La “trasformazione digitale” rappresenta un percorso ampio e radicale: è l’integrazione delle tecnologie digitali nelle operazioni delle aziende e dei servizi pubblici, nonché l’impatto di queste tecnologie sulla società nel suo complesso. Gli strumenti sono noti e i relativi termini sono entrati nel lessico comune: piattaforme digitali, Internet delle Cose (IoT), cloud computing, blockchain, Intelligenza Artificiale. Ma non si tratta solo di adottare nuovi strumenti tecnologici: la trasformazione digitale richiede un cambiamento profondo nel modo in cui le persone lavorano, si relazionano, prendono decisioni e interpretano il mondo. Richiede, dunque, nuove competenze non solo tecniche, ma anche critiche e umane. Questo processo, avviato tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo, ha coinvolto istituzioni, imprese e cittadini in misura crescente, modificando radicalmente il modo di lavorare e di intrattenere relazioni sia nel settore pubblico che in quello privato. La pandemia da Covid-19, con la sua drammatica accelerazione verso il lavoro da remoto, la telemedicina, i servizi online e l’e-learning, ha dimostrato in pochi mesi quanto fosse possibile fare in termini di digitalizzazione quando la necessità lo imponeva. E ha anche mostrato, con altrettanta chiarezza, quanto fossero profondi i divari tra chi era già attrezzato e chi era rimasto indietro.
Trasformazione digitale in Italia: le misure PNRR per digitalizzazione, innovazione e sicurezza
La Missione 1 Componente 1 (M1C1) del PNRR è dedicata interamente a “Digitalizzazione, innovazione e sicurezza nella Pubblica amministrazione”, con oltre 6,7 miliardi di euro a disposizione, di cui circa 2 destinati alle amministrazioni locali. Tra le realizzazioni più concrete del Piano c’è il Polo Strategico Nazionale, un’infrastruttura ibrida basata su cloud sicuro ed efficiente dal punto di vista energetico, verso cui possono migrare sia le amministrazioni locali che quelle centrali. Le misure previste mirano a completare e potenziare le piattaforme digitali chiave già avviate: SPID (il Sistema Pubblico di Identità Digitale), CIE (la Carta d’Identità Elettronica), ANPR (l’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente), l’app IO (il punto di accesso unificato ai servizi pubblici digitali) e pagoPA (la piattaforma per i pagamenti verso la pubblica amministrazione). A queste si aggiunge la Piattaforma Digitale Nazionale Dati (PDND), uno strumento pensato per garantire l’interoperabilità tra i diversi database pubblici e potenziare il cosiddetto principio “once only”: ogni cittadino dovrebbe fornire i propri dati allo Stato una sola volta, e tutte le amministrazioni dovrebbero poterli condividere tra loro senza chiedere all’utente di ripresentare gli stessi documenti più volte.
Sul fronte della cybersicurezza, il PNRR prevede investimenti significativi sia in strumenti tecnologici che in strutture operative. Tra i progetti più innovativi c’è la creazione di un National Hyper Security Operations Center (SOC) italiano, destinato a essere integrato nella rete europea di SOC per favorire la condivisione di informazioni e best practice nella prevenzione e nel contrasto delle minacce informatiche. In questo contesto è stata istituita l’ACN, l’Agenzia Nazionale per la Cybersicurezza, che ha il compito di coordinare la risposta italiana alle minacce digitali e di supportare pubbliche amministrazioni e imprese nel rafforzamento delle proprie difese informatiche.
Digitalizzazione del sistema sanitario
Nel settore sanitario, il PNRR destina oltre 15 miliardi di euro a interventi diretti ad adeguare il Sistema Sanitario Nazionale al mutato contesto demografico ed epidemiologico, sfruttando le opportunità di miglioramento derivanti dall’impiego di tecnologie innovative (Fonte: Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – Missione 6, aprile 2021). Al centro di questa trasformazione c’è il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE), la cartella clinica digitale del cittadino che raccoglie tutta la storia medica di una persona (ricoveri, diagnosi, esami, terapie, vaccinazioni) in un unico archivio digitale accessibile sia al paziente che ai medici autorizzati. Il PNRR prevede il completamento del FSE e, soprattutto, la sua interoperabilità tra i sistemi regionali.
La telemedicina è un pilastro della digitalizzazione sanitaria prevista dal PNRR
La telemedicina è un altro pilastro della digitalizzazione sanitaria prevista dal PNRR. La pandemia ha dimostrato, in modo improvvisato ma efficace, che molte visite di controllo, consulenze specialistiche e sessioni di monitoraggio cronico possono avvenire a distanza, con enormi vantaggi per i pazienti, in particolare gli anziani, i disabili e chi vive lontano dai centri ospedalieri, e con una significativa riduzione dei costi per il sistema sanitario. Il Piano prevede investimenti strutturali per rendere la telemedicina una componente stabile e qualificata dell’offerta sanitaria nazionale, non un’alternativa di emergenza ma uno strumento di cura a pieno titolo.
