“Sono troppi”: pregiudizi e stereotipi della narrazione anti-Rom

La sociologia indaga fenomeni sociali che restituiscono, nel loro insieme, i tratti salienti della società contemporanea. E le riviste che pubblicano tali ricerche da sempre costituiscono un patrimonio per il Paese, perché capaci di indagare aspetti, fenomeni, territori, soggettività che altrimenti sarebbero trascurati o sottovalutati. Ciò vale in particolare in una società che tende all’omologazione, alla trattazione di pochi temi e dei soliti fenomeni. Per questa ragione va raccolta con favore la pubblicazione del nuovo numero (01/2020) della Rivista Società Mutamento Politica. Rivista Italiana di Sociologia dell’Università di Firenze (Firenze University Press), curato dal prof. Carlo Colloca. Un numero che può essere considerato avanzato per i saggi che presenta e per come i suoi autori hanno trattato il tema generale delle migrazioni. Un’originalità che, come ricorda lo stesso curatore, è evidente già nel titolo che è stato dato al numero: “Bussate e (forse) vi sarà aperto. I migranti e le sfide per il riconoscimento dei diritti”.

Tra gli autori si riconoscono alcuni tra gli esponenti maggiormente esperti del tema migratorio, come lo stesso Colloca, il giurista Fulvio Vassallo Paleologo, Fiammetta Fanizza, Emanuela Abbatecola, Marco La Bella e molti altri. Il saggio che si vuole introdurre nello specifico ha già nel titolo, “La condizione dei Rom (SRC) in Italia tra processi di discriminazione, esclusione e segregazione lavorativa”, l’espressione di un’indagine lunga, complessa e condotta con un approccio sociologico, storico ed etnografico che ha previsto, da parte dei due autori – tra cui Pina Sodano, sociologa delle migrazioni islamiche in Europa dell’Università di Roma Tre – la discesa sul campo e un impegno continuo volto ad incontrare i soggetti da intervistare nei luoghi propri della loro residenza e un confronto quasi corporale con l’insieme di pregiudizi e di luoghi comuni che co-organizzano la vita sociale delle varie comunità Rom incontrate.

In Italia, affermano gli autori, citando parte delle conclusioni del loro studio, «persiste una forte stigmatizzazione nei riguardi delle varie comunità Rom. “Sono troppi” è l’affermazione più frequente in coloro che nel corso di questa ricerca sono stati intervistati. Molti intervistati ritengono che i Rom sarebbero tra i 500.000 e più di 2 milioni, quando secondo le stime più accreditate sarebbero tra i 150 e i 170.000. Secondo l’indagine l’89% degli italiani intervistati è convinto che i Rom vivano di espedienti e furti, che sfruttino i bambini o che li rubino. Il 93% è inoltre convinto che abitino nei campi per loro scelta, l’88% che siano nomadi (quando in realtà le famiglie che viaggiano sono solo il 2-3%) e il 67% di essere ostile nei loro confronti. Anche tra i giovani, i Rom sono all’ultimo posto nella scala delle simpatie verso gli immigrati. Tale ostilità ha precise radici storiche e contemporanee, a cominciare dalle misure delle Regioni e dei Comuni che hanno obbligato parte di queste popolazioni al nomadismo in una qualche versione coatta che ha prodotto, tra le varie cose, una sorta di induzione alla conferma dei diffusi luoghi comuni espressi dalla popolazione. La loro “periferizzazione”, insieme alla grave precarietà abitativa e lavorativa che essi vivono, sono la conseguenza di politiche fondate sul pregiudizio e sulla discriminazione che aggravano la condizione economica e sociale di vita di decine di migliaia di famiglie Rom. Sul piano lavorativo le conseguenze sono molto gravi. I Rom, anche se di nazionalità italiana, incontrano molte difficoltà a trovare un lavoro dipendente regolare, anche precario». I campi Rom visitati dagli autori (Milano, Cremona, Roma, Reggio Calabria, Napoli, Latina e molte altre città) hanno richiesto un’immersione dentro una realtà superstratificata sul piano sociale e delle sue varie rappresentazioni che ha necessariamente richiesto un lungo processo di conoscenza anche storica del fenomeno e poi penetrazione e interpretazione di tale complessità per riuscire a cogliere aspetti “reali” del vivere Rom nell’Italia contemporanea.

