La Dichiarazione di Nuova Delhi approvata dal 18º vertice dei BRICS non annuncia una moneta comune, non istituisce un’alleanza militare e non decreta la fine dell’ordine economico costruito intorno al dollaro. Segna, tuttavia, un passaggio meno spettacolare e probabilmente più importante: il tentativo di trasformare il multipolarismo da rivendicazione politica in una rete di istituzioni, strumenti finanziari, sistemi di pagamento e cooperazioni tecnologiche.
Riuniti nella capitale indiana, il 12 e 13 settembre 2026, sotto il tema Building for Resilience, Innovation, Cooperation and Sustainability, i leader del gruppo hanno approvato all’unanimità un documento di 140 paragrafi. La dichiarazione attraversa quasi tutti i dossier dell’agenda internazionale: riforma dell’Onu, conflitti, sanzioni, commercio, finanza, energia, clima, salute, Intelligenza artificiale, infrastrutture digitali e cooperazione spaziale.
Il filo conduttore è la richiesta di adattare le regole mondiali a una distribuzione del potere economico e demografico ormai molto diversa da quella del secondo dopoguerra. Ma, sotto la convergenza diplomatica, emerge anche il limite strutturale dei BRICS: la distanza tra la crescente istituzionalizzazione delle loro reti di cooperazione e la capacità di tradurle in decisioni vincolanti.
Il peso dei numeri e il divario della rappresentanza
La forza negoziale dei BRICS parte dalla loro dimensione. Aggregando gli ultimi dati completi della Banca mondiale, relativi al 2024, gli undici Paesi del raggruppamento – Brasile, Cina, Egitto, Etiopia, India, Indonesia, Iran, Russia, Arabia Saudita, Sudafrica ed Emirati Arabi Uniti – riuniscono circa 3,95 miliardi di abitanti, pari al 48,5% della popolazione mondiale.
Il loro Prodotto interno lordo nominale ammonta complessivamente a circa 31.500 miliardi di dollari, poco più del 28% del totale mondiale. Il rapporto cambia sensibilmente quando il Pil viene calcolato a parità di potere d’acquisto: le economie BRICS raggiungono circa 79.100 miliardi di dollari internazionali, equivalenti a quasi il 40% dell’economia globale.
Sono grandezze che non trasformano automaticamente il gruppo in un soggetto politico unitario, ma rendono sempre meno sostenibile la distanza tra il peso dei paesi emergenti e la loro rappresentanza nelle istituzioni internazionali. È su questa asimmetria che insiste la Dichiarazione di Nuova Delhi.
I BRICS chiedono una riforma complessiva delle Nazioni Unite e un aggiornamento strutturale del Consiglio di sicurezza, con una presenza più forte dei paesi in via di sviluppo provenienti da Africa, Asia e America Latina. Cina e Russia, in qualità di membri permanenti, hanno nuovamente sostenuto le aspirazioni di India e Brasile a svolgere un ruolo maggiore nel Consiglio.
La formula è politicamente significativa, ma non equivale a un accordo sull’attribuzione immediata di nuovi seggi permanenti, né risolve le divergenze sulla futura composizione dell’organismo. Conferma, però, che la riforma della governance globale rappresenta il principale terreno di convergenza tra paesi che, su molti altri dossier, conservano interessi differenti.
La stessa richiesta riguarda il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale. La dichiarazione sollecita una revisione delle quote e dei diritti di voto del Fondo, l’entrata in vigore degli aumenti concordati nella sedicesima revisione generale e un riallineamento significativo nella diciassettesima. Chiede, inoltre, procedure trasparenti e fondate sul merito per la selezione dei vertici di Fmi e Banca mondiale, in modo da accrescere la rappresentanza delle economie emergenti.
Non è una proposta di smantellamento dell’architettura di Bretton Woods ma è, piuttosto, la richiesta di redistribuire il potere al suo interno, adeguando la governance finanziaria internazionale alla trasformazione dell’economia mondiale.
