Governo Draghi: la forza della parola dopo il frastuono

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Ha fatto colpo su chi, di suo, non era avvezzo. O su quanti, ormai frastornati da fragorose e martellanti presenze sulla scena, avevano scambiato l’andazzo per la norma, ritenendola infine la regola al tempo della postmodernità. Il silenzio che accompagna i primi passi del governo Draghi annuncia una novità vistosa, a prima vista più importante della sua stessa insolita composizione. Quasi un indicatore di sobrietà e misura.

È il rovesciamento di un canone, l’indicazione di un altro stile, che riguarda in primo luogo la persona, ma investe di riflesso, al netto di immancabili intemperanze (“vecchia politica”), pure la compagine, uniformatasi di colpo al nuovo, non si sa se per convinzione o perché presa in contropiede. Forse ne può uscire influenzato persino il modo di governare. Il silenzio intorno all’azione di governo – prima sui nomi, poi sulle mosse successive: nomine, scelte iniziali – è così sorprendente da diventare appunto assordante.

Dalla comunicazione Social a quella istituzionale

Nessun sito personale, niente profilo social, si è detto da subito. Nemmeno annunci da rilasciare ad ogni occasione o like da apporre su post roboanti. Non una comunicazione spicciola, sbrigativa, estemporanea. Solo quella istituzionale, e quando occorra. La circostanza sembrava all’inizio una nota di colore, per dire della riservatezza di Mario Draghi, e della sua ritrosia ad una eccessiva esposizione mediatica. Sul suo ambito personale si sapeva così poco. Poi ha suscitato osservazioni di altro tipo.

È servita quella constatazione per raccontare l’indole dell’uomo, e anche per descrivere il mutamento della comunicazione al tempo dei social, divenuti strumenti abusati; la trasformazione inesorabile del rapporto tra politica e società. Non proprio nel segno positivo di una maggiore vicinanza dell’una all’altra.

Inevitabili i ricordi, disordinati e frammentari, di questo tempo così lungo: le tribunette televisive, i talk raffazzonati, le sceneggiate compiaciute. Per esprimere poi il nulla, oltre la banalità dell’istante, appena si presenta l’occasione e si ha a disposizione un microfono compiacente. Lunga la lista dei personaggi in cerca di autore, esile quella di chi si è sottratto al carosello: ecco dunque tanti turbo-ciarlieri, vanagloriosi, lamentosi, allarmisti. Di tutto un po’, purché con poche idee e confuse. Ma lesti a cogliere lo spunto e a muoversi secondo convenienza.

Comunicare solo quando si ha qualcosa da comunicare

Il primo motivo di stupore, riguardo all’esperienza Draghi, è legato al fatto che non si tratta dell’ultimo venuto, preso a caso per rivitalizzare la politica in stato comatoso. Non che la situazione, per la pandemia e la crisi, non sia abbastanza drammatica da giustificare anche questo, la manovra disperata. Ma il soggetto invocato (sino all’eccesso, forse al ridicolo) come possibile salvatore della patria, disegnato con l’aureola del demiurgo, è certamente uno assai pratico delle cose del mondo, abituato – eccome – a confrontarsi ad ogni livello, esperto nell’illustrare progetti e nel rappresentarli al pubblico.

È facile riferirsi agli innumerevoli interventi nelle sedi ufficiali, prestigiose e affollate, in cui la comunicazione è stata per così dire “orizzontale”. Rivolta agli intervenuti, e al medesimo ambiente: ministri, capi di Stato, organizzazioni internazionali, banche ed associazioni. Eppure non è mancata una “dimensione verticale”, il rapporto diretto con la gente, la comunicazione con il cittadino qualsiasi. Non meno importante, e significativa, di quella con il potere. Condotta però in forma del tutto originale.

