HomeSocietàGli italiani e l’immortalità digitale: un’indagine sui giovani

Gli italiani e l’immortalità digitale: un’indagine sui giovani

di
Costanza Nosi*

L’indagine recentemente pubblicata dall’Eurispes è stata realizzata per comprendere quali sono gli atteggiamenti e le credenze dei giovani italiani nei confronti della digital immortality (DI), che consiste nel preservare la personalità di un individuo in formato digitale dopo la sua morte. È una forma di immortalità simbolica, resa possibile dai più recenti progressi dell’Intelligenza Artificiale (AI), realizzabile grazie allo sviluppo di potenti algoritmi di machine learning, in grado di estrarre informazioni da set di dati di dimensioni vastissime, e dalla progressiva autonomia dei sistemi informatici che vengono dotati di crescente agenzia. Le impronte digitali (e-mail, foto, video, vocali, post sui social network) che gli individui lasciano dietro di sé durante l’arco della loro esistenza vengono utilizzate post mortem da app che, attraverso interfacce, simulano lo stile conversazionale e i pattern del linguaggio del defunto. Il risultato è un agente virtuale (un chatbot, che in questo caso prende il nome di deadbot), interattivo e dialogico, che appare tanto fedele all’originale da dare l’illusione all’utilizzatore di stare realmente parlando con qualcuno dall’aldilà.

Millennials e Gen Z sono i principali “produttori” di digital footprints, il materiale grezzo alla base della digital immortality

La ricerca ha previsto la realizzazione di uno studio quali-quantitativo che è consistito nella realizzazione di quattro focus group e di una survey condotta attraverso la somministrazione di un questionario strutturato online. Entrambi gli studi realizzati dall’Eurispes hanno coinvolto individui italiani appartenenti a due generazioni: Millennials, nati tra il 1980 e il 1996, e i membri maggiorenni della Generazione Z, nati tra il 1997 e il 2007. Queste generazioni rappresentano i principali “produttori” di digital footprints, il “materiale grezzo” alla base della DI, e sono al contempo tra i soggetti più direttamente coinvolti nelle dinamiche di accettazione e uso dei servizi basati sull’intelligenza artificiale. I focus group hanno consentito l’individuazione di otto temi principali. Alcuni confermano quanto già emerso nella letteratura scientifica, altri offrono nuovi spunti di riflessione che consentono di arricchire ulteriormente il dibattito sulla DI. È possibile comunque affermare che, in generale, emerge un forte scetticismo nei confronti di questa nuova tecnologia sia relativamente alle conseguenze negative che possono ripercuotersi sull’utilizzatore, sia sul defunto.

La dissoluzione dei confini tra la vita e la morte: digital immortality come una “presenza non viva”

Tra i partecipanti ai focus group emerge in modo trasversale una riflessione sull’impatto che la Digital Immortality esercita su categorie ontologiche fondamentali attraverso cui organizziamo la comprensione della realtà: le nozioni di vita e di morte, di essere vivi e di essere morti. La possibilità di relazionarsi con la replica digitale di un defunto sembra incrinare questa dicotomia, introducendo forme ibride di “presenza non viva”, in cui un agente virtuale continua a produrre effetti concreti sul piano emotivo, relazionale e comunicativo. Il deadbot riattiva la voce di chi, teoricamente, non può più parlare e restituisce una “parvenza” del defunto, interferendo con la logica di una chiusura simbolica che tradizionalmente si realizza attraverso il rito funebre. Questo slittamento solleva interrogativi sulla natura e sull’identità dell’agente virtuale, mettendo in discussione la sua autenticità e il suo stato ontologico.

Emerge il timore che la personalità del deadbot finisca per configurarsi come il risultato di un processo di proiezione dell’utilizzatore

In particolare, emerge il timore che la personalità del deadbot, lungi dall’essere una riproduzione fedele del defunto, finisca per configurarsi come il risultato di un processo di proiezione dell’utilizzatore. Attraverso l’interazione ripetuta, l’utente contribuisce infatti, spesso in modo inconsapevole, ad “addestrare” il modello linguistico sottostante, orientandone risposte, tono e contenuti. Ne deriva una relazione che rischia di assumere tratti illusori: il deadbot non si limita a rievocare il ricordo del caro scomparso, ma può progressivamente trasformarsi in una costruzione autoreferenziale, più aderente ai bisogni, alle aspettative e alle emozioni dell’utilizzatore che all’identità originaria della persona rappresentata.