Xi e Modi dopo il disgelo: le due anime dei BRICS
La cornice politica del vertice è stata dominata dal confronto tra il presidente cinese Xi Jinping e il primo ministro indiano Narendra Modi.
Per Xi si è trattato della prima visita in India dal 2019, dopo anni segnati dagli scontri lungo la linea di controllo effettivo in Himalaya e dal conseguente deterioramento delle relazioni bilaterali. Non era invece il primo incontro recente tra i due leader: la stessa ricostruzione cinese ricorda che Xi e Modi si erano già incontrati due volte nei due anni precedenti.
A Nuova Delhi i due leader hanno affermato che Cina e India dovrebbero considerarsi partner e non rivali, impegnandosi a preservare la stabilità delle aree di confine, intensificare gli scambi e affrontare le rispettive preoccupazioni economiche e commerciali.
Il riavvicinamento non cancella la competizione strategica. Restano il contenzioso territoriale, lo squilibrio commerciale, la rivalità per la leadership asiatica e la diversa postura nei confronti degli Stati Uniti.
Il vertice ha però mostrato come Pechino e Nuova Delhi condividano l’interesse a riformare le istituzioni internazionali e a rafforzare l’autonomia politica del Sud globale.
Xi Jinping ha indicato i BRICS come una delle piattaforme più influenti di cooperazione fra mercati emergenti e paesi in via di sviluppo. Li ha invitati a svolgere una funzione pionieristica nella riforma della governance mondiale, nell’innovazione, nella difesa della pace e nel dialogo fra civiltà.
Ha inoltre sollecitato il gruppo a respingere protezionismo, violazioni della sovranità e ingerenze negli affari interni, sostenendo il ruolo centrale dell’Onu e dell’Organizzazione mondiale del commercio.
L’India ha esercitato una funzione diversa e complementare. Pur rivendicando la centralità del Sud globale, Nuova Delhi non intende trasformare i BRICS in un fronte rigidamente anti-occidentale. Mantiene rapporti strategici con Stati Uniti ed Europa, legami storici con la Russia e relazioni rilevanti con Israele, Iran e monarchie del Golfo. Il suo obiettivo è preservare uno spazio di multiallineamento: cooperare con partner differenti senza accettare una disciplina di blocco.
È questa impostazione che ha consentito alla presidenza indiana di tenere insieme le aspirazioni cinesi a una maggiore influenza globale, le esigenze russe e iraniane di ridurre l’esposizione alle sanzioni e la prudenza dei paesi che non intendono rompere con Washington e Bruxelles.
La vera dedollarizzazione procede per infrastrutture
Il passaggio più delicato riguarda le valute e i pagamenti. La dichiarazione non contempla una moneta comune, una banca centrale sovranazionale o un’unità di conto condivisa. Non contiene neppure un’architettura vincolante denominata “BRICS Pay” né un sistema centralizzato fondato sulle valute digitali delle banche centrali.
Il paragrafo 90 descrive un processo più pragmatico. La BRICS Payment Task Force continuerà a studiare l’interoperabilità dei sistemi di pagamento e dei canali di messaggistica finanziaria, promuovendo il regolamento degli scambi e degli investimenti nelle valute locali.
Il documento riconosce espressamente che non esiste una soluzione identica per tutti e affida ai lavori tecnici la ricerca di pagamenti transfrontalieri più rapidi, economici, accessibili, trasparenti e sicuri.
La distinzione è essenziale. Una moneta comune richiederebbe convergenza macroeconomica, regole fiscali, riserve condivise, meccanismi di compensazione e un’autorità monetaria accettata da tutti. Condizioni difficilmente immaginabili in un gruppo che riunisce economie e regimi valutari profondamente diversi. L’interoperabilità dei pagamenti e l’impiego delle monete nazionali sono invece obiettivi tecnicamente più realistici.
Anche la New Investment Platform rimane in una fase esplorativa. La dichiarazione parla di un percorso graduale, consensuale e guidato dagli Stati, rispettoso della sovranità nazionale e dei differenti ordinamenti. Non è, quindi, ancora operativo un mercato finanziario BRICS integrato.
