Politica

Migrazioni e legge di stabilità: i nodi vengono al pettine

I fatti e i morti delle ultime settimane hanno reso chiaro a tutti che il fenomeno delle migrazioni dalla Siria e dall’Africa ha dimensioni epocali. I singoli Stati rischiano di poter fare davvero poco. Le rotte verso il Vecchio Continente stanno ormai coinvolgendo zone prima toccate solo marginalmente: Macedonia, Serbia e Ungheria sono in piena emergenza. Renzi vorrebbe arrivare a un diritto d’asilo “europeo” ma l’armonia tra i Ventotto dell’Ue sembra ormai irraggiungibile. Il Regno Unito sogna di chiudere le frontiere, i Paesi baltici continuano a dire di non voler dare ospitalità nemmeno a un migrante. Sull’intero scenario pesa l’assenza della comunità internazionale nel suo complesso e il caos di cui è vittima la Libia. I ministri europei dell’Interno e della Giustizia si sono dati appuntamento a Lussemburgo per il 14 settembre, e cercheranno di trovare soluzioni condivise. Il nodo da sciogliere è rappresentato dal Trattato di Dublino III, documento che regolamenta la gestione dei richiedenti asilo.

Le Camere resteranno chiuse sino all’8 settembre. I prossimi giorni dovranno essere utilizzati dal governo e dalla maggioranza per trovare la quadra ed entrare nel vivo dei lavori previsti. Gli argomenti sul tavolo sono tantissimi – dalle riforme alla giustizia – e si rischia di non riuscire a procedere con ordine. Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi e il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, dovranno lavorare sul contenuto della legge di stabilità per il 2016. Il premier ha confermato di voler ridurre la pressione fiscale su famiglie e imprese: un piano confermato dal titolare del Tesoro. Flessibilità Ue, spending review e minor spesa per interessi: da queste voci si punta a recuperare gran parte delle risorse necessarie per tagliare le tasse, a partire da quelle sulla prima casa. Palazzo Chigi ha quantificato in 17 miliardi di euro la possibilità concessa dall’Unione europea di uno spazio di patto di circa l’1%. Dopo gli 80 euro e il taglio dell’Irap sul costo del lavoro insieme agli sgravi contributivi per le assunzioni stabili, in vista della nuova manovra di finanza pubblica, il governo punta, come ribadito dallo stesso presidente del Consiglio nell’intervista rilasciata ieri al Corriere della Sera, all’azzeramento di Tasi e Imu per tutti nel 2016, al taglio dell’Ires per le aziende nel 2017 e dell’Irpef nel 2018. Nel progetto dell’esecutivo si prevede anche di azzerare l’Imu sui terreni agricoli e sui macchinari imbullonati all’interno dei capannoni industriali. All’ordine del giorno c’è anche la spending review targata Yoram Gutgeld: l’obiettivo è recuperare dai tagli in programma circa 10 miliardi di euro. A ridurre il budget dovranno essere prima di tutto i ministeri – per un saldo ipotizzato superiore ai 4 miliardi –, il resto dovrà venire dalla lotta ai falsi invalidi, dalla razionalizzazione delle spese della Pubblica amministrazione, frutto anche delle prime applicazioni della riforma Madia, come la stretta sulle partecipate locali. E una quota, ancora non precisamente individuata, dovrà arrivare dalla revisione di detrazioni e deduzioni fiscali. C’è poi il capitolo sanità: “Non ci sarà nessun taglio alla sanità per non far pagare il ricco. Magari – assicura Renzi nell’intervista al Corriere – ci sarà qualche poltrona Asl in meno e qualche costo standard in più. Ma sono tagli agli sprechi, non alla sanità”. Nei prossimi giorni si dovrà cercare l’intesa anche sulla riforma costituzionale. La sinistra del Pd non smette di criticare il contenuto del testo all’attenzione del Senato. La pattuglia della minoranza Dem sa bene di essere decisiva nelle votazioni su emendamenti e articoli: per questo motivo è decisa a rimanere ferma sulle sue posizioni. Un ruolo strategico esaltato dalle probabili divergenze tra renziani e Nuovo centrodestra in materia di unioni civili: il presidente del Consiglio ha chiarito che intende imprimere un’accelerazione sul disegno di legge sul tema. Un decisionismo che non risulterà gradito agli alfaniani, da sempre molto scettici su un provvedimento considerato dannoso per le famiglie “tradizionali”. Il presidente del Consiglio ostenta intanto sicurezza sui numeri a Palazzo Madama, dove potrà contare anche sulla pattuglia dei verdiniani, ma qualora le opposizioni si saldassero, le decine di votazioni potrebbero nascondere più di qualche insidia per il governo. E dunque “la logica del braccio di ferro va abbandonata – dice Cesare Damiano (Pd) – Non serve minacciare elezioni anticipate o Vietnam. Serve invece ricercare una soluzione politica”. Tra gli oppositori del segretario del Pd c’è però chi non crede che la propensione verso il dialogo sia reale: negli scorsi mesi la fiducia della minoranza è già stata tradita troppe volte. Dal canto loro, le opposizioni sono tutte d’accordo: a Palazzo Madama non ci sono i numeri per approvare il ddl costituzionale. Movimento 5 Stelle, Sel, Forza Italia e Lega ritengono che il Pd non abbia i consensi necessari.

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