Il box office italiano, orfano di Zalone, langue. Salvo grazie ad Avengers e Freddy Mercury

Quando si prova a fare un bilancio della stagione cinematografica nelle sale italiane, solitamente, il piatto – o meglio il box office – piange. Anche quest’anno di certo non ride, soprattutto per le pellicole italiane. Per un mercato sempre alla ricerca del campione d’incassi salva-stagione, quest’anno i grandi successi sono stati Made in Usa ed è mancano un titolo italiano davvero forte (difficile trovare anche solo i pesi medi). Ne parliamo con Luca Baroncini, redattore della rivista cinematografica online Gli Spietati.

Come sintetizzerebbe l’andamento della stagione cinematografica 2018/2019 al box office italiano?
La stagione cinematografica funziona un po’ come l’anno scolastico, non coincide cioé con l’anno solare, ma comincia il 1° agosto per poi terminare il 31 luglio dell’anno successivo. Per la stagione 2018/2019, dovendo trovare un aggettivo, direi che l’andamento è stato abbastanza imprevedibile, anche un po’ schizofrenico. È curioso perché in un’epoca in cui sembra si possa prevedere tutto (sono già operativi calcoli previsionali effettuati da software elaborati) è invece ancora molto difficile riuscire ad anticipare l’andamento di un film. Per l’Italia soprattutto, in cui abitudini consolidate rendono le previsioni ancora più irrazionali. Basta un week-end di sole per bruciare un titolo importante e un irrigidimento delle temperature per ottenere numeri inaspettati. Cercando di trarre considerazioni generali dall’oggettività dei numeri, i mesi positivi rispetto all’anno precedente sono stati agosto, novembre, dicembre, aprile, maggio e probabilmente giugno. La ripresa settembrina, dopo un agosto fantastico, è stata lenta e febbraio, mese di solito positivo, è stato particolarmente tragico. Significativo per capire come basti un titolo, o la mancanza di un titolo (la saga Cinquanta sfumature… che è finita), per fare la differenza. L’esempio in positivo è quello di aprile dove l’arrivo degli Avengers ha stravolto il botteghino impennando le percentuali. È quindi soprattutto il singolo film a fare la differenza, il cinema medio è sempre meno performante, quello d’essai perde punti a causa della mancanza di un ricambio generazionale e manca un grande successo italiano. Horror e animazione sono i generi più esportabili, mentre la commedia può funzionare molto bene in patria ma difficilmente attecchisce altrove. Pensiamo a Checco Zalone visto all’estero e, per trovare un esempio contrario, al francese Sette uomini a mollo che in quel paese ha attirato più di quattro milioni di spettatori mentre in Italia, a Natale, ha superato a stento il milione di euro (non lo ha aiutato di sicuro il titolo).

Quali sono state le sorprese più clamorose, in positivo ed in negativo?
La sorpresa più eclatante è stata ovviamente Bohemian Rhapsody (il film sulla vita di Freddy Mercury), capace di andare oltre ogni più rosea previsione e travolto da un passaparola che lo ha fatto diventare il film della stagione da vedere. Ha avuto la furbizia di dare al pubblico quello che voleva, cioè celebrare il mito adattando il racconto all’immaginario rappresentato e dando la possibilità di ascoltare le celeberrime canzoni dei Queen in versione originale. Scelte che lo hanno reso tanto amato quanto odiato, in ogni caso imperdibile. Rocketman, su Elton John, incasserà molto meno, e penso che in gran parte dipenda dal fatto che prova a essere più sofisticato (senza peraltro riuscirci molto) proponendo, tra le altre cose, le canzoni in versione riarrangiata.
A livello di periodo, le sorprese sono che settembre funziona meno bene di un tempo; a Natale si preferisce mangiare che correre al cinema e il pubblico delle feste è sempre più concentrato verso il primo giorno dell’anno. La primavera non è più tabù (ma un maggio autunnale ha senz’altro aiutato) e l’estate si preannuncia ricca di titoli. Anche a livello di percentuali, confrontando questi primi mesi del 2019 con i rispettivi del 2018, siamo già in territorio positivo: +5,25% gli incassi e +5,30% i biglietti venduti (dati aggiornati al 2 giugno 2019).
Tra le delusioni della stagione, mi aspettavo maggiori riscontri da titoli come 7 sconosciuti a El Royale (scomparso e dimenticato, invece da recuperare), Opera senza autore (ha il problema che dure tre ore) e Cyrano mon amour (è molto carino e aveva tutte le carte in regola per essere, almeno un po’, visto). Colpisce, poi, il passaggio di Michael Moore, con Fahrenheit 11/9, da Re Mida del documentario a evento di soli tre giorni con neanche 50mila euro di incasso.

