Nei paesi Ocse e Ue aumenta la spesa per pensioni, sanità e assistenza di lungo termine insieme all’invecchiamento della popolazione
I paesi Ocse e dell’Unione europea si trovano ad affrontare un aumento della spesa per pensioni, sanità e assistenza di lungo termine, mentre le popolazioni invecchiano. È quanto emerge dal nuovo rapporto dell’Ocse, Financing of Social Protection, pubblicato nell’àmbito del programma di lavoro sul futuro della protezione sociale dell’organizzazione.
Tra il 2023 e il 2045, la spesa per le pensioni è destinata a crescere di 1,1 punti percentuali di Pil nell’area Ocse e di 1 punto nell’Ue, mentre la spesa per sanità e assistenza di lungo termine salirà di 1,5 punti di Pil nell’Ocse e di 0,7 punti nell’Ue. Anche la trasformazione tecnologica e la transizione verde potrebbero generare nuovi bisogni di spesa sociale, il cui impatto resta al momento incerto.
Allo stesso tempo, il reddito da lavoro, che rappresenta la principale base di finanziamento della protezione sociale nella maggior parte dei paesi, è sotto pressione a causa del restringimento della popolazione in età lavorativa e della diffusione di forme di lavoro non standard. In assenza di tagli di spesa politicamente sostenibili, molti paesi stanno quindi riconsiderando il proprio mix di finanziamento e valutando basi imponibili più ampie.
La spesa per la protezione sociale vale il 23% del Pil
La spesa complessiva per la protezione sociale (pubblica e privata) rappresenta in media il 23% del Pil nei paesi Ocse e Ue nel 2024. Le voci più consistenti sono le prestazioni per la vecchiaia (9,1% del Pil nell’Ocse, 9,8% nell’Ue) e sanità e disabilità (9,2% nell’Ocse, 8,5% nell’Ue), ben oltre famiglia, disoccupazione o assistenza sociale. La spesa pensionistica totale, pubblica e privata, supera il 14% del Pil in Austria, Italia e Finlandia, mentre resta sotto il 5% in Irlanda, Turchia, Cile, Messico e Corea. La spesa privata per la protezione sociale, come i versamenti dei fondi pensione occupazionali, resta invece limitata nell’Ue, con una media del 2,3% del Pil nel 2021.
Contributi sociali e entrate fiscali generali: come si dividono i costi
In media, circa metà della spesa sociale pubblica è finanziata attraverso i contributi previdenziali, l’altra metà con entrate fiscali generali. Nell’Ocse, i contributi hanno finanziato il 43% della spesa sociale nel 2023, in calo dal 47% del 1995, ma restando stabili in percentuale di Pil: è la spesa finanziata da entrate generali a essere cresciuta. Nell’Ue, i datori di lavoro versano più della metà (60%) dei contributi sociali, anche se la loro quota è scesa di 4 punti nell’ultimo decennio, mentre quella a carico dei lavoratori è salita di 2,7 punti.
Le strategie di finanziamento variano molto tra paesi: Danimarca, Svezia, Finlandia e Norvegia finanziano gran parte del welfare tramite entrate fiscali generali, mentre alcuni paesi dell’Europa centrale (Slovacchia, Cechia, Slovenia ed Estonia) coprono oltre il 70% della spesa sociale con i soli contributi. In diversi paesi dell’Europa centrale e meridionale, tra cui l’Italia, il sistema sanitario è finanziato principalmente da entrate fiscali generali, mentre pensioni e prestazioni di disoccupazione restano legate ai contributi versati.
Lavoratori autonomi: il 14% dell’occupazione ma solo il 4% dei contributi
Uno degli elementi più critici individuati dal rapporto riguarda il lavoro autonomo. In media, il 14% dei lavoratori nell’Ue (16% nell’Ocse) è autonomo, con punte di circa un lavoratore su cinque in Italia e Polonia, contro il 5% della Norvegia. Nonostante ciò, i lavoratori autonomi versano solo il 4% dei contributi sociali complessivi nell’Ue, a causa sia della copertura formale limitata sia di una concentrazione ai due estremi della distribuzione dei redditi.
La copertura è più carente per la disoccupazione: solo 10 paesi Ue garantiscono ai lavoratori autonomi lo stesso accesso all’indennità di disoccupazione previsto per i dipendenti, mentre 6 paesi non offrono alcuna copertura. Su 38 paesi Ocse, solo 9 assicurano piena copertura e 17 nessuna copertura. Sul fronte pensionistico la situazione è migliore, ma le pensioni dei lavoratori autonomi risultano in media del 22% più basse rispetto a quelle dei dipendenti nell’area Ocse. Anche quando esistono schemi volontari di copertura, l’adesione resta molto bassa: in Austria, per esempio, solo lo 0,6% dei lavoratori autonomi ha scelto di aderire all’assicurazione contro la disoccupazione nel 2024.
