Il sistema pensionistico italiano si trova oggi al centro di una convergenza di pressioni strutturali a livello demografico, occupazionale e salariale che ne mettono in discussione la sostenibilità di lungo periodo. Lo stato attuale del sistema è frutto dell’esito di dinamiche che si sono accumulate e stratificate nel tempo: dal crollo delle nascite alla stagnazione salariale, fino alle proiezioni ufficiali della spesa pubblica che, pur indicando un possibile riequilibrio dopo il 2040, poggiano su ipotesi di crescita della produttività che il Paese non ha mai realmente sperimentato.
Un sistema non più sostenibile
Il modello pensionistico italiano è caratterizzato da un sistema a ripartizione di tipo contributivo: prevede che i contributi previdenziali versati nell’anno di riferimento dai lavoratori attivi siano utilizzati per finanziare l’erogazione delle prestazioni pensionistiche relative allo stesso intervallo di tempo. È il cosiddetto “contratto intergenerazionale implicito”. Attualmente, nel nostro Paese il pensionamento può avvenire attraverso due principali modalità: la pensione di vecchiaia, con almeno 20 anni di contributi e il raggiungimento dei 67 anni, e il pensionamento anticipato, che presuppone 42 anni e 10 mesi di contribuzione, con un requisito leggermente ridotto di un anno per le lavoratrici.
Il sistema si articola, inoltre, secondo i cosiddetti “pilastri”: il primo è costituito dalla previdenza pubblica obbligatoria, erogata dall’Inps o dalle casse professionali di categoria. Il secondo pilastro comprende forme di previdenza complementare volontaria. Al pari della gran parte delle economie avanzate, anche il nostro Paese si trova a fronteggiare un problema di sostenibilità del proprio sistema pensionistico.
Pensioni: alcuni dati socioeconomici da cui partire
Il numero dei disoccupati in Italia risulta in costante calo dal 2013, arrivando a 1,7 milioni nel 2024; inoltre, l’occupazione ha raggiunto i livelli massimi degli ultimi 20 anni (23,9 milioni di persone nel 2024), mentre il numero di inattivi risulta in lenta ma costante diminuzione (12,4 milioni nel 2024, ben sotto la media degli ultimi 20 anni, pari a 13,9 milioni). Questi dati, tuttavia, nascondono alcune problematiche legate alle differenze territoriali dei tassi di inattività nonché al lavoro irregolare, che riguarderebbe oltre 3 milioni di lavoratori (Istat 2023).
Altro fronte critico è quello salariale: il nostro Paese nei 22 anni tra il 1997 e il 2019 ha registrato un netto calo (-6%) della retribuzione reale media per dipendente. Il terzo fronte critico è demografico, ed è quello con le implicazioni più difficili da invertire: le nascite totali sono in costante calo dal 2004, fino al minimo storico di 369.944 registrato nel 2024, con una riduzione del 34% in vent’anni.
Il sistema pensionistico italiano: gli scenari possibili
Nel 2024, l’Inps ha erogato pensioni a 15,7 milioni di beneficiari, pari a oltre il 26,5% della popolazione nazionale e a oltre il 96% dei pensionati totali. L’importo lordo delle pensioni complessivamente erogate ammontava a 364 miliardi di euro. Il funzionamento del sistema pensionistico italiano è fortemente legato ai trasferimenti statali.
In base alle stime della Ragioneria generale dello Stato, nei prossimi 15 anni il rapporto spesa per pensioni subirà un netto aumento, principalmente a causa di un aumento delle pensioni erogate, che cresceranno in modo più rapido rispetto al numero dei lavoratori attivi. A partire dal 2040, le proiezioni indicano una discesa progressiva del rapporto, legata alla completa transizione al sistema contributivo. Il meccanismo è semplice: il sistema contributivo eroga assegni proporzionali ai contributi versati, strutturalmente più contenuti di quelli garantiti dal vecchio regime retributivo. La spesa si riduce perché si riduce la generosità delle prestazioni. Una crescita dell’occupazione inferiore alle attese, o un rallentamento della produttività, è sufficiente a spostare significativamente le traiettorie previste.
Il quadro che emerge dalle proiezioni della Ragioneria generale descrive un sistema che punta su due leve: posticipare l’uscita dal mercato del lavoro e ridurre progressivamente il valore degli assegni attraverso la transizione contributiva. Sotto queste ipotesi, il rapporto tra spesa pensionistica e Pil si attesterebbe intorno al 14% a partire dal 2040, con una riduzione sensibile della dipendenza dai trasferimenti statali. È uno scenario possibile, ma costruito su fondamenta che i dati attuali mettono in discussione. Una crescita della produttività stimata al +1,3% annuo, un tasso che l’Italia non ha mai sostenuto per un periodo comparabile, un saldo migratorio netto di 165.000 persone all’anno e un’inversione della tendenza demografica che le rilevazioni sulle intenzioni di fecondità non lasciano intravedere.
Il futuro delle pensioni secondo l’indice Mercer
L’indice Global Pension elaborato da Mercer suggerisce un miglioramento nella valutazione complessiva del sistema pensionistico italiano in termini di sostenibilità, integrità e adeguatezza, passando da un punteggio complessivo di 55,4 nel 2024 a 57 nel 2025. La valutazione del nostro sistema pensionistico rimane, tuttavia, tra le meno positive in graduatoria: 37° posto su 52 economie analizzate e al terzultimo posto tra le economie europee.