Alcuni successi sono annunciati, come nel caso di corazzate come gli Avengers. In altri casi il successo arriva inatteso ed esplode in un crescendo continuo, l’ultimo esempio è forse Bohemian rapsody. Che cosa determina queste dinamiche?
Se l’ultima puntata degli Avengers era prevedibile sbancasse, il film sui Queen ha superato ogni aspettativa, con una tenitura di oltre due mesi, impensabile di questi tempi in cui dopo tre settimane mediamente un film si smonta. Che cosa attira lo spettatore in sala? La capacità di trasformare l’esperienza cinematografica in un evento. L’idea di essere lì dove accadono le cose, al centro del mondo per quella sera nel buio di quella sala. Il marketing (la Disney in tal senso è maestra), la presenza a un festival (pensiamo all’ottimo riscontro per Dolor y Gloria di Almodovar e Il traditore di Bellocchio), il passaparola, una data di uscita azzeccata, una fortunata concomitanza di eventi, possono fare ancora la differenza. Importante anche il legame, soprattutto nelle sale di provincia, che l’esercente riesce a stabilire con il suo pubblico, alternando cinema mainstream a opere meno commerciali, per lo più inserite in rassegne specifiche.

Quali sono stati i risultati dei film italiani, in particolare? A suo avviso, la salute del cinema italiano continua ad essere strettamente legata all’esito di pochissimi titoli?
La quota di mercato del cinema italiano è pari, a fine maggio, al 19,25%. Un risultato non particolarmente brillante e in calo rispetto al già non eccezionale 23,02% registrato nel 2018. Al cinema nazionale manca un grande successo, ormai le stagioni si suddividono in quelle in cui esce un film con Checco Zalone e quelle in cui si celebra il lutto per la sua assenza. L’attaccamento del pubblico a un mattatore “acchiappaincassi” non è certo una novità, pensiamo a Pieraccioni prima di Zalone, o a Celentano negli anni Ottanta, tutti casi in cui a fare la differenza non è tanto il singolo film, quanto la presenza dell’attore. Per capirlo basta porsi una semplice domanda: ci ricordiamo la trama dei film con Checco Zalone o li confondiamo tra loro in un unico magma attoriale dove a emergere è la sua vis comica? Occorre poi sfatare un luogo comune, cioè che il cinema italiano produce solo commedie. Negli anni scorsi è stato per lo più così, con gli stessi attori e gli stessi poster ad accompagnare gli stessi film, ma occorre accorgersi anche di quando le tendenze stanno cambiando. Solo negli ultimi mesi si sono tentate strade non banali come il thriller (Il testimone invisibile), il film storico (Il primo re), il noir (Non sono un assassino), addirittura il musicarello (Un’avventura). Che sia il pubblico ad avere una certa diffidenza verso un cinema nostrano che tenta strade alternative alla commedia? Non è da escludere, ma occorre continuare a osare facendo, soprattutto, bei film. In ogni caso sono sicuro che se ci fosse l’asso italiano pigliatutto, nessuno si preoccuperebbe più di tanto della varietà, necessaria invece per essere competitivi anche a livello internazionale. Tra i risultati che mi hanno colpito in negativo quello di Bentornato Presidente, veniva da una grande successo (riproposto in Tv nel periodo di uscita del film, tra l’altro), Bisio è un beniamino del pubblico, è decisamente migliore del precedente, invece niente, è stato un quasi flop.

Gli attori italiani sembrano, nella maggioranza dei casi, non in grado di assicurare il successo delle pellicole in cui sono presenti. Dipende dal basso tasso di divismo degli interpreti del cinema nostrano contemporaneo o ci sono altre ragioni?
Il divismo, non solo italiano, ma anche internazionale, è sempre più collegato ai film proposti. Se Jennifer Lawrence ha conquistato il box-office mondiale e il cuore di milioni di spettatori grazie a due franchise importanti come Hunger Games e X-Men, altri film mainstream di cui è stata protagonista non hanno avuto la stessa sorte. Pensiamo a Passengers o a Red Sparrow, per tacere di Madre! che però aveva maggiori ambizioni. Quanto all’Italia, non si è coltivato molto il divismo con le nuove generazioni, intendendo per divo o diva una personalità irraggiungibile, con una vita avventurosa, impensabile per un comune mortale, in grado con la sua sola presenza di illuminare un film e incuriosire il pubblico. Se penso agli attori italiani contemporanei più presenti sul grande schermo, mi vengono in mente Riccardo Scamarcio, Valeria Golino, Sergio Castellitto, Claudio Santamaria, Alessio Boni, Margherita Buy, Micaela Ramazzotti, Luca Marinelli, Pierfrancesco Favino, Jasmine Trinca, Paola Cortellesi, Alessandro Borghi… Tutti attori e attrici, alcuni bravi/e, altri bravissimi/e, che però mi immagino a fare la spesa e ad avere problemi non troppo dissimili dai miei, quindi troppo vicini, o troppo poco distanti, per essere mitizzati. Forse l’ultima vera diva è Monica Bellucci, che con piccole parti riesce sempre a fare parlare di sé e dei film a cui partecipa. Per il sesso maschile penso a Stefano Accorsi che è gradualmente riuscito a costruire, grazie anche a una vita privata movimentata, un’aura intorno alla sua persona che lo ha trasformato in personaggio. Ma sono casi. Va comunque detto che la loro presenza non garantisce assolutamente un riscontro di pubblico. Per dire, molti film con Monica Bellucci non sono neanche distribuiti nel nostro Paese e Il campione con Accorsi, uscito a metà aprile, non ha raggiunto il milione di euro.

