Intervista

Flick esorta i partiti: “Dovete avere più trasparenza”

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Il referendum costituzionale? È stato un grave errore. La solidarietà sociale? Promuoverla è dovere della politica. Giusto reclamare una maggiore trasparenza dei partiti e un’effettiva democrazia interna. I “movimenti”? Pienamente costituzionali. Un’authority contro le “fake news”?  Ce ne sono già troppe. Giovanni Maria Flick conversa con noi dopo il suo ultimo libro, “Elogio della Costituzione”, edizioni Paoline. Piemontese di Cirié, insigne giurista e accademico, Flick è stato ministro di Grazia e Giustizia nel governo Prodi I e presidente della Corte costituzionale dal novembre 2008 al febbraio successivo.

In anni come questi, di tensioni economiche e di frammentazione politica e sociale, come possiamo recuperare appieno il senso e il messaggio della Costituzione?
“Non deve sorprendere l’attualità e al tempo stesso la lungimiranza dell’impianto costituzionale, soprattutto se si considera il grande lavoro che ne permise la realizzazione, frutto delle migliori menti dell’epoca. Certo, oggi la nostra società è cambiata, sotto molti aspetti: non siamo più un paese di migranti ma un paese che accoglie i migranti, la nostra economia non è più agricola e siamo in piena globalizzazione ma la Carta rimane un ineliminabile strumento di crescita sociale e umana, oltre che un punto di riferimento per la nostra democrazia”.

Quindici mesi fa è stato chiesto agli italiani di modificare la Costituzione.
“Ampio dissenso il mio, nei confronti del referendum costituzionale del 4 dicembre, sia per quanto riguarda il metodo con cui è stato proposto, sia per quanto riguarda i suoi contenuti”.

Come valorizzare dignità della persone ed equilibrio fra i poteri?
“Va recuperata una visione di Paese e di sviluppo che non ponga al centro solo l’efficientismo e la rapidità o il cambiamento a tutti i costi. In una fase politica e istituzionale come quella che viviamo, ribadire l’importanza della uguaglianza davanti alla legge e la pari dignità sociale diviene operazione fondamentale. Rispetto dell’eguaglianza e delle diversità non sono contraddittori, ma due aspetti tra di loro ineliminabili”.

In una società sempre più digitale e globalizzata, Lei intravede il rischio di una accentuazione delle discriminazioni?
“Il pericolo delle discriminazioni è sempre incombente e non va mai abbassata la guardia. La difesa della nostra democrazia non può prescindere dalla difesa della diversità e delle differenze attraverso la solidarietà. L’ultimo comma dell’art 118 della Costituzione riconosce il principio della sussidiarietà orizzontale, che è uno sviluppo della solidarietà irrinunciabile per garantire coesione sociale e unità, un aspetto questo poco attuale in un contesto come quello odierno”.

Solidarietà sociale: un principio su cui la sinistra ha fondato gran parte della sua storia e il cui significato viene oggi rivalutato anche da altri schieramenti.
‘‘La Costituzione italiana ha tra i suoi valori fondanti la solidarietà sociale, vero e proprio collante di una comunità territoriale che si riconosce nel rispetto di norme e valori condivisi. Al principio della solidarietà sociale è legato l’adempimento dei doveri inderogabili di carattere politico, economico e sociale: quindi i doveri fiscali, il principio della laicità dello Stato e il rispetto della diversità e delle idee altrui. La valorizzazione della solidarietà sociale, in un contesto normativo che la sancisce, spetta alla politica che può e deve promuoverla nelle sue varie forme”.

Come rispondono i partiti al compito che la Costituzione assegna loro?
“I partiti hanno assunto nel tempo il ruolo di cinghia di trasmissione fra la società civile e gli apparati istituzionali. Negli anni abbiamo assistito ad una loro trasformazione, spesso non felice, e mi riferisco ai casi di occupazione del potere o di partiti personalistici o carismatici. Oggi si reclama una maggiore trasparenza nei loro processi decisionali e una effettiva democrazia interna: aspetti, questi, mai attuati, come invece richiede la Costituzione. Ciò vale anche per i sindacati. Ricordo l’articolo 49 della Costituzione, per il quale tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente nei partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Sono dunque insostituibili, anche se in forme nuove (ad esempio i movimenti) rispetto a quelle tradizionali. Molto comunque si può e si deve fare per aumentare il tasso effettivo di democrazia e partecipazione”.