I dati del Fondo monetario internazionale mostrano perché parlare di imminente tramonto del dollaro sarebbe prematuro. Nel primo trimestre del 2026 le riserve valutarie mondiali ammontavano a circa 13.100 miliardi di dollari e la valuta statunitense continuava a rappresentarne approssimativamente il 57%. Il renminbi conservava una quota molto più contenuta (IMF–COFER, primo trimestre 2026).
La dedollarizzazione, perciò, va letta come diversificazione, non come sostituzione immediata. Il dollaro mantiene la profondità e la liquidità dei mercati finanziari statunitensi, una vasta rete di utilizzo commerciale e il vantaggio accumulato come principale valuta di riserva.
I BRICS cercano, però, di ridurre i rischi derivanti dalla dipendenza esclusiva da quell’infrastruttura, soprattutto dopo che sanzioni, congelamenti di attività e restrizioni finanziarie hanno mostrato quanto le reti monetarie possano diventare strumenti di pressione geopolitica.
La New Development Bank come laboratorio
Il principale strumento istituzionale di questa strategia resta la New Development Bank.
Secondo i dati pubblicati dalla banca, dalla sua nascita essa ha approvato 139 progetti per un valore complessivo di circa 42,9 miliardi di dollari.
Gli interventi riguardano energia pulita, trasporti, acqua, infrastrutture sociali e digitali, protezione ambientale e sviluppo sostenibile.
La Dichiarazione di Nuova Delhi invita la NDB ad ampliare la propria base associativa, diversificare le fonti di raccolta, mobilitare capitali privati e aumentare i finanziamenti in valuta locale.
Sostiene, inoltre, strumenti di garanzia e riduzione del rischio capaci di contenere il costo del capitale nei paesi emergenti.
Non vengono però stabiliti obiettivi quantitativi vincolanti né deliberato un aumento del capitale sociale della banca. Con poco meno di 43 miliardi di dollari di finanziamenti approvati, la NDB rimane molto più piccola della Banca mondiale e delle principali banche multilaterali.
Il suo valore strategico risiede nella possibilità di sperimentare prestiti in valute diverse dal dollaro e formule di finanziamento più sensibili alle priorità del Sud globale.
La banca non sostituisce Bretton Woods: costruisce un secondo canale, ancora limitato ma potenzialmente espandibile. È questa logica di complementarità competitiva – creare alternative senza abbandonare le istituzioni esistenti – che descrive meglio la strategia dei BRICS.
Dazi, sanzioni e ritorno della geoeconomia
La dichiarazione critica la proliferazione delle misure tariffarie e non tariffarie unilaterali, considerate discriminatorie e capaci di alterare i flussi commerciali. Condanna inoltre le sanzioni economiche e secondarie contrarie al diritto internazionale, comprese quelle non autorizzate dal Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Il riferimento politico è evidente: Russia e Iran sono sottoposti a estese restrizioni occidentali, mentre Cina e altri membri contestano dazi, controlli sulle esportazioni e limitazioni all’accesso alle tecnologie.
Il documento difende tuttavia un sistema commerciale multilaterale fondato sulle regole e imperniato sull’Organizzazione mondiale del commercio. Chiede l’immediato ripristino di un meccanismo di risoluzione delle controversie vincolante e articolato su due livelli, compresa la ricostituzione dell’Organo d’appello, e sostiene le richieste di adesione all’Omc di Etiopia e Iran.
La dichiarazione contesta, inoltre, il protezionismo adottato sotto la veste di obiettivi ambientali: un riferimento riconducibile anche alle preoccupazioni dei paesi emergenti verso i meccanismi di adeguamento del carbonio alle frontiere. Questo passaggio evidenzia una delle fratture crescenti tra Nord e Sud del mondo: chi debba sostenere i costi della transizione e chi possa stabilire gli standard ambientali applicabili al commercio.
