Europee, campagna elettorale tra social e fast politics. “Ma la dimensione rimane nazionale”

I temi della campagna elettorale, il suo linguaggio e le modalità espressive. L’uso dei social e l’affermazione della fast politics, un dibattito politico fatto appunto di istanti, di temi lanciati e consumati compulsivamente, oggi vitali per il Paese e domani già dimenticati e sostituiti da un nuovo tema. Alla vigilia del voto per rinnovare il Parlamento europeo, ne parliamo con Alberto Bitonti, docente di Teoria politica e di Comunicazione politica presso l’Università della Svizzera Italiana.

Prof. Alberto Bitonti, prima di tutto vorrei chiederle se, secondo lei, questa sia stata realmente una campagna elettorale per le elezioni europee o, piuttosto, volta a definire il peso dei partiti politici in Italia.
Da molti anni ormai viviamo in quella che Blumenthal nel 1980 definì “campagna elettorale permanente”, in cui i partiti e i leader coltivano e cercano il consenso senza soluzione di continuità, cioè senza una vera differenza tra il momento pre-elettorale e il periodo in cui sono eventualmente al governo. Questa caratteristica rende più sfumata la distinzione tra le diverse campagne elettorali, nazionali, europee e addirittura locali. La differenza dovrebbe ritrovarsi sui temi, sui contenuti (diversi per i vari livelli), tuttavia siamo ad oggi legati (non solo in Italia) a una dimensione prettamente nazionale del dibattito pubblico: così è stato anche questa volta.

Partiamo allora dai contenuti: quali sono stati i temi forti di questa campagna elettorale, quali i grandi assenti?
Immigrazione, dibattito sul cleavage fascismo/antifascismo e riflessioni sulla tenuta del governo hanno campeggiato sulle prime pagine dei giornali delle ultime settimane, con Matteo Salvini in un modo o nell’altro sempre al centro della scena. Gli assenti sono stati proprio i grandi temi di rilevanza europea, quali la lotta ai cambiamenti climatici o la governance dell’Unione. Proprio su questo fronte (che invece dovrebbe essere centrale in una campagna per le elezioni europee) tutti sembrano invocare un generico “cambiamento”, ma la domanda a cui pochi rispondono è: in che modo? Sebbene la distinzione tra i cosiddetti “sovranisti” (che chiamerei più semplicemente nazionalisti) e gli europeisti sia politicamente chiara (da una parte chi vuole fermare il processo di integrazione, dall’altra chi vuole rafforzarlo, da una parte la chiusura, dall’altra l’apertura), credo vi sia una notevole confusione in merito, a volte alimentata strategicamente da partiti che non vogliono prendere una posizione netta, altre volte permessa da media e giornalisti poco “incalzanti” o troppo accomodanti verso i politici.

Negli anni si è spesso detto: “questa è la peggiore campagna elettorale di sempre”. Secondo lei, c’è stata un’ulteriore escalation negativa? Come si è caratterizzata la comunicazione politica dei nostri partiti, in relazione a linguaggio, modalità espressive, approccio?
Ciò che s’intende con questa involuzione ha a che fare con quello che l’amico Luigi Di Gregorio descrive benissimo nel suo ultimo libro, Demopatia (Rubbettino 2019): una politica che vive di istanti, di istinti e di immaginazione, invece che di dati reali, dibattito razionale e visioni di medio-lungo periodo. La disintermediazione della comunicazione tra leader ed elettori, le dinamiche legate all’uso dei social, alla creazione delle cosiddette echo chambers e alle molteplici possibilità di disinformazione, la scarsità di giornalisti all’altezza del loro compito di watchdog e l’insufficiente media literacy degli elettori sono tutti fattori di questa involuzione.