Whatever it takes

In fondo, più che pregiate esposizioni di teoria economica e di programmi finanziari, a colpire l’immaginazione alla fine è stata una semplice frase, in sé asciutta e stringata, oltre tutto espressa senza ampollosità nella più sintetica delle lingue. Quel whatever it takes, che racchiude tutto in poche parole. È un programma e un atteggiamento. Un messaggio ideale, anche un modello operativo. Insomma un modo asciutto per dire – a chi ha la responsabilità delle scelte e a chi le subisce – quello che occorre in un momento tragico: non possiamo mollare proprio ora, dobbiamo fare tutto il necessario. Ad ogni costo, appunto. I dettagli necessari vengono dopo, ma prima occorre questa chiarezza.

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Persino la voce, anche quella era poco nota ai non addetti ai lavori. Singolare che non la conoscesse nessuno a parte gli addetti ai lavori, mentre il rumore di fondo sui media e nella politica è troppo spesso uno sproloquio continuo, un eccesso di parole. Alla ricerca, ogni volta, del boato da stadio, della performance in grado di stupire. Strano che sembrasse persino afono, senza voce, un soggetto così noto. Mille volte mostrato nelle occasioni in cui pure non mancava di intervenire e dire la sua. Ma le sequenze erano prive dell’audio originale. La lingua era l’inglese. Inutile farla sentire in Italia se i più non la comprendono.

A proposito, che strano: vedere un italiano che dibatte e interloquisce, risponde a tono e controbatte, a livello internazionale in una lingua che non è quella d’origine. Un’altra naturalezza – in sé prestigiosa – rispetto ai modi confidenziali di Giuseppe Conte.

Quello che serve è una buona comunicazione

Certo non basta resistere alla tentazione di avere una vita social né risparmiare le parole per riuscire a governare bene. Sarebbe un eccesso di ottimismo, un’illusione. Porterebbe fuori strada. Ci vuole ben altro. E serve la buona comunicazione. Specie quando il gioco si fa duro e il momento non concede sconti a nessuno, né alla politica, né a tutti i cittadini in lotta per sopravvivere.

Però dopo le scorpacciate, a base di grassi e carboidrati, un po’ di digiuno non può che giovare. Serve una terapia disintossicante. Lasciare per un po’ la ribalta così intrigante e riscoprire il mondo dietro le quinte serve a ricordare che la memoria è cosa diversa da una bacheca dei nostri giorni più inutili, è altro rispetto alla vetrina dell’apparenza o dell’ovvietà. Non basta però fermarsi qui, sarebbe un’operazione stravagante e persino snob, capace solo di eludere il vero problema al centro della buona comunicazione.

Il silenzio è d’oro solo se non assomiglia al vuoto

La saggezza suggerisce che “il silenzio è d’oro”. A condizione però che non assomigli al vuoto, non sia sinonimo di vacuità e inefficienza, non si trasformi in un’attesa senza scopo, non lasci le cose al punto iniziale. Restare fuori dai social è di per sé irrilevante e persino sbagliato se non serve a costruire una parola diversa, affidabile e convincente. E questa è in stretta connessione con la realtà che l’esprime.

Alla fine serve un diverso modo di comunicare, quale che siano gli strumenti adottati per farlo. E non si tratta soltanto della capacità di migliorare la rappresentazione delle cose, di fornirne una veste più presentabile e persuasiva. Non è solo questione di forma, di apparenza, ma di sostanza.

Una svolta nella capacità di governo parte certamente dalla sobrietà dei comportamenti e dal rigore del linguaggio, ma richiede altro. Ciò che serve è che il dibattito verta sui fatti, cioè sui dati alla base di questa o quella scelta, almeno secondo la visione di ognuno. Inevitabilmente parziale e anche contrastabile e annullabile, ma attraverso altri dati ugualmente concreti e ragionevoli. La buona comunicazione è quella capace di migliorare la qualità del dibattito, informando il cittadino sugli elementi di fatto e sulle ragioni degli atti che si compiono.

 

*Angelo Perrone è giurista e scrittore. È stato pubblico ministero e giudice. Si interessa di diritto penale, politiche per la giustizia, tematiche di democrazia liberale. È autore di pubblicazioni, monografie, articoli.

 

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