Le economie BRICS non costituiscono però un’unione doganale, non possiedono una tariffa esterna comune e sono spesso concorrenti negli stessi mercati. La loro mobilitazione commerciale si traduce, quindi, soprattutto nel coordinamento nelle sedi multilaterali, nella difesa delle catene di approvvigionamento e nello sviluppo di infrastrutture capaci di ridurre vulnerabilità e dipendenze.
Il difficile consenso sulle guerre e il silenzio sull’Ucraina
Uno dei risultati politicamente più rilevanti è stato il raggiungimento di un consenso sul Medio Oriente. La dichiarazione esprime profonda preoccupazione per l’escalation, chiede la massima moderazione e ribadisce che le controversie internazionali devono essere affrontate mediante strumenti politici e diplomatici. Condanna gli attacchi contro le infrastrutture civili e gli impianti nucleari pacifici sottoposti alle salvaguardie dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Chiede, inoltre, la protezione dei civili, della sovranità degli Stati, delle rotte commerciali, dei flussi energetici e della sicurezza marittima.
La convergenza non era scontata. Nel gruppo siedono Iran, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, oltre a potenze con rapporti differenti con gli Stati Uniti e con gli attori regionali. A margine del vertice si è svolto anche il più importante incontro tra rappresentanti iraniani ed emiratini dall’inizio della nuova fase del conflitto, un risultato diplomatico che ha contribuito alla costruzione del consenso.
È altrettanto significativo ciò che la dichiarazione non dice. Nel testo non compare alcun riferimento all’Ucraina, alla Russia o all’invasione iniziata nel 2022. La scelta segna una differenza rispetto alla dichiarazione di Rio de Janeiro del 2025, che richiamava almeno le posizioni nazionali espresse dai membri nelle sedi internazionali. L’omissione ha permesso di evitare un dossier sul quale le posizioni sono difficilmente conciliabili. Dimostra, però, il prezzo politico dell’unanimità: quando gli interessi divergono, la coesione viene preservata attraverso formule generali o mediante la rimozione dei temi più controversi.
Il compromesso sul Medio Oriente resta a sua volta prevalentemente dichiarativo. Non viene istituito un tavolo permanente di mediazione, né emerge una posizione comune sufficientemente dettagliata da indirizzare la soluzione dei conflitti. I BRICS dimostrano di poter produrre una cornice condivisa, non ancora di poter agire come un soggetto geopolitico unitario.
Energia e clima: il realismo delle economie emergenti
Sul clima, il documento sostiene una transizione energetica giusta, ordinata, equa e inclusiva, riaffermando il principio delle responsabilità comuni ma differenziate. Ogni paese deve contribuire alla riduzione delle emissioni tenendo conto delle proprie condizioni economiche, della sicurezza energetica e del diverso livello di sviluppo. La dichiarazione riconosce esplicitamente che i combustibili fossili continueranno a svolgere un ruolo importante, soprattutto nelle economie emergenti.
È una posizione coerente con la composizione del gruppo: i BRICS comprendono alcuni dei maggiori produttori mondiali di petrolio e gas, ma anche grandi importatori di energia e paesi nei quali una parte consistente della popolazione deve ancora raggiungere livelli adeguati di consumo energetico.
Accanto alle fonti tradizionali vengono sostenuti rinnovabili, nucleare, idrogeno, biocarburanti, sistemi di accumulo, reti intelligenti, efficienza energetica e digitalizzazione.
Particolare attenzione viene riservata ai minerali critici. La dichiarazione rivendica il diritto dei paesi produttori a ottenere maggiore valore aggiunto, benefici economici e diversificazione industriale, opponendosi a catene nelle quali l’estrazione rimane nel Sud globale mentre trasformazione, tecnologia e profitti si concentrano altrove.
I cantieri concreti del multipolarismo
Tra gli elementi meno visibili ma più concreti della dichiarazione figurano la cooperazione sull’Intelligenza artificiale e sulle tecnologie quantistiche, la costellazione satellitare BRICS per il telerilevamento, il progetto di un’infrastruttura di cavi sottomarini, il portale BRICS–NDB per la condivisione delle conoscenze e un archivio comune delle infrastrutture pubbliche digitali.
