Il lavoro non è più un approdo

lavoro precarietà

I tanti significati della parola “precarietà”

Non avremmo immaginato che sarebbe diventata una parola sulla bocca di tutti, e con nuovi significati. È quanto accaduto a lei, la “precarietà”, una volta lemma linguistico confinato al mondo del lavoro, inusuale per la maggioranza degli stessi occupati, messi al riparo – con il tempo indeterminato – della variabilità del mercato. Poi il termine è assurto al centro del dibattito pubblico con la globalizzazione (che ha ridotto i posti in gran parte dei paesi europei), e, infine, la pandemia.

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Quando il lavoro c’è, è precario

Se due anni fa, prima del flagello Covid, si registrava la perdita di un milione di posti di lavoro per via delle delocalizzazioni senza regole, alla fine dell’anno scorso con il parziale ritorno alla normalità post pandemica ne erano stati recuperati circa la metà (550 mila), un segno del “rimbalzo” positivo che tutta l’economia italiana sta registrando negli ultimi tempi. Ma, questa la nota dolente, la maggior parte delle nuove assunzioni (circa 80%) è fatta di contratti precari o instabili.

I più penalizzati, nei processi di marginalizzazione sociale, ancora una volta sono le donne e i giovani. Le prime, dopo i periodi di lockdown, scontano la difficoltà a rientrare al lavoro per la mancanza di welfare, gli altri pagano la rottura del patto generazionale da parte degli adulti per l’assenza di politiche del lavoro. Le ricerche più recenti (Fondazione Di Vittorio della Cgil) segnalano che i precari in senso stretto in Italia sono circa tre milioni, mentre una quota quasi analoga (2,7 milioni) ha occupazioni parziali e instabili (part-time involontari) e vivono una condizione analoga.

Questi dati abbassano la media salariale italiana rispetto a quella europea: troppo alta la quota di lavoro povero, sottopagato, occasionale o temporaneo, in generale poco garantito e protetto. La conclusione in termini economici è che 5 milioni di lavoratori hanno salari ai limiti della soglia di povertà (perché inferiore ai 10mila euro lordi). La situazione riflette certo una fase di transizione, ma gli sviluppi sono incerti, e poco chiari.

La sfida delle nuove professioni

Si è indubbiamente a cavallo di un passaggio epocale perché già nei prossimi mesi saranno necessarie nuove professionalità, quelle che servono alla transizione ecologica o alla diffusione del digitale, oppure ancora altre suggerite dalla lotta alla pandemia: sono le attività sanitarie e di assistenza alla persona o alla famiglia che il PNRR dovrebbe attivare a breve. La scommessa aperta però è quella di riuscire a superare l’attuale mismatch, il divario tra le competenze di chi cerca lavoro e quelle richieste da chi lo offre.

È troppo forte lo scollamento fra il mondo della scuola e quello del lavoro, inesistenti i meccanismi per orientare i giovani a studiare materie effettivamente richieste dal mercato, infine per indirizzarli proficuamente una volta terminati gli studi. Ci sono oltre due milioni di disoccupati, ma spesso le aziende non riescono a trovare personale, perché il sistema è inceppato e le responsabilità possono essere equamente distribuite tra tutti gli operatori. Gli stessi aspiranti, poco solleciti ad acquisire nuove competenze, lo Stato indietro nella modernizzazione dei centri per gli impieghi, le stesse aziende, che pur lamentandosi non hanno imparato a muoversi a dovere.

Imprese, la difficoltà di assumere a tempo indeterminato

In ogni caso, la difficoltà di assumere a tempo indeterminato è un segnale di incertezza sui tempi e le stesse possibilità di cambiamento nella società. Molte imprese italiane – non solo chi cerca lavoro – sono impreparate ad affrontare il cambio di mentalità (avverte il Word Economic Forum): diverse figure tradizionali di tipo amministrativo o manifatturiero non supereranno la prova del tempo. Secondo l’ultimo rapporto McKinsey Global Institute, servirà a breve un nuovo mix tra occupazioni e competenze, sarà questo l’impatto maggiore della pandemia sul mondo del lavoro con la ripresa dell’auspicata normalità.

