Attualità

No “Normale” a Napoli. Breve (e brutta) storia di un progetto italiano

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I fatti sono probabilmente noti: lo scorso fine novembre viene annunciato il progetto di aprire, a Napoli, la Scuola Normale Superiore Meridionale, una scuola universitaria che, forte di un finanziamento statale di circa 50 milioni, porterà il modello istituzionale e formativo della Normale di Pisa nel capoluogo campano. Si dice che vi s’insegneranno, con formula “normale” e in collaborazione con l’Università Federico II: economia del mare, ingegneria del rischio, valorizzazione dei beni culturali. Ministro competente, Rettore napoletano, Direttore della Scuola: tutti d’accordo, tutti soddisfatti – pronti a tagliare nastri e stappare bottiglie.
Ma, come spesso accade, le buone idee non fanno i conti con l’oste. E l’oste in questione si chiama Sindaco di Pisa: il signor Michele Conti. Se la cultura fa, c’è chi disfa: il Sindaco trasforma improvvidamente la Scuola in una componente del brand cittadino e si erge a paladino della sua tutela dall’imitazione, dalla spersonalizzazione, dalla sottrazione indebita, ordita dal direttore – horribile dictu! Napoletano – della Scuola pisana. Manco la Normale fosse un formaggio DOP; manco il direttore della Scuola fosse un agente segreto partenopeo in missione per conto del collega della Federico II; manco il ministro fosse il vertice di un Consorzio di tutela.

Fermiamo un momento il film e conosciamo meglio i protagonisti.

La Scuola Normale Superiore di Pisa è uno degli istituti universitari italiani a ordinamento speciale: forse il più prestigioso, certamente il più noto nel mondo. La Normale, come viene chiamata per comodità, ha due secoli di storia. Non un tracciato di heritage lunghissimo, quindi – la Sapienza, per dire, è del 1303. Tuttavia a dispetto di una storia tanto breve, la Scuola ha delle ragioni di unicità qualitativa che merita siano ricordate.
In primo luogo il modello istituzionale, disegnato nel 1810 da Napoleone, a immagine e somiglianza dell’Ecole Normale Superieure francese: luogo di formazione delle future classi dirigenti imperiali, senza distinzione di ceto o classe sociale (ma, per quasi tutta la propria storia, di genere sì), solo assumendo allievi dotati. Rivisto e corretto nel tempo, il modello istituzionale della Scuola ha sempre avuto una natura speciale, mai messa in discussione, nemmeno dal fascismo – anzi!
Il secondo carattere speciale della Normale è il suo modello formativo: gli allievi sono pochi – in tutta la propria storia ne conta circa cinquemila – scelti sulla base di criteri rigidamente selettivi: sono totalmente spesati dall’istituzione stessa (vitto e alloggio compresi). L’approccio didattico, poi, è particolare e cerca di formare una conoscenza di qualità, basata su una forte attitudine alla ricerca; il territorio culturale di aspirazione si colloca all’intercezione fra scienze cosiddette “dure” e quelle dell’uomo – scienze sociali, politiche, umane, lettere e filosofia. Insomma, un “college” multidisciplinare ante litteram, dal grande fascino culturale, standing qualitativo e capace di ritagliarsi una nicchia di valore nel panorama mondiale dell’alta formazione.

L’altro protagonista della vicenda non potrebbe essere – almeno stando a quell’apparenza cui luoghi comuni, post-verità e superficialità internettiana ci hanno assuefatti – più lontana. La troviamo, infatti, sporgendoci da Pisa e gettando lo sguardo verso il basso, un po’ più a Sud: superiamo Roma e scivoliamo, fra le piane del basso Lazio e gli appennini, fino al golfo di Napoli: lì siede l’Università Federico II. Antichissima – fu fondata nel 1224, ma dedicata all’Imperatore svevo solo nel 1992 – trova le proprie ragioni istitutive di allora nella medesima ratio della Normale: formare i gruppi dirigenti necessari al governo dello Stato. Napoleone, dunque, non s’inventò nulla.
L’ateneo napoletano condivide il destino della città: come questa fu spesso all’avanguardia, per poi arrestarsi e vedersi superare in scioltezza da altre – si pensi, per citare solo un caso, all’avvento della ferrovia in Italia – così l’Ateneo fu innovatore: per citare solo un caso, è a Napoli che si affida ad Antonio Genovesi la prima cattedra di economia politica in Italia – era il 1754. Tanta storia non può poi non aver lasciato una lunga teoria di alunni celebri: Tommaso D’Acquino, Giordano Bruno, Benedetto Croce, Giorgio Napolitano, Antonio Labriola, Ernesto De Martino – e fermiamoci qui.

Torniamo ai fatti.
All’indomani dell’annuncio della collaborazione fra la Normale e la Federico II, nell’immaginario del primo cittadino pisano la situazione appare subito ben chiara: di qui Pisa, di là Napoli; di qui la civile organizzazione toscana, di là lo sbalorditivo caos marciante partenopeo; di qui sentore di Europa, di là umidità mediterranea; lassù storia e lavoro, laggiù scippo e speculazione.
A peggiorare il quadro, accade un fatto: docenti e studenti della Normale – proprio quelli che la scuola dichiara sul proprio sito di formare “aperti” e usi allo “spirito critico”, intrisi di “attitudine alla ricerca” e al sapere sembrano schierarsi dalla parte del Sindaco. Ce n’è abbastanza per far partire una crociata – che infatti parte e colpisce pure nel segno: il 12 dicembre 2018 l’ineffabile Sindaco Conti può cantare vittoria: “Pisa è salva”!

Il progetto, pare certo, troverà, dentro le segrete stanze del Ministero dell’Università, una soluzione “all’italiana” (quindi tesa a salvare le apparenze di conservazione dello status quo, dando, però, l’impressione che si stia facendo una grande innovazione). Se Pisa sarà stata salvata, perciò, Napoli avrà modo di fregiarsi di una nuova istituzione universitaria, certamente “di prestigio”, sicuramente “eccellente”, ovviamente “invidiata da tutto il mondo”.

La favola insegna, scriveva Esopo nel 500 avanti Cristo, chiudendo con una morale le proprie storie di animali antropomorfi, due cose, niente affatto positive. La prima è che siamo un Paese che, sull’istruzione, recita a soggetto e su canovaccio: tutto è improvvisazione, piccoli protagonisti decidono lo svolgimento di grandi trame, nessuna grande penna – singola o collettiva – appare capace di immaginare una storia. Se si è fortunati (e/o i protagonisti sono bravi) come nel caso dell’Istituto Italiano di Tecnologia voluto da Tremonti a Genova, la storia ha un finale felice. Però. Però il secondo insegnamento è che siamo un Paese la cui classe politica sembra aver abbandonato la speranza di far crescere con decisione il livello medio delle strutture educative “normali” (non nel senso pisano del termine). Si tagliano i finanziamenti ordinari e si affidano pochi di quegli spiccioli rimasti a operazioni limitate, mediaticamente efficaci. Ed ecco allora l’istituzione di nuovi soggetti che si sovrappongono, sottraendogli ulteriori risorse, al sistema universitario pubblico (seguendo il famoso detto di Flaiano che “in Italia si preferisce inaugurare che mantenere”), campagne acquisti roboanti (dal piano morattiano sul “rientro dei cervelli”, poverini, costretti alla fuga all’estero, al capolavoro renziano delle “cattedre Natta”).
Ma vi pare Normale tutto ciò?

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