La “scuola digitale” è debole. Solo 1 su 10 è connessa a banda ultra larga

L’emergenza Coronavirus sta ampiamente dimostrando quanto un rinnovato approccio al concetto di digitalizzazione sia necessario per garantire la continuità delle normali attività, per quanto possibile. La scuola, le Università, si sono attrezzate per sperimentare soluzioni per la didattica a distanza con metodologie e strumenti innovativi, che possano garantire l’effettiva concretezza dello slogan che hanno lanciato “la scuola non si ferma”.
Ma, quando si tornerà alla normalità, che scuole ritroveremo?
Di moderne tecnologie, dai Tablet ai Pc, dagli E-book alla Lim, le scuole italiane sono oramai state dotate. Quello che invece, ancora oggi, sembra mancare sono delle figure in grado di gestire ed utilizzare a pieno tali tecnologie, nonché la diffusione di quelle innovazioni digitali che si sono sviluppate nell’ultimo decennio, come ad esempio la connessione a banda ultra larga. Lo sviluppo digitale del sistema scolastico presuppone la diffusione capillare e l’uso delle moderne tecnologie dell’informazione e della comunicazione, in maniera tale che ogni plesso scolastico possa essere dotato di risorse strumentali adeguate e in grado di favorire connessioni ad Internet a banda larga o ultra larga.
La velocità di connessione rappresenta uno dei primi passi verso la realizzazione di una scuola digitale: la presenza di una connessione ad alta velocità permette di ridurre al minimo quei problemi legati ad un sovraffollamento della Rete tipici, ad esempio, di strutture come quelle scolastiche, nelle quali la banda disponibile per la navigazione è condivisa spesso da più postazioni contemporaneamente. Secondo i dati riportati da Agcom, nella relazione Educare Digitale, le unità immobiliari raggiunte dalla fibra ottica (a dicembre 2017), comprese quelle di competenza statale e, quindi, anche le scuole, superano il 64%, vale a dire circa 21 milioni di unità a fronte di 32,7 milioni di abitazioni e di edifici considerati. Tuttavia, la penetrazione della banda ultra larga nelle scuole italiane è solamente dell’11,2% e mette in evidenza il forte dislivello fra la domanda e il potenziale dell’offerta. Il dato si allinea con quello relativo alle famiglie (17,4%) e, più in generale, con quello relativo alla popolazione (7,5%). Si pensi che per il triennio 2015-2017 il Piano Nazionale Scuola Digitale, avviato dal Ministero dell’Istruzione, prevedeva lo stanziamento di 88,5 milioni di euro per il cablaggio interno di tutte le scuole, avendo come obiettivo quello di accedere entro il 2020 alla banda ultra larga.

La presenza e il corretto funzionamento di una connessione ad Internet rappresentano un elemento imprescindibile per l’utilizzo efficace delle moderne tecnologie nell’insegnamento. Si pensi, ad esempio, a tutti quei lavori che possono essere svolti in maniera collaborativa tra studenti di classi diverse; al coinvolgimento di studenti impossibilitati ad essere fisicamente in aula; alla consultazione di documenti accessibili in Rete grazie all’impiego della Lim (Lavagna interattiva multimediale), oggetto di uno specifico progetto avviato nel 2008 proprio per sostenere, in maniera concreta, l’applicazione della tecnologia alla didattica. Nell’anno 2014/2015 la Lim era presente nel 41,9% delle aule (con una diffusione maggiore nelle scuole secondarie di I grado: 54,6%), mentre nei laboratori la quota raggiungeva il 43,6%; si imponeva, dunque, come il principale supporto elettronico presente nelle classi. Un istituto scolastico che si possa definire “digitale” dovrebbe garantire una connessione veloce e sicura, in grado di permettere l’utilizzo simultaneo dei servizi didattici disponibili online – per una scuola di 20 classi, con 25 alunni ciascuna, la velocità di connessione necessaria stimata è di circa 700 Mbps – in modo da garantire il corretto svolgimento delle lezioni scolastiche. Inoltre, risulta essere indispensabile poter accedere direttamente dalla classe ai contenuti online e, dunque, alla connessione Internet. Stando a quanto riporta Agcom, il numero delle scuole che hanno una rete in grado di coprire tutti gli spazi scolastici disponibili è pari al 74,6%. Lo scorporo del dato in relazione al grado di istruzione degli istituti scolastici mostra come le secondarie di secondo grado, siano quelle meglio equipaggiate: l’83,9% vanta una totale copertura degli spazi. Tra le scuole secondarie di grado primario è il 78% a garantire una copertura totale, mentre il 71,4% interessa le scuole primarie. Il dato mette in evidenza come la digitalizzazione della didattica sia più capillare negli istituti superiori, anche alla luce di progetti scolastici più articolati e che facilmente possono presupporre l’impiego di strumenti digitali o materiali online.