Il documento valorizza inoltre il BRICS Centre for Industrial Competencies, sviluppato in collaborazione con l’UNIDO, e la creazione di un centro indiano destinato ad aiutare imprese e piccole e medie aziende nell’adozione delle tecnologie dell’Industria 4.0.
Sul piano sanitario, vengono avviati un sistema integrato di allerta precoce contro le malattie infettive, la BRICS Mission for Healthy Lifestyle 2026–2029 e una rete di centri di eccellenza per la salute mentale coordinata dal National Institute of Mental Health and Neuro Sciences indiano. La dichiarazione sostiene anche un gruppo di esperti sulla medicina tradizionale, complementare e integrativa, subordinandone l’impiego a criteri di sicurezza, efficacia e regolamentazione.
In agricoltura viene portato avanti il progetto di una piattaforma BRICS per lo scambio dei cereali, ancora in fase di definizione, insieme a reti dedicate all’agroecologia, all’agricoltura rigenerativa e alla digitalizzazione delle produzioni.
Si tratta di iniziative indicative del metodo con cui il raggruppamento sta cercando di consolidarsi: moltiplicare le connessioni fra governi, banche, sistemi di pagamento, centri di ricerca, autorità regolatorie e apparati produttivi.
Il multipolarismo come multiallineamento
Il vertice di Nuova Delhi conferma la doppia natura dei BRICS. Da un lato, il raggruppamento possiede una massa demografica ed economica sufficiente per chiedere una redistribuzione del potere globale. Dall’altro, rimane una coalizione eterogenea, priva di un ordinamento sovranazionale, di una politica estera comune e di obblighi vincolanti paragonabili a quelli di un’alleanza.
I BRICS non rispondono a una linea di comando unificata né a una sola matrice ideologica. Cina e India, pur divise dalla competizione asiatica e dal contenzioso himalayano, condividono l’interesse a rendere il Consiglio di sicurezza, il Fondo monetario, la Banca mondiale e l’Organizzazione mondiale del commercio più aderenti alle realtà economiche e demografiche del XXI secolo.
La loro forza risiede nella capacità di rappresentare un’insoddisfazione condivisa nei confronti della governance internazionale; il loro limite è la difficoltà di trasformare quella contestazione in decisioni comuni quando gli interessi nazionali divergono.
Per questo la Dichiarazione di Nuova Delhi non va letta né come un manifesto rivoluzionario né come un esercizio puramente retorico. I BRICS non stanno abbattendo l’ordine esistente con un unico atto. Stanno costruendo, un’infrastruttura dopo l’altra, le condizioni per dipenderne un po’ meno.
La vera novità non è la nascita di un mondo post-dollaro, ma il passaggio da un sistema quasi privo di alternative a uno nel quale le alternative, per quanto incomplete, cominciano ad accumularsi. È in questa sedimentazione che il multipolarismo smette di essere soltanto una formula diplomatica e comincia a diventare un processo materiale, attraverso alleanze variabili che preservino margini di autonomia. Il vertice di Nuova Delhi mostra che il multiallineamento non è più soltanto una strategia difensiva del Sud globale: sta diventando una delle forme politiche attraverso cui prende corpo il nuovo equilibrio internazionale.
*Gabriele Cicerchia, analista e ricercatore dell’Eurispes
Fonti essenziali:
Governo dell’India, BRICS New Delhi Declaration: Building for Resilience, Innovation, Cooperation and Sustainability, 12 settembre 2026.
Banca mondiale, World Development Indicators: popolazione, Pil nominale e Pil a parità di potere d’acquisto, dati 2024.
Fondo monetario internazionale, Currency Composition of Official Foreign Exchange Reserves – COFER, primo trimestre 2026.
New Development Bank, dati ufficiali su progetti e finanziamenti approvati
Governo della Repubblica Popolare Cinese, intervento di Xi Jinping e resoconto del bilaterale Xi–Modi.
Reuters e Associated Press, resoconti del vertice del 12-13 settembre 2026.