Lutto irrisolto, attaccamento disfunzionale e dipendenza emotiva

La capacità illusoria del deadbot di consentire un dialogo con una persona defunta rappresenta uno degli aspetti maggiormente inquietanti espressi dai partecipanti ai focus group. L’interazione mediata con il defunto non viene percepita come una prosecuzione “sana” del legame, ma come una simulazione affettiva, in grado di interferire profondamente con i processi di elaborazione del lutto. Inoltre, alcuni partecipanti riconoscono che il deadbot potrebbe assolvere anche a una funzione positiva, configurandosi come uno strumento in grado di alleviare la sofferenza di chi ha vissuto una perdita recente e si accinge ad affrontare il percorso di elaborazione del lutto. Per limitare il rischio di un attaccamento patologico o di una dipendenza affettiva nei confronti del deadbot, alcuni suggeriscono che il suo utilizzo avvenga sotto la guida di un professionista.

L’uso “compassionevole” del deadbot

Uno degli spunti più sorprendenti emersi dai focus group riguarda l’ipotesi che un deadbot possa produrre benefici emotivi e relazionali proprio in virtù della sua ambiguità ontologica, in situazioni in cui l’utilizzatore non è consapevole della sua natura sintetica. È il caso delle persone molto anziane, con limitate capacità cognitive o affette da forme di decadimento mentale, che potrebbero non comprendere che stanno comunicando con un’entità digitale e che, proprio per questo, potrebbero trovare conforto nell’illusione di una presenza che, pur essendo del tutto simulata, mantiene viva una relazione affettiva. In altre parole, viene suggerito l’uso del deadbot come “bugia compassionevole” per “proteggere” persone fragili dalla notizia della morte di un parente prossimo ma con cui hanno solo contatti sporadici. È evidente che, da un punto di vista etico, questo tipo di utilizzo risulta assai controverso; è lecito “lasciare credere” a una persona anziana che un figlio o un coniuge defunto sia ancora vivo, purché ciò contribuisca alla sua serenità?

Il mercato della disperazione e il rischio di una capitalizzazione della vulnerabilità

Molti partecipanti esprimono una critica netta all’ipotesi che il deadbot possa diventare oggetto di un’operazione commerciale orientata al profitto. Il nodo centrale riguarda il timore che le imprese possano capitalizzare la condizione di vulnerabilità emotiva delle persone in lutto, trasformando il dolore in una leva di mercato. Questa percezione apre interrogativi etici rilevanti sul rischio che l’esperienza del lutto venga ridefinita come opportunità di business. In particolare, emerge la preoccupazione che la fragilità psicologica dell’utente diventi l’asset su cui costruire modelli di offerta capaci di incentivare un uso prolungato e potenzialmente dipendente della tecnologia. I partecipanti denunciano una dinamica di mercificazione del dolore, fino a evocare l’esistenza di quello che viene definito un vero e proprio “mercato della disperazione”. In contrapposizione a questo immaginario di mercato di digital immortality privatistico e percepito come predatorio, alcuni partecipanti avanzano l’idea di un modello alternativo, in cui la gestione dei deadbot sia affidata a un attore pubblico. Un simile assetto, secondo gli intervistati, potrebbe garantire criteri di equità, trasparenza e un pricing calmierato, orientando lo sviluppo e l’uso della tecnologia a finalità di servizio al cittadino piuttosto che alla massimizzazione del profitto.

La digital immortality e il problema del consenso

Una parte significativa del dibattito emerso nei focus group si è concentrata sulla questione dell’utilizzo dei dati personali di un individuo defunto per ricostruirne digitalmente l’identità in assenza di un consenso esplicito. La creazione di un deadbot senza autorizzazione non viene tuttavia interpretata prevalentemente come una violazione di natura giuridica, quanto piuttosto come una forma di mancato rispetto nei confronti della persona scomparsa. Il problema, più che legale, assume quindi una valenza simbolica e morale, legata all’idea di dignità post mortem e alla continuità del rispetto dovuto all’individuo anche dopo la morte. Di segno opposto è la posizione espressa da altri partecipanti, che adottano una visione più materialista della morte. In questa prospettiva, l’assenza della persona coincide con l’assenza di un soggetto titolare di diritti o di una dignità da tutelare, rendendo di fatto legittimo l’utilizzo dei dati residui per finalità di ricostruzione digitale.

Tra Gen Z e Millennials c’è resistenze alla creazione della propria replica digitale

In generale, l’atteggiamento nei confronti della possibilità di creare il proprio deadbot è sostanzialmente negativo. Nessuno dei partecipanti ai focus group ha dichiarato di essere disposto a generare proattivamente una propria copia digitale, acquistando personalmente servizi di DI destinati a chi verrà dopo di loro. Il semplice pensiero che i propri discendenti possano, in un futuro postumo, addestrare un modello linguistico con le loro tracce digitali, suscita disagio, diffidenza e, in alcuni casi, un senso di violazione. La resistenza verso la digital immortality si lega a un’esigenza di tutela dell’identità personale e del diritto a sottrarsi, anche da morti, a forme di rappresentazione non autorizzate.

