Intervista all’Ambasciatore Giampiero Massolo: “Europa: nessuno si salva da solo”

 


 

L’Ambasciatore Giampiero Massolo, a margine della presentazione dell’Osservatorio permanente sui Temi Internazionali dell’Eurispes, ha voluto offrire un primo contributo alla riflessione sugli argomenti che saranno affrontati dagli esperti e dagli studiosi chiamati a confrontarsi in seno all’Osservatorio stesso. L’intervista è stata realizzata per la nostra rivista online da Emilio Albertario.

L’Osservatorio permanente sui Temi Internazionali, che l’Eurispes ha costituito con Lei alla guida, analizzerà, in particolare, i rapporti fra gli Stati, il fenomeno della globalizzazione e i modelli di governance mondiale. Ma avrà una particolarità: in primo piano ci sarà l’Italia?

Credo che l’Italia non possa continuare a stare al mondo se non ha, delle dinamiche internazionali, una visione più precisa di quanto non sia avvenuto finora. Nel senso che al mondo esistono pochissime grandi potenze – che identificano il loro interesse nazionale con tutto quanto accade nel mondo – e molte potenze. Le potenze hanno interessi settoriali che perseguono, evidentemente non avendo la taglia di una superpotenza, ma senza dimenticare la visione complessiva delle dinamiche mondiali. A me piacerebbe che l’Italia acquisisse, sempre più, il senso di questa visione globale e quindi tutto quanto, come questo Osservatorio, può contribuire ad aumentare il livello di consapevolezza, che, dunque, è da incoraggiare e da promuovere. Quindi, l’Italia al centro, ma con una visione complessiva; e attraverso la visione complessiva e dalla visione complessiva una definizione, quanto più accurata possibile, di quelli che potrebbero essere gli interessi nazionali da promuovere.

L’interesse nazionale ha bisogno di essere monitorato costantemente al mutare delle circostanze sociali e politiche. Ciò non mette in discussione il nostro forte radicamento in Europa?

No, nel senso che esistono degli elementi permanenti dell’interesse nazionale che sono evidentemente dati dalla collocazione geografica, dalla storia, dall’animo delle persone che, quindi, esulano dalle contingenze pratiche. Poi un altro di questi interessi permanenti è basato sulla constatazione che nel mondo di oggi nessun paese può fare da sé e, quindi, ciascun paese ha bisogno di quello che noi analisti chiamiamo “potere di coalizione”: esso si esplica con gli àmbiti multilaterali che rappresentano una possibilità, per i paesi che non sono superpotenze, di promuoversi, di dare una maggiore consistenza alla loro dimensione internazionale. L’Europa è uno di questi àmbiti, l’interesse nazionale italiano non ne può prescindere; il che, peraltro, non significa, accettare acriticamente qualsiasi cosa venga da Bruxelles.

Un tema affascinante per l’Osservatorio potrebbe essere esaminare il ruolo dell’Italia in rapporto ai nuovi assetti in Nord Africa, negli Stati Uniti, in Medio Oriente, senza dimenticare che con la Russia abbiamo problemi commerciali ancora aperti.

L’Italia è un Paese dialogante, un Paese che si trae giovamento dalla libertà dei flussi economici, commerciali, culturali. Questi sono dei vantaggi sui quali l’Italia può e deve contare, quindi deve incoraggiare tutto quello che va in tale direzione. Questo significa che deve curare, in modo particolare, quello che è l’ambito geografico nel quale si trova “immersa”, che parte dall’Adriatico, scende giù a Sud, vira verso Ovest fino al Marocco e ritorna attraverso tutto il Maghreb, attraverso l’Africa Subsahariana fino a lambire l’Iraq, l’Iran e ritorna ancora, attraverso il Corno d’Africa fino all’Africa Centrale, all’Africa Occidentale. È chiaro che una dimensione, un’irradiazione di questo genere dell’interesse nazionale presuppone delle alleanze che sono ad un tempo europee, ma anche molto fortemente si esprimono attraverso il cerchio del rapporto Transatlantico e dunque all’interno della Nato. Non ne possiamo prescindere, questo è il cerchio delle nostre alleanze e credo che in questo àmbito dobbiamo ben distinguere i paesi con i quali siamo alleati e i paesi con i quali ci troviamo a percorrere tratti di strada, che sono partner e magari alleati lo sono meno.

I primi vent’anni del Terzo secolo sono all’insegna della tecnologia; soprattutto nel settore delle telecomunicazioni si sta giocando una partita dai risultati incerti che vede l’Europa tra l’incudine della Cina e il martello degli Stati Uniti. Rimanere autonomi è fondamentale per lo sviluppo del Continente?

In primo luogo, l’Europa deve stare ben attenta a non diventare terra di contesa, nel senso che la tecnologia, le autostrade del 5G, l’intelligenza artificiale che elabora masse di dati impensabili, tutti questi sono i fattori che fanno oggi la sovranità. Da questo punto di vista, proprio perché l’Europa non rimanga oggetto di contesa ma sia quanto più possibile soggetto – soggetto di alleanze poi, perché anche l’Europa non può pensare di stare con chi non è nel suo alveo naturale che evidentemente si gioca nella partita ad Ovest, più che nella partita ad Est –, l’idea che un po’ di sano sovranismo europeo, un po’ di sana autonomia europea nelle tecnologie avanzate, ci sta tutta.

La sicurezza dell’Europa, oltre ad essere garantita dall’intelligence, dovrebbe poter contare su un sistema di protezione comune, il cosiddetto “esercito europeo”. L’Italia, che ha una forte tradizione nell’industria della difesa, come può affermare sempre di più la qualità del suo prodotto, fermo restando che l’obiettivo è sempre la pace?

Paradossalmente, in fondo non c’è una posizione dell’industria della difesa nei confronti del tema della difesa europea, perché è un tema dei governi. Alle aziende conviene naturalmente che ci sia una difesa europea, un procurement europeo, un àmbito europeo che eviti le sovrapposizioni, favorisca le collaborazioni e faccia nascere dei forti campioni europei. Sta ovviamente ai governi creare le condizioni affinché questo genere di collaborazione vada avanti. Devo dire, da questo punto di vista, mentre le aziende le vedo pronte, mentre gli apparati militari li vedo già con tutti i loro piani e organigrammi, piani militari messi a punto, i governi sono ancora, purtroppo, alla ricerca di una comune identità dal punto di vista della difesa e della sicurezza, e questo non ci giova. Non credo tanto in un “esercito europeo”, quanto piuttosto nella convinzione di dotare l’Europa dei mezzi più aggiornati, che siano mezzi di terra – come i progetti relativi ai nuovi carri armati –, che siano mezzi aerei – il progetto del nuovo caccia europeo –, che siano le nuove navi – e da questo punto di vista le fregate FREMM italiane sono un battistrada importante, su questo possono essere costruiti altri progetti. Ma è inutile che ci nascondiamo dietro un dito: finché la Francia – che ormai è l’unico paese nucleare europeo dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea –, non metterà a disposizione dell’Europa il proprio deterrente nucleare, un grande progresso della difesa europea non lo vedo. Vedo invece uno sforzo, giusto, costante, di rendere questa difesa europea complementare all’ambito più vasto che è quello Transatlantico.

“Sempre” e “ancora”, sono due avverbi la cui sostanziale differenza non sfugge soprattutto ad un diplomatico. L’immagine dell’Italia all’estero è “ancora” o “sempre” in primo piano nel panorama politico internazionale?

C’è una domanda d’Italia nel panorama politico internazionale che noi spesso, in Italia, sottovalutiamo, quindi voto per il “sempre”.

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