Sul fronte ospedaliero, il piano prevede l’ammodernamento del parco tecnologico e digitale, con investimenti in apparecchiature diagnostiche avanzate, infrastrutture informatiche ospedaliere e sistemi per la raccolta, l’elaborazione e l’analisi dei dati clinici. L’Intelligenza Artificiale applicata alla diagnostica per immagini, per esempio, sta già dimostrando la capacità di identificare patologie in fasi precoci con una precisione superiore a quella umana. Integrare questi strumenti nella routine clinica degli ospedali italiani è una sfida tecnica, organizzativa e culturale insieme: richiede tecnologie all’avanguardia, personale formato e un’apertura istituzionale al cambiamento.
Digitalizzazione del sistema giudiziario
La giustizia è uno dei settori in cui i ritardi dell’Italia sono più gravi e più costosi. I tempi dei processi civili e penali italiani sono tra i più lunghi d’Europa, con conseguenze negative sulla competitività del sistema economico e sulla qualità della vita dei cittadini coinvolti in procedimenti legali. Il PNRR ha destinato oltre 2,5 miliardi di euro alla digitalizzazione e alla riforma del sistema, con l’obiettivo esplicito di ridurre i tempi dei giudizi e abbattere l’arretrato. La digitalizzazione del processo civile e penale è il cuore di questo intervento. Gestire telematicamente tutti i documenti e i fascicoli del processo, digitalizzare i procedimenti penali di primo grado, creare banche dati accessibili delle decisioni: questi obiettivi, che potranno sembrare tecnici, hanno conseguenze molto concrete. Un avvocato che può consultare l’intero fascicolo del proprio cliente da remoto, un giudice che ha accesso immediato a tutta la giurisprudenza rilevante, un cittadino che può seguire lo stato del proprio procedimento online: sono trasformazioni che cambiano l’esperienza della giustizia per tutti.
L’IA non sostituisce il giudice poiché le decisioni rimangono umane, ma può supportare la ricerca di precedenti e identificare pattern nei dati processuali
Particolarmente innovativo è il progetto relativo all’Intelligenza Artificiale applicata al sistema giudiziario. Il Piano prevede la realizzazione di un Data Lake che comprende sei sistemi di conoscenza integrata dei dati: anonimizzazione delle sentenze civili e penali, monitoraggio delle attività degli uffici giudiziari, gestione e analisi dei processi, statistiche avanzate, identificazione del rapporto vittima-autore del reato. L’IA non sostituisce il giudice poiché le decisioni rimangono umane, ma può supportare la ricerca di precedenti, identificare pattern nei dati processuali, migliorare la previsione dei carichi di lavoro e contribuire alla trasparenza del sistema. La dematerializzazione prevede anche la gestione di 10 milioni di fascicoli di Tribunali, Corti d’Appello e Corte di Cassazione: un’operazione logistica enorme, che richiede infrastrutture tecnologiche adeguate e un’attenta gestione della transizione dai sistemi analogici a quelli digitali. La creazione di una banca dati gratuita e pienamente accessibile delle decisioni civili, infine, rappresenta un passo importante verso la trasparenza della giustizia e la possibilità per i cittadini di conoscere i propri diritti.
Digital skills: le competenze digitali, il vero collo di bottiglia
Infrastrutture eccellenti, piattaforme innovative, servizi pubblici digitali di ultima generazione: tutto questo rischia di essere inutile se le persone che dovrebbero usarlo non sono in grado di farlo. Le competenze digitali – le cosiddette digital skills – sono il vero collo di bottiglia della trasformazione digitale italiana, e i dati disponibili disegnano un quadro preoccupante. Il Digital Economy and Society Index (DESI) 2023 rivela che in Italia più della metà della popolazione non ha ancora nemmeno le competenze digitali di base: solo il 46% degli italiani le possiede, contro una media europea del 54% e un obiettivo fissato all’80% entro il 2030 (Digital Decade Country Report 2023 per l’Italia, Commissione europea). Il divario è significativo e preoccupante: significa che oltre la metà degli italiani fatica a utilizzare in modo autonomo e consapevole i servizi digitali, a proteggere la propria privacy online, a distinguere un’informazione affidabile da una fake news. Guardando ai dati nel dettaglio, il quadro si fa ancora più articolato. L’uso di internet in Italia è cresciuto: nel 2023 l’83% degli italiani utilizza Internet, in avvicinamento alla media europea dell’89%. Ma l’uso generico di Internet è ben diverso dall’avere competenze digitali strutturate. Saper navigare su YouTube o usare WhatsApp non significa saper compilare una dichiarazione dei redditi online, utilizzare in modo sicuro l’home banking o accedere ai servizi del Fascicolo Sanitario Elettronico.
