La caduta del Muro 30 anni dopo, il mondo ha bisogno di nuove “spallate”

Ricordare il Muro di Berlino, rivedere le foto e i filmati che per la prima volta ce lo resero “amico”, quelli dei giorni del novembre di 30 anni fa che portarono al suo abbattimento, crea brividi in chi, oggi attempato, ha vissuto quegli eventi. Brividi, emozioni, che ritornano rinverdendo la percezione di un momento di svolta in Europa, di una accelerazione verso una libertà e una democrazia pienamente dispiegate. Ma anche brividi che nascono dall’oggi: brividi di paura, di fronte a questa paradossale nuova fortuna, mediatica e politica, di muri costruiti di nuovo con mattoni e filo spinato, ma anche solo invocati e incensati come strumenti della contemporaneità cui fare ricorso per ricostruire le nostre traballanti sicurezze.
La Berlino Ovest del 1961, circondata da 156 chilometri di mura “sovietiche”, e l’Europa del Trattato di Shengen che, a partire dal 1990, ha dato vita ad un continente senza frontiere: questi i due “estremi” all’interno dei quali si collocano 28 anni di ignominia simboleggiati proprio dal Muro. E non certo casuale che l’abbattimento delle frontiere tra i paesi Ue abbia seguito dappresso il “suo” abbattimento.
Per chi, meno “attempato”, vive gli anni del presente ed è immerso nella dilagante vulgata sovranista, il supporto della consapevolezza di questo pur recente passato sarebbe un toccasana, un medicamento essenziale per orientarsi in maniera critica rispetto ad un’offerta politico-culturale di infimo livello. Come affermava il grande storico francese Le Goff, infatti, chi è “orfano” della storia non è in grado di produrre futuro e ‒ aggiungiamo noi ‒ neanche di interpretare adeguatamente il presente.
Ma, tornando alle celebrazioni nel trentennale dell’abbattimento del Muro, è più che legittimo abbandonarsi a ricordi e suggestioni, queste sì, che hanno superato anche i gap generazionali. In proposito, torna d’attualità lo storico discorso del Presidente Kennedy tenuto davanti Berlino Ovest il 26 giugno 1963, davanti al Municipio di Schoneber, a poca distanza dal Muro da poco edificato. Tutti – o quasi – conoscono la storica frase “Ich bin ein Berliner”; può essere utile riproporre qualche stralcio di quello che rimarrà nella storia, come uno degli interventi politici maggiormente profetici: «Duemila anni fa, il vanto più grande era questo: “Civis romanus sum”, “Io sono un cittadino romano”. Oggi, nel mondo della libertà, il vanto più grande è poter dire: “Ich bin ein Berliner”, “Io sono un Berlinese”».

Al di là dell’orgoglio latino, gratificato dall’incrocio linguistico con l’inglese e il tedesco, analizzando il discorso del Presidente, emerge chiaramente la direzione evolutiva che la politica di un Occidente progressista in quegli anni proiettava per il futuro:
«La libertà ha molte difficoltà, e la democrazia non è perfetta. Ma noi non abbiamo mai dovuto erigere un muro per chiudervi dentro la nostra gente e impedire loro di lasciarci! Voi vivete in un’isola fortificata della libertà, ma la vostra vita è parte della vita del mondo libero. Vorrei quindi chiedervi, concludendo, di levare il vostro sguardo al di là dei pericoli di oggi e verso la speranza di domani. Al di là della semplice libertà di questa città di Berlino o della vostra patria tedesca e verso il progresso della libertà ovunque! Al di là del muro e verso il giorno della pace con giustizia. Al di là di voi stessi e di noi, verso l’umanità tutta. La libertà è indivisibile, e quando un uomo è in schiavitù, nessun altro uomo è libero!»

Di fronte ai tanti esempi di vecchie schiavitù che riemergono, alla derubricazione di diritti ritenuti nel recente passato inalienabili, alle migliaia di chilometri di muri che stanno insozzando l’Europa (ma anche la patria del Presidente Kennedy!), c’è da chiedersi se, come nella Berlino Ovest degli anni Sessanta-Settanta e Ottanta, la libertà sia appannaggio di chi erige muri, o di chi ne rimane fuori.

Dopo la citazione d’obbligo dell’ “Ich bin ein Berliner”, altre suggestioni emergono e, di solito, come spesso capita nell’immaginario collettivo, senza una specifica consapevolezza.
È il caso dello storico brano dei Pink Floid, che anche i quindicenni di oggi conoscono, contenuto nel doppio album The Wall, un’opera rock del 1979 che il 21 luglio del 1990 andò in scena a Berlino per festeggiare la caduta del Muro.

È il caso del brano Heroes di David Bowie, registrato nel 1977 negli studi di Berlino Ovest prospicienti il Muro. Un altro “evergreen” che inquadra una panchina a pochi metri dal Muro, sulla quale due ragazzi amoreggiano, rendendo plastica la rappresentazione del contrasto tra libertà e oppressione, tra amore ed odio:

Io, io riesco a ricordare (mi ricordo)
In piedi accanto al Muro (accanto al Muro)
E i fucili sparavano sopra le nostre teste
(sopra le nostre teste)
E ci baciammo,
come se niente potesse accadere
(niente potesse accadere)
E la vergogna era dall’altra parte
Oh possiamo batterli, ancora e per sempre
Allora potremmo essere Eroi,
anche solo per un giorno

È duro dover ammettere che esiste un fondato rischio che il mondo in cui viviamo, a trenta anni dall’abbattimento del Muro, abbia bisogno di nuovi “Heroes“.

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