Esiste nel nostro Paese un rischio di populismo e demagogia. Quali accorgimenti prendere per contrastarli in modo efficace?
“Sì, esiste, come in tutte le democrazie, che non sono realtà immutabili ma processi in trasformazione continua. L’antidoto è dato dalla cultura del dialogo e del rispetto reciproco, da un atteggiamento di confronto e di ascolto. Occorre guardare al passato e fare tesoro sia degli errori commessi sia delle conquiste democratiche e di civiltà da preservare”.

Fake news, false informazioni per condizionare pensiero e  comportamento dei cittadini-elettori, attraverso il pervasivo strumento del web. È auspicabile la creazione di una authority?
“Diffido per cultura e formazione dal proliferare di authorities: le leggi e i giudici ci sono già, basta applicare le prime e rivolgersi ai secondi. Sì, il fenomeno delle “fake news” esiste ed è il frutto di una logica di marketing, laddove si tende a omologare il cittadino al consumatore senza un adeguato controllo della cultura e della politica. Va anche detto che occorrono maggiore cautela e riservatezza nella tutela dei propri dati personali in generale e nell’ambito dei social in particolare, ben sapendo che si tratta di informazioni che hanno un valore monetario per le multinazionali e che se ne perde il controllo nel momento in cui si mettono, più o meno consapevolmente, a disposizione dei social, magari per cercare delle relazioni o delle amicizie”.

Diritto-dovere al lavoro. Come può lo Stato contrastare la disoccupazione?
“Lo Stato ha il compito di creare le condizioni migliori che favoriscano l’occupazione. Non è un caso che il primo articolo della Costituzione reciti che ‘l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro’. Valore del lavoro, della dignità della persona e della sua piena realizzazione umana e sociale, sono legati. Oggi siamo al centro di trasformazioni epocali, che riguardano la delocalizzazione della produzione, la robotica, la digitalizzazione e le loro implicazioni sulla domanda e sulla offerta di lavoro, l’uguaglianza della retribuzione tra uomo e donna, gli incidenti sul lavoro, la coesistenza del diritto al lavoro con quelli alla salute ed al rispetto dell’ambiente, come nel caso dell’Ilva di Taranto e di molti altri. La funzione dello Stato in materia di lavoro, come saggiamente riconosciuto dalla Costituzione, è quello della mediazione tra le parti e di tutela della parte debole, cioè il lavoratore”.

L’unità del Paese è minacciata da una profonda divisione economica, sociale e di sviluppo, soprattutto tra Nord e Sud. Ha ancora senso oggi parlare di questione meridionale?”
“La questione meridionale esiste ancora oggi. Non è stata mai veramente affrontata in modo adeguato e risolutivo. L’unificazione sostanziale e non solo formale del Paese è un percorso e non un traguardo consolidato. L’Italia oggi è economicamente divisa tra un Nord che procede ad una velocità maggiore rispetto ad un Sud immobile su cui grava l’assenza di infrastrutture adeguate. Sulle carenze del Mezzogiorno hanno pesato la criminalità organizzata, le responsabilità di una classe dirigente locale e nazionale spesso non all’altezza, l’adozione di politiche economico-industriali poco avvedute”.

L’apparato giudiziario fa registrare lacune e ritardi. I tempi medi per le cause sono di 7 anni nel civile e di 5 nel penale. Come restituirgli efficienza?
“Si è spesso discusso della impossibilità di riformare in modo organico il sistema della giustizia italiana. Va detto che molto è stato fatto ma anche che molto si deve fare, soprattutto sulla semplificazione delle procedure con l’adozione delle “best practices”. Ci vuole maggiore efficienza, per ridurre i tempi da lei citati della giustizia civile e penale, e un minor tasso di supplenza del giudice alle omissioni e alle carenze del legislatore e del potere politico; nonché una riforma vera del sistema penitenziario che deve rispondere al principio di umanità della pena, garantendo anche quello, oggi deficitario, della certezza della pena. Va comunque riconosciuto che al sistema giudiziario devono essere garantiti risorse e mezzi adeguati”.

 

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