L’elemento cardine del funzionamento di ogni sistema pensionistico a ripartizione è la tenuta del patto sociale. A titolo di esempio, un lavoratore che abbia iniziato a lavorare a 25 anni, e che alla data attuale abbia accumulato 10 anni di versamenti previdenziali, accederebbe al pensionamento di vecchiaia solo a 70 anni, con un tasso di sostituzione stimato del 67%; potrebbe, tuttavia, optare per il pensionamento anticipato, a condizione di accettare una riduzione del tasso di sostituzione fino a circa il 57% rispetto alle ultime retribuzioni.
L’incrinatura del patto sociale costituisce l’innesco di un circolo vizioso in cui le prospettive tutt’altro che rosee del sistema pensionistico alimentano un clima di sfiducia generalizzata nei lavoratori del futuro: il clima di sfiducia relativo al funzionamento del sistema pensionistico diventa la causa stessa dell’aggravio delle performance dell’Inps.
Le possibili leve del cambiamento
Le riforme strutturali, attinenti all’assetto fondante della previdenza italiana (modello a ripartizione di tipo contributivo, assenza del secondo pilastro, legame tra età di pensionamento e aspettativa di vita, ecc.), pur costituendo argomento di sicura rilevanza strategica, richiederebbero un coraggioso intervento legislativo e dispiegherebbero effetti solo nel lunghissimo termine.
Una delle determinanti chiave dell’equilibrio del sistema è rappresentata dalla capacità del sistema di prelevare contributi dalla platea di lavoratori in attività. A tal fine, gli interventi di policy possono rivolgersi all’ampliamento della base contribuente, con interventi volti al miglioramento del tasso di occupazione e la riduzione degli inattivi.
Anche il contrasto all’economia sommersa è fondamentale per circoscrivere il fenomeno dell’evasione fiscale e contributiva. In particolare, secondo le stime del MEF, l’evasione contributiva stimata per l’anno 2022 si assesterebbe tra 8,38 e 11,57 miliardi di euro.
Un ulteriore fattore che può contribuire sia ad ampliare la platea degli occupati che a rispondere a un persistente mismatch tra domanda e offerta di lavoro è la valorizzazione dei flussi migratori come fattore di stabilizzazione del mercato del lavoro. D’altra parte, le evidenze mostrano che sempre più giovani scelgono di lasciare il nostro Paese per costruire un futuro all’estero. Ciò equivale a un depauperamento netto delle risorse finanziarie e intellettive del nostro Paese: tentare di invertire la tendenza migliorando la capacità di trattenere i talenti ovvero sostenendo la forza lavoro migrante, risulta di fondamentale importanza.
Un altro fattore di rilievo è costituito dal rinvio delle scelte di genitorialità. Nel nostro Paese nascono sempre meno bambini, e sempre più tardi, con l’età media di maternità alla nascita del primo figlio di 31,9 anni, la più alta del continente. Le cause di questo fenomeno sono eterogenee. Tralasciando le cause comuni a gran parte delle economie avanzate, l’incertezza e l’instabilità lavorativa – insieme al costo della vita e alle dinamiche delle retribuzioni reali – rappresentano un elemento di rilievo, unitamente alla capacità dello Stato di sostenere le famiglie mediante politiche ad hoc (servizi per l’infanzia, supporto al reddito e così via). Un altro elemento chiave è la conciliazione tra le scelte di vita e di carriera. Tra le cause delle scelte relative alla genitorialità, un terzo delle donne ha addotto motivi di natura finanziaria, mentre il 9,4% condizioni lavorative non adeguate (Istat 2024).
Secondo l’Inps, la retribuzione media annua delle donne risulta in media inferiore del 30% rispetto a quella degli uomini, nonostante una dinamica retributiva in maggiore aumento. Il gender pay gap è spiegato da un numero di giornate retribuite per le donne (240) minore rispetto a quello degli uomini (251).
Una delle leve più dirette è l’equiparazione dei congedi parentali tra uomini e donne. Un intervento che produce un effetto simmetrico: riduce il segnale che il mercato del lavoro invia ai datori di lavoro sul costo relativo di assumere una donna in età fertile, distribuisce il carico di cura in modo meno asimmetrico e aumenta le probabilità che la maternità non si traduca automaticamente in un’uscita dall’occupazione o in una riduzione delle giornate lavorate. Meno uscite dal mercato del lavoro femminile significano più contribuenti attive e più base imponibile, nonché maggiori risorse per il sistema.
La tenuta futura del sistema pensionistico dipende da ipotesi macroeconomiche impegnative
Il quadro che emerge non descrive un sistema sull’orlo di un collasso imminente, ma un meccanismo la cui tenuta futura dipende da ipotesi macroeconomiche impegnative — crescita della produttività, flussi migratori, inversione della curva demografica — che i dati degli ultimi vent’anni non hanno mai confermato in modo duraturo. Il rischio principale non è, quindi, la rottura improvvisa del sistema, quanto la progressiva erosione del tasso di sostituzione tra pensione e ultima retribuzione, con conseguenze dirette sull’adeguatezza degli assegni futuri e, di riflesso, sulla fiducia delle generazioni più giovani nel patto intergenerazionale su cui l’intero impianto si regge.
Le leve di intervento più immediate non riguardano, perciò, tanto l’architettura del sistema, quanto la sua capacità di allargare la base dei contribuenti: più occupazione, meno lavoro sommerso, una migliore capacità di trattenere i talenti e di integrare i flussi migratori, e un riequilibrio del gender pay gap che liberi risorse oggi disperse in uscite anticipate dal mercato del lavoro femminile. Sono interventi che, a differenza delle riforme strutturali di lungo periodo, possono produrre effetti già nel breve-medio termine, e che condividono un tratto comune: agiscono tutti sul lato della sostenibilità sociale, prima ancora che su quello strettamente attuariale, del sistema pensionistico italiano.