Il lavoro part-time e la contrazione delle ore lavorate
Il rapporto segnala anche un trend strutturale: tra il 1995 e il 2024 le ore lavorate medie per lavoratore sono diminuite del 6,6% nell’Ue e del 4,8% nell’Ocse. Circa un lavoratore su sette lavora part-time nell’Ue (14%) e nell’Ocse (13%), con le donne oltre tre volte più esposte rispetto agli uomini nella media Ue (22% contro 6,6%). Il fenomeno riguarda sempre più anche gli uomini, la cui quota di occupazione part-time è salita dal 4,2% al 6,6% nell’Ue tra il 1995 e il 2024.
Se le proiezioni demografiche si confermeranno, il numero totale di ore lavorate potrebbe calare di circa il 9% nell’Ocse e quasi il 20% nell’Ue tra il 2024 e il 2060, con un impatto diretto sul reddito da lavoro complessivo e, di conseguenza, sulla base di finanziamento della protezione sociale. Un maggiore impiego di gruppi sottorappresentati e un allungamento dell’orario di lavoro potrebbero attenuare parzialmente questo calo, ma richiederebbero interventi pubblici importanti.
Lavoratori atipici più esposti al rischio di povertà
Il rapporto quantifica anche il maggiore rischio sociale legato alle forme di lavoro non standard: nei paesi con dati disponibili, i lavoratori part-time hanno un rischio di povertà 1,8 volte più alto rispetto ai lavoratori a tempo pieno, mentre per i lavoratori autonomi il rischio è 2,1 volte più alto. Il lavoro a tempo pieno resta invece fortemente protettivo: in tutti i paesi analizzati il tasso di povertà dei lavoratori full-time resta sotto il 15%.
Il lavoro sommerso erode la base contributiva
Il lavoro sommerso (undeclared work) riduce direttamente le entrate contributive e indebolisce la condivisione dei rischi tra lavoratori. Secondo le stime macroeconomiche citate dal rapporto, l’economia sommersa varia dal 17% al 23% del Pil medio nell’Ue, con valori sotto il 10% in Austria e Lussemburgo e punte fino al 37% in Bulgaria. Italia, Croazia, Polonia e Romania si collocano intorno al 23% del Pil, un livello elevato rispetto alla media europea. Misurato in ore lavorate, il lavoro dipendente non dichiarato rappresenta la quota maggiore del sommerso nell’Ue (63%), seguito dal lavoro autonomo (36%).
Il fenomeno è più diffuso tra gli uomini (5%) rispetto alle donne (3%), tra i lavoratori più giovani (9% nella fascia 15-24 anni contro il 2% degli over 54) e tra chi ha maggiori difficoltà economiche. Le piccole imprese risultano particolarmente esposte: il 6% dei dipendenti in aziende con meno di dieci addetti riceve retribuzioni parzialmente non dichiarate, contro meno dell’1% nelle imprese con oltre 500 dipendenti.
Quali strategie per diversificare il finanziamento del welfare?
Di fronte a un divario crescente tra domanda di spesa sociale e risorse disponibili, vi sono alcune possibili strade per allargare la base di finanziamento della protezione sociale, senza intervenire pesantemente sui contributi legati al lavoro:
- una maggiore tassazione dei redditi da capitale, storicamente più favorita fiscalmente rispetto al reddito da lavoro nella maggior parte dei paesi Ocse;
- una maggiore valorizzazione delle imposte sugli immobili, oggi sottoutilizzate in molti paesi nonostante la base imponibile poco distorsiva;
- un maggior ricorso alle entrate fiscali generali per finanziare prestazioni non direttamente legate al rischio occupazionale, come la prevenzione della povertà, gli assegni familiari o la sanità;
- il contrasto del lavoro sommerso, attraverso un mix di misure di controllo e incentivi alla regolarizzazione, in particolare per i lavoratori a basso reddito.
Il rapporto sottolinea, infine, come l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla quota di reddito destinata al lavoro resti ancora incerto: se da un lato l’automazione di alcune mansioni potrebbe ridurre la quota salariale, dall’altro la creazione di nuovi compiti e professioni potrebbe compensare, almeno in parte, questo effetto.