In Italia, una metà degli occupati svolge oggi compiti destinati, entro il 2030, a scomparire del tutto a seguito dell’innovazione tecnologica e dell’automazione (si pensi al settore bancario dove già il cassiere è sostituito dallo sportello automatico, o al campo turistico e commerciale in cui non serviranno più certi intermediari – come agenti di viaggio o di commercio – dopo l’affermazione delle piattaforme digitali di beni e servizi, da Amazon a Booking, a Airbnb). Quanto agli studenti, i bambini, una volta terminati gli studi, affronteranno in larga misura (65%) un lavoro che ancora non esiste e che non siamo in grado di immaginare.

L’era dell’incertezza

Elementi molteplici concorrono a cambiare le condizioni del lavoro e a trasformarne il senso nella vita degli individui, allargando a dismisura il concetto di precarietà. Non solo il lavoro è precario perché non vi sono margini finanziari per trasformarlo in definitivo, e perché la pandemia rende incerto il futuro e condiziona gli investimenti. Ma è (quasi) inevitabilmente, precario, nella società moderna, se essa non è capace di rinnovarsi e di porsi al passo con i tempi.

Il lavoro moderno, almeno per come lo abbiamo conosciuto e praticato, tende ad essere per sé stesso mutevole e provvisorio: difficile – salvo certe mansioni istituzionali – continuare a svolgere le stesse mansioni per sempre, perché le esigenze cambiano e i mutamenti le rendono superflue o irrilevanti. Come non tener conto di questo capovolgimento di orizzonte? Come anche non provare a valutarne le potenzialità?

Non tutto il male viene per nuocere: serve in questa fase imparare a cogliere le novità, saper intravedere il nuovo che nasce e che possiamo volgere a nostro vantaggio. Il lavoro di domani non è più un approdo, un punto d’arrivo dal quale spaziare lo sguardo con serenità o magari con troppa pigrizia. Sarà evenienza auspicabile ed anzi necessaria alla sopravvivenza il posto di lavoro, ma sempre un ponte verso un futuro il cui volto dipenderà dagli altri ma anche da noi. Il nuovo dovrà trovare persone pronte a coglierne le opportunità.

La sicurezza del lavoro nella società di domani rimane un obiettivo imprescindibile ma si dovrà coltivare e rafforzare nella mutevolezza delle situazioni. Obiettivo complicato senza un welfare che dia garanzie, non impossibile, comunque una sfida inevitabile. La nozione di precarietà ha cambiato significati oltre che dimensioni. Si è estesa a molti settori della produzione e dell’economia, indotta dai cambiamenti climatici e dallo stravolgimento da Covid.

L’importanza del capitale umano

Difficile non riconoscere che abbia anche cambiato senso, abbandonando la connotazione lavoristica e diventando condizione esistenziale. È maturata – per necessità – una nuova postura del soggetto verso la realtà. Può darsi che tutto ciò abbia contribuito a rendere credibile la previsione di studiosi come Zygmunt Bauman circa la trasformazione della nostra identità in qualcosa di fluido, di liquido. Però si può andare oltre l’astrattezza di certe definizioni teoriche e coglierne facilmente la concretezza.

Già ora, entrano a far parte del nostro biglietto da visita, insieme ai tradizionali suffissi (dr., prof., ing.), altre informazioni un tempo sottovalutate. Ricerche sui criteri attuali di selezione del personale mostrano che spesso non contano tanto le conoscenze già acquisite, il già definito nel patrimonio culturale del soggetto, ma quelle che si è in grado di fare in futuro. Le potenzialità espressive. La preferenza nelle assunzioni dipende da fattori come la capacità di affrontare problemi nuovi e di farlo interagendo con i collaboratori, non importa se in presenza o da remoto.

Valenze poco significative, quali quelle emergenti dai lavoretti svolti da ragazzi per mantenerci negli studi o da esperienze altruistiche di volontariato, potrebbero trovare sorprendente riconoscimento, perché utili per dimostrare l’attitudine a muoversi in contesti articolati. L’incertezza che soffriamo per via del precariato è notevole ma può riservarci qualche sorpresa positiva. Archiviati molti idoli del passato, il lavoro potrebbe trasformarsi da appiglio esistenziale per la sopravvivenza in occasione di crescita personale, e di instaurazione di nuovi rapporti con gli altri.

*Angelo Perrone, è giurista e scrittore. È stato pubblico ministero e giudice. Si interessa di diritto penale, politiche per la giustizia, tematiche di democrazia liberale. È autore di pubblicazioni, monografie, articoli.

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