I professionisti ICT rappresentano solo il 3,9% degli occupati in Italia, contro il 4,6% della media europea
Sul fronte delle competenze specialistiche, il divario è ancora più marcato. I professionisti ICT (Information and Communication Technology) rappresentano solo il 3,9% degli occupati in Italia, contro il 4,6% della media europea. Ancora più critico è il dato sui laureati ICT: solo l’81,5% dei laureati italiani ha una laurea in campo ICT, rispetto al 4,2% della media europea. Un divario che si riflette direttamente sulla capacità del sistema produttivo italiano di innovare, sviluppare tecnologie proprie e attrarre investimenti ad alto contenuto tecnologico. Le imprese italiane riflettono le stesse difficoltà: solo il 19% delle aziende fornisce formazione ICT ai propri dipendenti, contro il 22% della media europea. Un numero basso in termini assoluti, che segnala quanto la formazione digitale continua sia ancora percepita come un costo più che come un investimento.
Servizio Civile Digitale e Centri di Facilitazione Digitale, le strategie del PNRR per la trasformazione digitale dal basso
Per affrontare questo divario, il PNRR prevede una serie completa di misure. Per la popolazione generale, con particolare attenzione alle persone lontane dai servizi, con disabilità o a rischio di esclusione digitale, il Piano punta su due strumenti innovativi: il Servizio Civile Digitale e i Centri di Facilitazione Digitale. Il primo è un programma che implementa una rete di giovani volontari in tutto il Paese con il compito di formare le persone nelle competenze digitali di base. I secondi sono punti di accesso fisico, di solito collocati in biblioteche, scuole e centri sociali, che forniscono formazione sia in presenza sia online. Invece di aspettare che i cittadini meno digitalmente alfabetizzati trovino da soli la strada verso i servizi online, l’approccio migliore è quello di portare la formazione nei luoghi che essi già frequentano. Occorre quindi orientarsi verso un modello di inclusione digitale che parta dai bisogni reali delle persone, non dalla logica delle piattaforme. E che riconosca il ruolo fondamentale che i giovani possono giocare come “traduttori” tra il mondo digitale e le generazioni che ci sono cresciute meno. Per sostenere invece le competenze avanzate e specializzate, è chiaro che vi è la necessità di promuovere dottorati in nuove tecnologie, espandere l’offerta accademica nel campo del digitale e la possibile cooperazione transfrontaliera.
Trasformazione digitale, una strada tracciata e un cantiere aperto
La trasformazione digitale dell’Italia è un cantiere aperto. La direzione è tracciata e gli strumenti normativi e istituzionali si stanno progressivamente affinando. Eppure, tra gli obiettivi fissati e la realtà quotidiana dei cittadini c’è ancora un divario che richiede sforzi sostenuti, coordinamento efficace tra i diversi livelli istituzionali e una cultura dell’innovazione che ancora fatica a radicarsi in modo omogeneo sul territorio. Il rischio più grande non è tecnologico bensì culturale e organizzativo. Si può costruire la piattaforma digitale più sofisticata del mondo, ma se i funzionari pubblici non sanno usarla, se i cittadini non si fidano di essa o non hanno le competenze per farlo, se le organizzazioni non cambiano i propri processi interni, la trasformazione resta sulla carta. La tecnologia è uno strumento potente, ma è solo uno strumento: il cambiamento vero è quello che avviene nelle persone, nelle Istituzioni, nelle abitudini collettive.
*Giovanni Candigliota, analista e ricercatore dell’Eurispes.
Fonti principali:
Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) – Italia Domani, Governo italiano, aprile 2021
Digital Economy and Society Index (DESI) 2023, Commissione europea
Digital Decade Country Report 2023 per l’Italia, Commissione europea
Next Gen EU 2 Digital – Previsioni di spesa per i servizi pubblici digitali, dicembre 2021
Allegato riveduto della decisione di esecuzione del Consiglio relativa all’approvazione del PNRR italiano (10160/21 ADD 1 REV 2)
Rapporto di monitoraggio della Strategia Nazionale per le competenze digitali, Repubblica Digitale – Dipartimento per la trasformazione digitale, ottobre 2022
Obiettivi digitali Ue per il 2030 – Programma strategico per il Decennio Digitale, Commissione europea