Profanazione della memoria o nuovi modi di ricordare: se la digital immortality è l’evoluzione dell’album fotografico

Un ultimo tema emerso nei focus group riguarda il ruolo del deadbot nella conservazione e nella trasmissione della memoria e della conoscenza del defunto. Per una parte dei partecipanti, il deadbot non rappresenta un’estensione della memoria, ma una sua distorsione. A differenza delle forme tradizionali di commemorazione, basate su tracce statiche e non interattive, il deadbot introduce una relazione attiva e simulata che rischia di alterare la dimensione autentica del ricordo, sostituendola con una presenza artificiale capace di “rispondere” e intervenire nel presente.

Il deadbot viene assimilato a strumenti già socialmente accettati, come l’album fotografico, che consentono di mantenere vivo il legame con chi non c’è più

Altri partecipanti adottano invece una lettura opposta, interpretando il deadbot come una nuova modalità di ricordare resa possibile dal progresso tecnologico e sostanzialmente coerente con le pratiche commemorative esistenti. In questa prospettiva, la digital immortality non rappresenta una rottura, ma un’evoluzione: il deadbot viene assimilato a strumenti già socialmente accettati, come l’album fotografico o il video-ricordo, che consentono di mantenere vivo il legame con chi non c’è più. Infine, una terza posizione attribuisce al deadbot una funzione ulteriore, legata alla trasmissione intergenerazionale della memoria. In questo caso, l’agente virtuale viene concepito come un archivio narrativo in grado di conservare e trasferire esperienze, valori e conoscenze del defunto, trasformando la memoria individuale in una risorsa condivisibile nel tempo.

Digital immortality nell’indagine dell’Eurispes

A completamento dello studio qualitativo basato su focus group, è stato somministrato un questionario online a un campione di 417 giovani italiani nati tra il 1980 e il 2007 (ovvero a Millennials e membri maggiorenni della Gen Z). Dall’indagine quantitativa emergono due profili di atteggiamento nei confronti dei deadbot, che consentono di delineare altrettanti segmenti di mercato con caratteristiche e sensibilità profondamente diverse.

Due segmenti di mercato: poco entusiasmo e molta cautela

Il primo segmento è composto da persone che vivono questa tecnologia con forte disagio emotivo. I deadbot vengono percepiti come inquietanti, disturbanti e difficili da accettare, soprattutto quando legati alla morte di una persona cara. In questo gruppo prevale un atteggiamento di chiusura: l’idea di interagire con una replica digitale di un defunto suscita rifiuto e sospetto. La tecnologia viene vista come incapace di offrire un reale conforto emotivo e potenzialmente dannosa sul piano psicologico ed etico. A ciò si accompagna una marcata sfiducia nei confronti delle aziende che sviluppano questi strumenti, considerate poco attente alla dignità del defunto e alla tutela della sua privacy. Accanto a questo gruppo, emerge un secondo segmento caratterizzato da un atteggiamento più prudente e riflessivo. Si tratta di individui che non manifestano un entusiasmo esplicito verso i deadbot, ma nemmeno un rifiuto netto. La loro posizione è di cauta apertura: la tecnologia viene osservata con curiosità, come possibilità da esplorare ma non necessariamente da adottare. In questo gruppo, l’idea di sperimentare un deadbot non è esclusa a priori, anche se permane una certa ambivalenza rispetto ai suoi effetti emotivi ed etici. Le percezioni restano generalmente neutrali: i deadbot non vengono considerati né una minaccia evidente né una soluzione alla perdita di una persona cara, ma una tecnologia da valutare caso per caso.

La curiosità come potenziale leva di mercato per la Digital Immortality Industry

Un elemento chiave che distingue i due segmenti è il ruolo della curiosità. Nel gruppo più aperto, l’avvicinamento ai deadbot non è guidato da un bisogno emotivo urgente né da una chiara percezione di utilità, ma dal desiderio di capire e sperimentare una tecnologia nuova. È la stessa dinamica che, nel mondo digitale, ha accompagnato l’adozione di molte app e piattaforme: si prova per curiosità, senza un obiettivo preciso, semplicemente per “vedere cosa succede”. Le aziende che operano nel mercato della digital immortality sembrano muoversi lungo questa stessa logica. Per ridurre le barriere iniziali e intercettare gli utenti più inclini alla sperimentazione, fanno ricorso a politiche di pricing di tipo freemium o a formule di accesso a basso costo. L’obiettivo non è spingere subito all’acquisto, ma favorire un primo contatto privo di impegno, trasformando la curiosità in esperienza diretta. Si tratta di una strategia già consolidata nel mercato delle app, dove l’accesso gratuito o semplificato serve a superare diffidenze, creare familiarità con l’interfaccia e costruire gradualmente una relazione con il servizio.

*Prof.ssa Costanza Nosi, coordinatrice dell’indagine

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