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30 miliardi di euro: il peso economico dei disturbi alimentari in Italia

di
Antonio Alizzi*

Sono oltre 3 milioni le persone in Italia che soffrono di un disturbo del comportamento alimentare, secondo le stime dell’Istituto Superiore di Sanità e del Ministero della Salute. L’età di insorgenza si è abbassata notevolmente, anche al di sotto dei 9-10 anni di età. Un’incidenza crescente dei disturbi alimentari si è registrata tra gli adulti over 40 e nella popolazione maschile. per quanto il rapporto medio tra donna e uomo sia stimato intorno a 9 a 1.

A livello globale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che i DNA colpiscano oltre 55 milioni di persone. In Europa, secondo lo studio ECED (Eating Disorders in Europe), circa 20 milioni di persone ne soffrono, con una prevalenza fino al 10% nelle fasce giovanili e un 2-4% nella popolazione generale. Con oltre 3,5% di prevalenza nella popolazione adulta, negli Stati Uniti Binge Eating Disorder (BED) è il disturbo più diffuso.

I dati epidemiologici sui disturbi alimentari hanno subìto una profonda revisione negli ultimi anni, alla luce dell’aumento esponenziale delle diagnosi e della maggiore sensibilità diagnostica degli operatori sanitari. In Italia manca un registro nazionale ufficiale, il che compromette la possibilità di avere un quadro preciso e aggiornato.

Il ruolo della pandemia nell’aumento dei disturbi alimentari

La pandemia ha fatto impennare l’insorgenza di nuovi casi e peggiorare i pazienti già diagnosticati: lockdown, isolamento sociale, perdita di routine, incremento dell’uso (e abuso) di Social media e riduzione dell’attività sportiva hanno agito da fattori scatenanti o amplificatori del fenomeno.

Tra il 2020 e il 2023, in Italia:

  • sono lievitate fino al 40% le richieste di accesso ai centri specializzati;
  • si è osservata l’emergenza di fasce nuove e vulnerabili, tra cui bambini in età scolare (8-12 anni), con forme precoci di anoressia e disturbi misti; giovani uomini, in particolare con BED, vigoressia e ortoressia; soggetti con neurodivergenze, soprattutto disturbi dello spettro autistico e ADHD.

La mappa italiana dei disturbi alimentari

Le regioni del nostro Paese con maggiore incidenza di disturbi alimentari (DNA) sono la Lombardia, il Lazio, l’Emilia Romagna, la Toscana e il Veneto. Tuttavia, tale dato può essere inficiato dalla presenza, in questi contesti regionali, di centri di riferimento dalle maggiori capacità diagnostiche e terapeutiche. Alcune aree del Sud Italia e delle Isole patiscono una carenza di strutture e insufficienza di personale specializzato.

Quanto alla loro distribuzione, i DNA sono trasversali alle classi sociali. Le fasce economicamente svantaggiate risultano maggiormente penalizzate rispetto all’accesso ai centri pubblici, costretti troppo spesso a doversi rivolgere al privato, o a viaggiare in altre aree del Paese.

I DNA non sono quindi patologie di nicchia, ma trasversali a età, genere e territorio.

Disturbi alimentari: una questione di costi

I disturbi alimentari non compromettono (gravemente) solo la salute fisica e mentale, ma generano un impatto economico non trascurabile sui malati e le loro famiglie, sui sistemi sanitari e sul tessuto sociale globalmente inteso.

Quanto alla tassonomia dei costi determinati dai DNA appare ragionevole, a partire dai modelli internazionali, distinguere anche in Italia quelli diretti da quelli indiretti. I costi diretti costituiscono la sommatoria di tutte le spese sostenute per arrivare a diagnosi, sottoporsi al trattamento e quindi gestire un DNA. Esborsi tipicamente medici tra cui figurano i ricoveri ospedalieri (ordinari/day hospital), le visite specialistiche nutrizionali, psichiatriche e internistiche; i trattamenti psicoterapeutici individuali e familiari; i farmaci e gli integratori nutrizionali; gli eventuali interventi ambulatoriali e riabilitativi.

Secondo il Ministero della Salute, il costo medio per paziente complesso si aggira attorno ai 10.000 euro annui. In presenza di ricoveri multipli, legati a recidive o a piani terapeutici inefficaci, tali valori possono triplicarsi.

Applicando una stima prudente di 10.000 euro annui per paziente, e considerando i 3 milioni italiani interessati da DNA, il costo complessivo annuo supera i 30 miliardi di euro, circa due punti di Pil. Una cifra senz’altro sottostimata considerando i casi non diagnosticati, i costi sommersi, la cronicizzazione e l’impatto sull’intero sistema sociale.

Nonostante i costi economici e sociali elevati, l’attenzione per i DNA è scarsa

Sebbene i costi economici dei DNA siano paragonabili alle patologie cardiovascolari o a quelli di malattie croniche ‒ come, ad esempio, il diabete ‒ la quota di investimenti pubblici e di attenzione politica che ricevono è significativamente inferiore.

Il SSN riesce a coprire solo in parte queste spese, specie per una distribuzione disomogenea di strutture pubbliche che spinge molte famiglie verso il privato.

I costi indiretti, invece, sono quelli determinati dalla riduzione della capacità lavorativa dei pazienti e dei loro bystenders e caregiver. Le assenze prolungate da scuola o lavoro, l’invalidità, i pensionamenti anticipati e i decessi prematuri sono una piaga per il sistema produttivo. In Italia, secondo una stima ispirata a valutazioni di Deloitte riferiti al contesto statunitense, questi costi rappresentano oltre il 70% del totale. Un giovane adulto con DNA grave può perdere fino a 10 anni di lavoro attivo, i suoi familiari possono dover ridurre l’orario lavorativo o lasciare il lavoro per assisterlo. Le aziende subiscono flessioni della produttività.

Un altro spettro di costi, oltre a quelli diretti e indiretti, è quello dei costi intangibili, non propriamente misurabili ma sempre più debilitanti il paziente e il suo ecosistema sociale. Tra questi vi sono la sofferenza psicologica, la perdita di relazioni sociali e dei percorsi di formazione, l’isolamento, il senso di colpa e vergogna. Occorre evidenziare infine che insieme alla presenza di disturbi psichiatrici aumenta anche il rischio suicidario.

*Antonio Alizzi, giornalista, scrittore, ricercatore dell’Eurispes.

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