Proprio quest’ultimo punto divide e mette in luce differenze sostanziali fra quei docenti che si affidano quotidianamente all’utilizzo della tecnologia durante la lezione e quelli che invece preferiscono attenersi ai vecchi metodi e supporti cartacei. È ancora Agcom a fornire il dato secondo cui il 47,1% dei docenti svolge quotidianamente l’attività didattica tramite l’impiego di supporti tecnologici; il 27,5% vi ricorre settimanalmente; il 13,9% qualche volta al mese; il 6,7% qualche volta all’anno e il 4,9% mai. Si registra, dunque, una netta divisione fra una metà di docenti che impiega quotidianamente gli strumenti tecnologici forniti dalla scuola e una metà che li usa sporadicamente o quasi mai. Una delle possibili spiegazioni potrebbe risiedere nel fatto che i docenti non manifestano, nella maggioranza dei casi, competenze digitali adeguate. Ovviamente, il miglioramento di tali competenze digitali del corpo docente andrà di pari passo con l’inserimento nell’organico scolastico di insegnanti più giovani e, quindi, maggiormente inclini all’impiego delle nuove tecnologie. L’affanno dei docenti in tale àmbito conferma quanto evidenziato anche dall’Ocse nello Skills Outlook 2019, secondo il quale alla popolazione italiana mancano le competenze di base per poter accedere al mondo digitale sia come individui sia come lavoratori. Il grafico inserito nello Skills Outlook 2019 mostra come negli altri Paesi Ocse gli insegnanti utilizzino le TIC (Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione) con una frequenza pari, o comunque molto vicina, agli altri lavoratori con istruzione terziaria. Lo stesso non succede nel caso dell’Italia, dove gli insegnanti rimangono indietro e utilizzano le nuove tecnologie ben al di sotto degli altri lavoratori qualificati.


Fonte: Skills Outlook 2019: Thriving in a digital world.

E ancora, i dati forniti rivelano che ben 3 insegnanti su 4 ammettono di avere bisogno di una formazione specifica e ulteriore nell’ambito delle TIC, per poter svolgere adeguatamente e più facilmente la propria professione. Nel nostro Paese, sono il 75,2% gli insegnanti che manifestano tale necessità, rispetto al 58,3% della media Ocse.


Fonte: Skills Outlook 2019: Thriving in a digital world.

L’uso di Internet è diffuso e riguarderebbe il 71% della popolazione italiana di età compresa fra i 16 e i 74 anni. Tuttavia, secondo i dati forniti, solamente il 36% degli italiani fra i 16 e i 64 anni sarebbe in grado di sfruttare le potenzialità di Internet facendone un uso vario e complesso, vale a dire utilizzare la Rete andando oltre la semplice navigazione. L’Italia si posiziona in questo modo ultima nella classifica dei paesi analizzati, la cui media supera il 58%. Accanto agli insegnanti il ritardo riguarda anche i giovani. Nonostante la diffusione di dispositivi e connessioni a Internet, più della metà degli studenti appartenenti alla scuola superiore sembra non essere in grado di usare tali strumenti in modo efficace per scopi didattici. L’Ocse sottolinea che: «Il semplice accesso ai computer non è sufficiente per migliorare le prestazioni degli alunni». Significa, dunque, che l’apparato digitale deve essere funzionale e integrato con l’insegnamento da un lato e con l’apprendimento dall’altro. È inutile possedere strutture digitalizzate o copertura Wi-Fi in tutte le aule se la didattica, come abbiamo visto, rimane ferma sui modelli passati.

Da questi dati emerge con chiarezza come sia necessario potenziare i settori relativi ai servizi e alla Rete, gli spazi e gli strumenti digitali funzionali alla didattica. Condizioni, queste, necessarie ma allo stesso tempo insufficienti per portare a compimento quel processo di digitalizzazione che da anni interessa la scuola italiana. L’intervento che sembra necessario e imprescindibile non solo riguarda i mezzi messi a disposizione delle scuole, ma anche gli insegnanti stessi, per permettere a questi ultimi di mettere in campo le competenze necessarie. La misura adottata dal Ministero dell’Istruzione, in risposta alle crescenti esigenze legate all’alfabetizzazione digitale, è stato il Piano Nazionale Scuola Digitale, attuato a partire dal 2009.

Le difficoltà legate alla realizzazione di un tale processo innovativo risultano evidenti, anche in relazione alla complessità che sembra caratterizzare l’organizzazione dell’assetto scolastico. È evidente che quello che servirebbe è un equilibrio fra i notevoli interventi necessari e la rapida realizzazione degli stessi, in modo da poter arrivare all’istituzione di una scuola digitale, dotata di insegnanti competenti in materia e in grado di sfruttare efficacemente gli strumenti a disposizione.

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