Anche i filoni di successo non assicurano durata, si pensi al filone giovanilistico che si è esaurito in fretta – anche perché ormai produceva solo prodotti studiati a tavolino per sfruttare la moda, senza vera ispirazione. Quanto conta nel nostro Paese il genere?
È una polemica che va avanti da decenni ormai. Si invoca da più parti il ritorno del cinema di genere, quindi non solo commedie. In realtà, come abbiamo visto, si osa più di quello che si pensa anche in Italia, è il pubblico che non sempre premia gli sforzi produttivi. Pensiamo a un film come Il primo re, racconta la nascita di Roma, le nostre origini, un progetto ambizioso, non certo la solita commedia, eppure non ha scaldato il nostro box-office. Siamo corsi a vedere il baraccone truculento e fasullo dei Maya made in Mel Gibson (Apocalypto), ma fuggiamo a gambe levate dal proto-latino di Il primo re. In sintesi, è forse il pubblico che va un po’ riabituato attraverso buoni film di genere a ridare fiducia al nostro cinema. Ma è comprensibile anche lo scetticismo dei produttori che, in quei tentativi spesso fallimentari, investono milioni di euro. Quanto ai filoni, quelli seguono le mode, dettano legge per un po’ e nel cinema, come in tutti i settori, esauriscono prima o poi il loro appeal.

La concentrazione di tutti i grandi titoli in pochi mesi, anche film destinati allo stesso target, rappresenta un caso unico italiano rispetto agli altri paesi. Quanto pesano sull’andamento del mercato il sovraffollamento invernale e la stagione morta estiva, con poche eccezioni (solitamente blockbuster stranieri da multisala)?
Lo scopriremo questa estate in cui produttori, distributori ed esercenti, con il sostegno del Ministero, porteranno degli attesi blockbuster nelle sale per dare una scossa al mercato. Se sarà successo (e rispetto alla stagione precedente, in cui non c’era praticamente offerta, lo sarà), potremmo finalmente dire che i film vengono spalmati su dodici mesi e magari tentare anche di proporre qualcosa di italiano e di d’essai.

In questi anni l’offerta di canali e piattaforme con contenuti cinematografici si è moltiplicata. Secondo lei, le diverse modalità di fruizione cinematografica – la sala, l’homevideo, le piattaforme online e lo streaming – sono più correlate o più in competizione tra loro?
Penso sia controproducente opporsi al futuro che avanza. È una lotta che è destinata a essere persa. Se una cosa si può fare, si farà, inutile creare barricate in nome di un ideale che non corrisponde più alla logica dei tempi. La soluzione, per me, è quindi nella pacifica convivenza delle varie, e regolamentate, forme di fruizione. Nel mio mondo ideale più canali aumentano il pubblico intercettando anche nicchie altrimenti escluse. Ne sono testimonianza alcuni film oggetto del contendere in questa stagione. Il boicottato Sulla mia pelle, nelle poche sale in cui è stato proiettato dagli esercenti che non si sono opposti alla concomitanza con Netflix, ha fatto il tutto esaurito. Discorso analogo per il pluripremiato Roma, per cui il grande schermo, vista la preziosità anche visiva dell’opera, era la destinazione naturale. Costruire muri prima o poi crea anche la necessità di distruggerli. Diverso il discorso per la pirateria, vero e proprio morbo che affligge molti scaricatori seriali. Per mia esperienza personale, ma non ho dati concreti a supporto della mia teoria, almeno i giovani alternano allo scaricare anche l’andare al cinema, mentre i 40-50enni non si pongono il minimo problema nello scarico illegale dei film e, anzi, si vantano delle filmografie che si sono costruiti, sulle spalle di un’industria che non sostengono mai e si limitano a sfruttare. È proprio difficile far passare il concetto che se compero un litro di latte lo devo pagare e deve essere così anche per usufruire di una piacevole serata davanti al televisore se voglio vedere un determinato film, magari da poco uscito dal circuito sale. Spesso, ed è la cosa più avvilente, non c’è proprio la consapevolezza che si stia facendo qualcosa di illegale.

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