A suo avviso, questa campagna elettorale si è svolta più nelle piazze, più sui media tradizionali, o più sui social?
Naturalmente in tutti e tre, con alcune leggere differenze legate a età, livello di istruzione e altre variabili demografiche. La quarta fase della comunicazione politica teorizzata da Blumler descrive in effetti una compresenza di diversi media e canali di comunicazione politica, e non una sostituzione dei media tradizionali da parte dei nuovi. Proprio i new media, tuttavia, acquisiscono sempre più importanza, anche come amplificatori e diffusori di contenuti legati ad altri media (si pensi alle dirette Facebook di comizi o alla diffusione di interviste televisive o altri contenuti via social o Whatsapp), in una cross-medialità crescente. La differenza riguardante i social consiste nell’enorme potenza a disposizione di chi fa propaganda on line, per il semplice fatto che si plasmano messaggi sulla base di micro-target e di dati reali (big data) riguardanti le attitudini degli elettori. Il caso Cambridge Analytica ha reso tutto questo molto chiaro. Mi sembra che in Italia vi sia ancora poca consapevolezza in merito. Si pensi alla mancanza di trasparenza riguardante la provenienza del denaro usato per l’advertising on line, o alla pesante manipolazione delle performance digitali dei leader attraverso account falsi e pacchetti di follower o di like generati artificialmente.

Se dovesse individuare una prerogativa dell’ultima campagna elettorale, un elemento che la differenzia dalle precedenti, quale indicherebbe?
Direi una più evidente affermazione della fast politics, un dibattito politico fatto appunto di istanti, di temi lanciati e consumati compulsivamente, oggi vitali per il Paese e domani già dimenticati e sostituiti (spesso ad arte) da un nuovo tema. Negli ultimi anni il ciclo delle notizie e dei temi è diventato ancora più vorticoso, in un gioco sempre più slegato da dati reali o da riflessioni più approfondite e visioni di lungo periodo.

I temi europei sono sentiti dai cittadini italiani? Qual è il livello di reale conoscenza in materia? Esiste una sfera pubblica europea?
La maggior parte dei temi europei (che sono ormai, a tutti gli effetti, temi di politica interna) arriva nel dibattito pubblico nazionale attraverso le voci e i frames (punti di vista) dei leader politici e dei media. È a questi (a mio avviso soprattutto ai secondi) che bisogna guardare per capire dove sia il problema di una insufficiente informazione o di una scarsa comprensione delle poste in gioco delle politiche dell’Unione. Proprio perché si tratta ormai di politica interna, credo varrebbe la pena di introdurre stabilmente l’educazione civica europea a scuola, cosicché tutti possano avere quanto meno un’idea basilare di come funzionano l’Unione, la Commissione, il Consiglio, di che cosa significhi essere cittadini europei. Finché non emergerà una diffusa consapevolezza su questo in tutti i paesi membri, e finché non avremo una governance istituzionale e una dinamica politica di natura realmente continentale, non vi potrà essere una sfera pubblica europea degna di questo nome. Direi, inoltre, che è una strada che deve costruirsi nei cuori non meno che nelle menti dei cittadini: per usare il lessico aristotelico, serve il logos, ma anche il pathos. Mercato unico, ma anche comunanza di sentimento e di appartenenza ideale.

Qual è oggi la posizione italiana nello scenario internazionale?
Per rispondere a questa domanda, penso sia necessario affrontarne un’altra: a fronte delle sfide globali che abbiamo innanzi (clima, migrazioni, commercio internazionale, sicurezza energetica e informatica), pensiamo che sia meglio agire da soli come Italia o come parte di una potenza regionale come l’Unione europea? A seconda della risposta a questa domanda, e a seconda dell’approccio nazionalista o europeista che si adotta, ognuno potrà valutare quale sia oggi la posizione italiana nello scenario internazionale. Credo sia questo il nodo principale del “sovranismo”: posto che a tutti piace la sovranità, qual è il livello appropriato di sovranità che riteniamo auspicabile o più efficace?

Quali sono le prospettive dell’Unione europea per il futuro?
Naturalmente questo dipende dagli equilibri politici (tra nazionalisti ed europeisti) dei prossimi anni, non solo strettamente nel Parlamento europeo che eleggeremo questa settimana, ma anche e soprattutto dai governi dei paesi membri, dalle leadership che saremo in grado di produrre, e dal coraggio che questi leader saranno in grado di convogliare al cospetto della storia. I segnali non sono incoraggianti ma chissà…

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