Secondo gli autori, ad esempio, rispetto alla questione lavorativa, le comunità Rom continuano a vivere un altissimo tasso di disoccupazione e un’amplissima area di disoccupazione cronica, un’altissima quota di lavoro irregolare, specialmente tra coloro che vivono nei campi e particolarmente nelle attività lavorative tradizionali svolte in forma autonoma, un bassissimo tasso di attività extra-domestica delle donne, la sostanziale segregazione professionale nelle figure di operaio, bracciante, addetto alle pulizie e ai lavori domestici nelle mansioni più dequalificate, la prevalenza di forme di occupazione molto precarie, di salari assai inferiori alla media nazionale e un numero esiguo di pensionati. La pessima condizione abitativa, in particolare la segregazione nei campi, costituisce la chiave di volta del sistema di emarginazione dei Rom. La realtà dei campi coinvolge una parte ampia delle varie comunità che vivono in Italia, e per quanto variegata essa sia (attrezzati, regolari, tollerati, informali, abusivi, ecc.), produce nel suo insieme, segregazione, esclusione e degrado, da cui deriva un generale peggioramento di tutti gli indici di inclusione sociale (scolarizzazione, stato di salute, accesso al lavoro, buone relazioni sociali). Ad aggravare questa situazione, sono intervenuti, secondo gli autori, due fattori particolarmente gravi. Il primo è relativo alle politiche «emergenziali», ai «piani nomadi», con i loro sgomberi a catena e la coazione, spesso violenta, a «nomadizzarsi», cioè a spostarsi in un peregrinaggio continuo all’interno dei vari contesti urbani o semi-urbani, a prescindere dalla volontà delle stesse persone. Il secondo fattore è relativo alle azioni e alle dichiarazioni di gran parte della politica nazionale che ha legittimato l’insieme dei pregiudizi e stereotipi diffusi sui Rom. Sotto questo aspetto, il ruolo della retorica anti-Rom condotta da alcuni partiti sovranisti ha rafforzato questo processo, portando a livelli assai pericolosi sul piano sociale e politico con minacce, piuttosto diffuse, di continui sgomberi, abbattimenti mediante l’uso strumentale “della ruspa” e promesse di discriminazione di matrice razzista. L’estrema povertà, l’esclusione lavorativa, l’irregolarità amministrativa continuano a costituire, secondo questo saggio, una barriera quasi insormontabile e l’accesso al mercato degli alloggi è ostacolato, oltre che dalle scarse risorse economiche, anche dal pregiudizio radicato nella società italiana e dal diluvio di discriminazioni, anche istituzionali, che li investono. Queste condizioni sono aggravate dalla «povertà di status», ossia dalla irregolarità in cui una parte dei Rom italiani viene a trovarsi per il carattere restrittivo e repressivo della legislazione italiana in materia di immigrazione.

Oltre a questo saggio, il volume, come ricorda Colloca, analizza con particolare attenzione la “caleidoscopicità” del tema migratorio. Un approccio reso possibile da una solida tradizione di studi in materia di sociologia dello straniero e delle migrazioni (che annovera studiosi quali Simmel, Schütz, Sombart, Thomas, Park, Elias, Parsons, Bauman). Del resto, l’attenzione sociologicamente orientata al tema trattato vuole anche evidenziare la responsabilità e il rilievo pubblico, politico, intellettuale e civile della sociologia rispetto a taluni processi, come già ricordava Robert Lynd, nel 1939, in Knowledge for What? The Place of Social Sciences in American Culture.

In definitiva, il nuovo numero della Rivista Società Mutamento Politica. Rivista Italiana di Sociologia si snoda attraverso quattro momenti tematici: il primo è attento a dinamiche di government  e di governance, dal livello sovranazionale a quello urbano, in tema di accoglienza e di inclusione degli stranieri immigrati; il secondo è rivolto al ruolo e alla comunicazione delle organizzazioni non governative nell’attività di Search and Rescue nel Mar Mediterraneo e alla questione dell’esternalizzazione delle frontiere e dei connessi problemi di negazione del diritto di asilo; il terzo evidenzia quanto le logiche di mercato possano determinare condizioni di sfruttamento e di negazione dei diritti in popolazioni già fragili, quali sono i migranti; il quarto si concentra sul complesso legame fra inclusione, sicurezza, deterritorializzazione e marginalità. Seguono, tra i vari altri contributi, due interviste di Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia delle migrazioni presso l’Università degli Studi di Milano, fra i massimi esperti a livello internazionale in tema di immigrazione, e del medico di Lampedusa, Pietro Bartolo, oggi parlamentare europeo, ma per trent’anni in prima linea, per terra e per mare, affinché fosse garantito il diritto alle cure sanitarie per quanti arrivavano sfiniti dalla navigazione e vittimizzati durante il viaggio. Il fascicolo si chiude con una sezione di saggi dedicati alla sociologia del compianto Luciano Pellicani, tra cui un interessante articolo di Umberto Melotti.

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