tv, in casa mia, la guardano solo le mie figlie”.

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